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Mika Wißkirchen, «Pietà with Angels, Digitalfoto», 2026

SMB, Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst / Archiv; Public Domain Mark 1.0

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Mika Wißkirchen, «Pietà with Angels, Digitalfoto», 2026

SMB, Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst / Archiv; Public Domain Mark 1.0

La scultura attraverso un racconto fotografico

Al Bode-Museum di Berlino un dialogo diretto tra oltre 60 fotografie dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri e sette sculture risalenti all’XI-XVII secolo; la curatrice Lilla Mátyók-Engel spiega l’importanza di questa mostra dai linguaggi intrecciati

Chiara Caterina Ortelli

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Dal 16 luglio al 4 ottobre, il Bode-Museum di Berlino ospita «Photography Tells Sculpture», una mostra che mette in dialogo oltre 60 fotografie, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, con sette sculture datate dall’XI al XVII secolo. In novi capitoli, la rassegna indaga come luce, inquadratura e prospettiva trasformino la nostra percezione delle opere tridimensionali. Ne abbiamo parlato con la curatrice, Lilla Mátyók-Engel.

 

L’archivio fotografico del Bode-Museum è rimasto largamente sconosciuto fino ad ora. Perché ha deciso di dedicargli una mostra? 
Il mio primo giorno al Bode-Museum, nel 2023, un collega mi ha fatto visitare l’archivio. È stato quel momento a farmi incontrare per la prima volta questo straordinario materiale. Le fotografie appartengono ai fondi di ricerca del museo e non sono state conservate per il loro valore artistico, bensì come materiale di lavoro per lo studio delle sculture. Questo materiale è estremamente ricco e comprende negativi, lastre di vetro e numerose stampe storiche che tuttavia non sono completamente inventariate. Volevo portare all’attenzione queste straordinarie fotografie, ma anche concentrarmi sul tema della fotografia scultorea in sé. Dal punto di vista del diritto d’autore, le fotografie di sculture sono opere autonome; in questo senso, il fotografo prende il posto dello scultore e la fotografia si sostituisce alla scultura. Volevo mettere in evidenza i numerosi fotografi che, nominandoli uno per uno, si sono dedicati alla collezione scultorea del museo fin dal periodo prebellico.

C’è qualcosa di quasi filosofico al cuore di questa mostra: un’immagine bidimensionale che cerca di catturare un oggetto tridimensionale. Com’è cambiato il modo in cui guarda la scultura o la fotografia? 
Da quando ho cominciato a lavorare su questo tema, guardo le pubblicazioni e le fotografie di scultura in modo molto diverso. Prima vedevo la scultura stessa attraverso la fotografia. Ora vedo la fotografia più come un’interpretazione della scultura e cerco attivamente le scelte compiute dal fotografo per costruire l’immagine. La fotografia è diventata, per me, qualcosa di stratificato: un medium attraverso cui le opere vengono interpretate in modi diversi. Mi è diventato inoltre chiaro quanto il canone stabilito dalla fotografia nella storia dell’arte e nella percezione artistica abbia fortemente condizionato il mio stesso modo di vedere.

Wilhelm von Bode ha stabilito un canone della fotografia storico artistica attraverso regole specifiche: figure isolate, vedute frontali e illuminazione controllata. In che misura la mostra riproduce o mette in discussione questo canone? 
In realtà, questo canone si è affermato molto prima, ad esempio con il fotografo inglese William Henry Fox Talbot e le sue pubblicazioni a metà del XIX secolo. È stato plasmato anche da studi fotografici come Fratelli Alinari, Giorgio Sommer e Giacomo Brogi. Nella seconda metà dell’Ottocento, editori come Bruckmann, che pubblicò anche il libro di Bode, hanno ulteriormente sviluppato e diffuso questi standard, aumentandone significativamente la qualità e la portata. Queste regole continuano in parte a plasmare ancora oggi la fotografia museale. Per questa ragione era importante identificare i fotografi che hanno lavorato come fotografi all’interno del museo, in modo da riflettere anche una storia della fotografia istituzionale. In contrapposizione, vengono presentati fotografi contemporanei le cui opere non sono documentazioni commissionate, bensì fotografia artistica autonoma.

Le fotografie condizionano le nostre aspettative ancor prima di entrare in un museo. Come ha cercato di rendere visibile questo «effetto di precondizionamento»? 
La mostra inizia proprio in questo modo. Affronta le questioni di scala e di distorsione delle dimensioni reali di un oggetto. La prima sezione potrebbe quindi essere definita anche «blow-up». Tutte le sezioni successive sono organizzate attorno a scelte fotografiche fondamentali, ciascuna delle quali mette in evidenza la soggettività dello sguardo fotografico, come l’uso della luce, la gestione del dettaglio, la prospettiva scelta o, ad esempio, la resa del colore. 

Il «Putto morso da un delfino» di Bernini si rivela pienamente solo girandogli intorno. È qualcosa che nessuna fotografia può darci. Che cosa può fare allora una mostra con un oggetto che resiste allo sguardo da un unico punto? 
Per opere come queste, è importante offrire ai visitatori spazio sufficiente per girarvi completamente intorno, senza essere disturbati visivamente da altre opere. Fortunatamente, in un museo dalle proporzioni generose come il Bode-Museum, questo non è un problema. La sfida maggiore si pone altrove: quando presentiamo questi oggetti sulla nostra piattaforma online, possiamo pubblicare una sola fotografia e dobbiamo quindi decidere quale immagine li rappresenti meglio.

Durante la sua ricerca curatoriale, non le è mai successo che una fotografia l’abbia davvero tratta in inganno riguardo a una scultura? 
Accade molto più spesso di quanto si possa pensare. Lavorandoci, ho capito sempre più chiaramente che fotografie e originali sono due cose completamente diverse. Aspetti come la scala o la materialità sono particolarmente evidenti. Il bronzo o la madreperla, ad esempio, sono estremamente difficili da rendere fedelmente in fotografia. Dipende però molto anche dalla domanda. Se mi interessa il contesto originario delle sculture e adotto un approccio estetico-ricettivo, scopro spesso che non esistono fotografie scattate dal punto di vista originale dell’oggetto. Un esempio in mostra è il leggio di Giovanni Pisano, che faceva originariamente parte di un ensemble più ampio di un pulpito a Pisa o Pistoia, collocato a un’altezza di circa quattro metri. Questa distanza non può essere trasmessa da alcuna fotografia. In questa mostra speciale, una fotografia del leggio viene quindi esposta alla sua altezza originale, rendendo visibile proprio questo problema.

Un dettaglio ritagliato da una scultura può prendere vita propria, diventando quasi un’opera a sé. A che punto una fotografia di una scultura smette di essere un documento e diventa una dichiarazione artistica autonoma? 
Direi che questo vale fin dall’inizio. Una fotografia di una scultura e la scultura stessa coesistono in parallelo, ma sono indipendenti l’una dall’altra. Una fotografia non è mai semplicemente una riproduzione della scultura; è sempre qualcosa di diverso, plasmato dalle scelte del fotografo e dal medium stesso. Una delle idee centrali della mostra è affiancare sculture originali e loro fotografie. Si tratta, in realtà, di un’esperienza piuttosto rara. Di solito, incontriamo le fotografie nei libri o sugli schermi, oppure vediamo le opere originali in un museo. Raramente abbiamo l’opportunità di confrontare direttamente le due cose. Mettendo in dialogo scultura e fotografia, la mostra rivela come ciascun medium influenzi la nostra percezione dell’altro.

Chiara Caterina Ortelli, 14 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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