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Adrien Brody indossa il look 42 della collezione Prada FW 12 Menswear

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Adrien Brody indossa il look 42 della collezione Prada FW 12 Menswear

La moda uomo, oggi, non è un territorio occupato: è un campo aperto

L’apporto delle stiliste donne al menswear mette in luce l’elemento della pluralità insito nel concetto di maschile e va riconosciuto il valore dato da uno sguardo esterno per cogliere le crepe insite nella sua costruzione

Alessio Vannetti

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Forse non hanno ridefinito giacche e stilemi del guardaroba maschile. Ribadiamo con forza e fermezza il «FORSE», perché in questo caso non è una cautela: è un metodo. L’abbigliamento maschile degli ultimi cento anni è spesso percepito come un territorio a bassa variabilità, protetto da un sistema di codici che sembrano resistere a qualsiasi destabilizzazione. Silhouette misurate, colori prudenziali, strutture pensate per contenere più che per esprimere: un dispositivo estetico che traduce l’idea di un uomo compatto, unitario, impermeabile alla contraddizione.

Eppure basta spostare leggermente il punto di vista, uscire dalla cronaca delle «tendenze» e guardare il menswear come paesaggio culturale, per scoprire che quel presunto monolite è in realtà una superficie attraversata da crepe. Crepe produttive, certo: le settimane della moda maschile che scompaiono o si assottigliano, le fiere che perdono centralità. Ma soprattutto crepe simboliche: l’immagine dell’uomo che, mentre pretende stabilità, chiede continuamente di essere rinegoziata. È in quello spazio dell’armadio apparentemente chiuso che alcune autrici hanno trovato il contesto ideale per rimettere in discussione il maschile singolare, trattandolo non come un repertorio normativo ma come un paesaggio complesso. Quando il menswear smette di essere pura norma, diventa immediatamente innovazione, selezione, relazione tra segni. L’uomo non come essenza, ma come dispositivo narrativo: una costruzione che può essere smontata, ricomposta, esposta. E allora l’abito smette di «mettere al sicuro» l’identità e inizia, più onestamente, a mostrarne il lavoro. 

Miuccia Prada è una delle figure che hanno lavorato su questo slittamento con maggiore precisione. Nel menswear introduce un’ironia controllata, una sofisticazione intellettuale che non maschera mai la fragilità ma anzi la organizza in linguaggio, in idee da indossare. Le sue collezioni operano per microfratture: un dettaglio che disarticola il rigore del tailoring, una cromia che incrina il paradigma del «corretto» e sostituisce alla moralità del gusto il piacere dello «sbagliato». Non è una rivoluzione a colpi di manifesto, è una lenta erosione del concetto stesso di mascolinità ordinatrice: il vestirsi di concetti prima che di abbigliamento, e dunque il concetto che l’uomo possa essere pensato, non soltanto rappresentato. Non è un caso che La Signora della moda italiana abbia, negli anni, utilizzato proprio le sfilate uomo per presentare la scenografia di stagione, curata dallo studio di Rem Koolhaas, che avrebbe accompagnato e sottolineato anche la collezione donna. Prada Uomo è il laboratorio in cui sin dagli anni Novanta Miuccia Prada ha cercato e trovato quel dettaglio fanciullesco da mettere in contrapposizione allo stereotipo maschile del potere. 

La frattura più esplicita arriva però ancora prima, negli anni Ottanta, con Rei Kawakubo: fondatrice di Comme des Garçons e ideatrice dello spazio retail Dover Street Market. La designer giapponese, non «propone un nuovo uomo»: propone la crisi dell’idea di uomo. Inserisce nella moda maschile un principio di instabilità strutturale: volumi che si contraddicono, corpi che si scompongono, forme che rifiutano qualsiasi teleologia estetica. L’abito diventa critica sociale: un luogo dove il corpo non si racconta attraverso potere e coerenza, ma attraverso difetto ricercato, improvvisazione, disobbedienza formale. Se Prada lavora sullo slittamento, Kawakubo lavora sull’incompatibilità, e proprio in questa differenza si misura quanto il menswear, quando diventa pensiero, possa ospitare dialettiche vere e più potenti di quelle generate dalla moda femminile. Sembrano pensarla in questa maniera anche curatrici, giornaliste, stylist e fotografe che hanno utilizzato la decostruzione della cadenza dell’armadio a due ante dell’uomo, per generare racconti visivi che sono spunti di riflessione sulla moda odierna. 

Il progetto «Il Maschile. Androgynous Mind, Eclectic Body», curato da Maria Luisa Frisa per la Gucci targata Alessandro Michele del 2019, funziona come promemoria: la moda uomo non è un sottogenere, ma un territorio di ricerca autonomo, con genealogie e sistemi simbolici propri. La curatela, qui, non è cornice: è metodo di conoscenza e approfondimento. È il gesto che prende ciò che l’industria tende a rendere «naturale» e lo restituisce come costruzione culturale, quindi discutibile e mobile.

