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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliL’arte è cura. Non come metafora, ma come pratica concreta che sta entrando nei sistemi sanitari e sociali italiani. Sempre più persone, su indicazione di medici, psicologi e assistenti sociali, partecipano a percorsi culturali in musei, biblioteche e spazi pubblici per migliorare benessere psicologico, relazioni e qualità della vita.
Quello che fino a pochi anni fa era sperimentazione oggi inizia a diventare sistema.
Un’indagine del CCW – Cultural Welfare Center, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, fotografa per la prima volta questa realtà su scala nazionale: in Italia sono attive 918 organizzazioni nel campo del welfare culturale.
Di queste, 617 sono già integrate come Unità di Prescrizione Sociale, cioè inserite in percorsi strutturati di invio da parte dei servizi socio-sanitari. Le altre 301 operano come Unità di Welfare Culturale, ancora non formalmente connesse al sistema sanitario, ma già orientate in quella direzione. Il dato più significativo è che il 97% di queste realtà è pronto a entrare nella rete della prescrizione sociale.
Non si tratta più di iniziative isolate. È una trasformazione che sta assumendo forma di infrastruttura.
«La salute richiede l’attivazione delle risorse della comunità», ha sottolineato la presidente del CCW Catterina Seia, durante la presentazione dei dati. Un passaggio che segna un cambio di prospettiva: la cura non è più solo clinica, ma anche sociale e culturale.
Anche Annalisa Cicerchia, vicepresidente del CCW, evidenzia la svolta: la fase dei progetti pilota è finita. Il punto non è più se questo modello funzioni, ma come renderlo stabile e accessibile su scala nazionale. L’obiettivo dichiarato è chiaro: passare da esperienze isolate a politiche strutturate.
Courtesy Fondazione Compagnai di San Paolo.
La rete della prescrizione culturale in Italia mostra però un Paese disomogeneo. Il Nord-Ovest concentra il 39% delle organizzazioni, seguito dal Centro con il 27%, mentre il Sud e le Isole si fermano al 14%, nonostante rappresentino una quota significativa della popolazione. Il divario non riguarda l’assenza di pratiche, ma la loro integrazione nei sistemi istituzionali, con territori ancora poco connessi ai canali formali di welfare.
I protagonisti di questo cambiamento non sono soltanto i medici. A differenza del modello britannico, dove la prescrizione sociale passa soprattutto dai medici di base, in Italia la rete è più ampia e distribuita. Gli psicologi rappresentano il 32% degli attori coinvolti, seguiti da assistenti sociali e insegnanti con il 24% ciascuno, e dai pediatri con il 20%, mentre i medici di base si fermano all’8%, non per disinteresse ma per la mancanza di strumenti integrati che li supportino.
I risultati sono significativi: il 97% delle persone conclude i percorsi intrapresi e il 75% dichiara un miglioramento concreto del proprio benessere. Tuttavia emergono anche criticità strutturali, perché nel 40% dei casi non esiste alcun follow-up che accompagni le persone dopo la fine del percorso. Inoltre la figura del link worker, considerata fondamentale dall’86% delle organizzazioni, è realmente strutturata solo nel 24% dei casi, lasciando spesso i percorsi senza una regia stabile.
Le difficoltà principali riguardano tre aspetti: la carenza di professionisti dedicati al collegamento tra servizi sanitari e culturali, l’assenza di continuità nei percorsi di accompagnamento e la fragilità dei finanziamenti, con il 28% delle organizzazioni senza fondi strutturati e il 19% che richiede un contributo diretto ai partecipanti.
Per superare questi limiti, l’indagine propone alcune linee di intervento che puntano a rendere il sistema stabile e riconosciuto. Tra queste, il riconoscimento ufficiale delle organizzazioni nei sistemi di pianificazione socio-sanitaria locali, una maggiore connessione tra Case di Comunità e risorse culturali del territorio attraverso strumenti digitali integrati nei sistemi sanitari, la formazione e certificazione della figura del link worker e la creazione di finanziamenti strutturali attraverso fondi pubblici e modelli misti.
Il fenomeno non è isolato. A livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccolto oltre 3.000 studi che dimostrano l’impatto positivo delle pratiche artistiche e culturali sulla salute, mentre la Social Prescribing Network è attiva in più di 20 Paesi. In questo contesto, l’Italia si colloca come uno dei sistemi più ricchi sul piano delle esperienze, ma ancora in fase di consolidamento istituzionale.
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