Martine Rose Fall 2020 Menswear

Martine Rose, tra le voci più lucide e in movimento dell’odierno, opera invece su un piano dichiaratamente antropologico. Recupera archivi subculturali e gesti della quotidianità urbana, restituendo un maschile stratificato, imperfetto, volutamente non «presentabile» secondo le aspettative del guardaroba borghese. Le spalle ipertrofiche, i tagli sbilanciati, le citazioni dalla vita di periferia non sono estetizzazioni decorative: sono un modo per riportare nel menswear la dimensione della comunità e delle sue frizioni. Rose prende l’uomo fuori dalla sua stanza privata e lo rimette in strada, in mezzo agli altri, dove l’identità non è un possesso ma una negoziazione continua. Dall’altro lato, Grace Wales Bonner, il cui discorso si fa storicamente e spiritualmente più ampio, e oggi si carica di un peso istituzionale ulteriore dopo l’annuncio della sua futura direzione creativa del prêt-à-porter maschile di Hermès. Le sue collezioni intrecciano diaspora afro-atlantica, memoria coloniale e ricerca identitaria, senza rinunciare alla disciplina sartoriale: non è «contaminazione», è architettura sapienziale. L’uomo che costruisce non è un soggetto universale ma un corpo situato, consapevole della propria genealogia. La radicalità, qui, non è la rottura rumorosa del codice: è l’idea che il codice non sia mai neutro e che, proprio per questo, vada riscritto dall’interno con altri riferimenti, altre memorie, altri riti.

Prima ancora che la discussione sulle nuove mascolinità diventasse mainstream, c’è stato un tempo di regine britanniche, nessuna delle quali si chiamava Elisabetta. Katharine Hamnett e Vivienne Westwood sono state le ave della destabilizzazione e le genie del (dis)ordine sartoriale di Savile Row. Hamnett politicizzando la superficie dell’abito: la scritta come manifesto, la moda come medium esplicito, la T-shirt come editoriale, le scarpe con i tacchi a spillo come oggetto da maschio. Westwood trasformando il tailoring britannico in un teatro ribelle, dove storia dell’arte, punk e satira sociale convivono senza gerarchie. In loro la moda uomo smette di essere abbottonata e diventa campo di battaglia: non perché si travesta, ma perché confessa la propria ideologia.

E mentre nel Regno Unito si battagliava in passerella, in Italia, si «guerreggiava» sui giornali e nelle gallerie d’arte. Il lavoro di Anna Dello Russo per «L’Uomo Vogue» all’inizio di questo millennio, dentro un clima reso possibile dalla direzione di Franca Sozzani, ha contribuito a liberare il menswear dall’immaginario di rigorosa prevedibilità, restituendogli complessità e guizzo. È la stagione in cui la moda uomo smette di essere un manuale di buone maniere e diventa pura ricerca d’immagine: un luogo in cui l’eccesso non è capriccio, ma strumento per scoprire che cosa il maschile rimuove per apparire «corretto». 

Considerando il contributo sinergico di stiliste, curatrici e giornaliste, si rileva che queste figure non stanno promuovendo una «femminilizzazione» dell’uomo né limitandosi a liberarlo da tradizionali restrizioni. Piuttosto, esse portano alla luce l’elemento della pluralità insito nel concetto di maschile, spesso trascurato o rimosso nel discorso comune. Viene così riconosciuta la possibilità che l’identità sia composta da molteplici elementi, che l’eleganza rappresenti una forma di espressione intellettuale e che l’abito costituisca un archivio simbolico di conflitti e desideri interiori. Di conseguenza, la questione centrale non riguarda semplicemente l’impatto di queste autrici sulla moda maschile, ma piuttosto il valore dato da uno sguardo esterno per cogliere le crepe insite nella costruzione del maschile. E citando sguardi esterni, come non richiamare alla memoria le prospettive fotografiche di Liz Johnson Artur, Catherine Opie e Collier Schorr, prodotte per la mostra «Masculinities: Liberation Through Photography» curata da Alona Pardo presso il Barbican di Londra nel 2020 in piena pandemia, una riflessione incisiva sull’identità maschile che ha evidenziato come determinati codici estetici debbano essere oggetto di analisi critica e ridefinizione contemporanea.

Forse, allora, il punto non è stabilire se queste pratiche abbiano «cambiato» la moda maschile, anche perché è palese che queste autrici hanno pienamente contribuito a ridefinire l’estetica uomo. La domanda più fertile è un’altra, e resta volutamente sospesa: perché il maschile, per potersi finalmente guardare come costruzione culturale e non come destino naturale, ha costantemente bisogno di pensieri che non chiedano il permesso? Forse perché il maschile, quando si proclama neutro, diventa opaco. E forse perché la moda, quando smette di rassicurare e inizia a produrre urgenze creative, non produce nuove certezze ma nuove possibilità di lettura. Il maschile, oggi, non è un territorio occupato: è un campo aperto, attraversato da domande che non chiedono risposta immediata, ma attenzione critica.

I look numero 1 Wales Bonner Spring 26 Menswear

Alessio Vannetti, 29 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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