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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliCi sono uomini che nell’arte segnano una svolta decisiva e restano immortali. Umberto Allemandi era uno di questi e ritengo un privilegio grande averlo conosciuto e frequentato per oltre quarant’anni.
Non vorrei fare un mesto e retorico necrologio: a Umberto, che era una delle persone più intelligenti e sottili che io abbia mai conosciuto, non piacerebbe proprio. Leggendolo farebbe quella faccia perplessa con le labbra contratte che era già un programma e una condanna.
Un’infanzia ad Asti, dove a scuola già montava un giornalino (che si faceva pagare) e dove ebbe come compagni Umberto Eco e Paolo Conte. Sfollato nelle campagne del pinerolese durante la guerra, in una frazione piccola piccola dove, tornando dopo molti anni, confessava a me e a Franco Monetti che tutto ciò che nei suoi ricordi di bambino gli era parso grande e importante era divenuto minuscolo e stretto ma che gli piaceva lo stesso.
Poi il lavoro da Bolaffi, finché non si è reso conto che c’era spazio per dar vita a un nuovo giornale che non si era mai visto in Italia: «Il Giornale dell’Arte». Lo fondò nel 1983 e fu immediatamente riconoscibile per un modo diverso di occuparsi d’arte che usciva dalle polverose biblioteche e Università per infilarsi nelle vene vive dell’arte mondiale e raccontarla, in modo indipendente e puntuale, cercandone le storie, intervistando i protagonisti e frugandone vita e segreti.
Fu un successo immediato destinato a durare e a crescere fino ad oggi. E d’alta parte da uno come Umberto non ci si poteva aspettare certo che si limitasse a mettere in scena un giornale normale, lui voleva un prodotto di una professionalità impeccabile, con un lavoro rigorosamente programmato e definito nei suoi ruoli, ma vivo. In questo giornale Umberto ha messo in gioco tutta la sua passione per l’arte e per il giornalismo di razza e anche la sua ribellione alle regole e alla tradizione.
La sua immagine, a pensarci bene oggi, può essere immortalata in un film, in una foto, in un dipinto, raccontata in un libro, essere al centro di una canzone: è quella della copia «staffetta» del numero del mese che lui apriva soddisfatto ma a caccia dell’errore, che trovava sempre. Era poi sempre soddisfatto a metà, voleva di più. Per questo per lui ogni numero de «Il Giornale dell’Arte» (che è destinato a essere testo di studio già in un futuro prossimo), aveva lo stesso effetto di quando si va a rivedere una mostra di Picasso o un concerto dei Rolling Stones e ci si aspetta che cantino «Satisfaction» e «You Can't Always Get What You Want».
Per decenni Umberto ha guidato la barca del giornale come un nocchiero in mezzo a mari difficili, producendo al contempo, dalla casa editrice che porta il suo nome, libri straordinari che restano testi desiderabili per ogni biblioteca di storico dell’arte e che oggi si trovano poco anche sul mercato dell’usato perché chi li ha se li tiene. Non farò elenchi di libri pubblicati né di pagine storiche del Giornale. Altri diranno. Ma so quanto impegno c’era dietro ogni numero da parte di Umberto (che doveva trovare ogni mese i soldi per stampare) e da parte di una redazione che gli è rimasta fedele anche nelle tempeste.
Ma lui le trovava sempre le soluzioni perché era un seduttore nato, un uomo che con una grazia tutta piemontese era in grado di infilzare gli avversari, ma anche di ammaliare e incatenare a sé gli amici senza che questi neppure se ne accorgessero e di trovare risorse anche dove nessuno le vedeva. Era difficile dirgli di no. Umberto piaceva, piaceva agli uomini e anche alle donne (e molto), tutti erano innamorati di lui, anche la redazione che spesso sbuffava per le sue richieste a volte quasi impossibili da realizzare, per i suoi cambiamenti all’ultimo minuto, per i suoi presunti capricci (che non erano pochi ma alla fine aveva ragione lui).
C’era nel giornale fin dall’origine, un linguaggio rivoluzionario: gli sguardi di collaboratori di livello (Federico Zeri in testa a tutti) che creavano sospensioni narrative e interesse in una materia che fino ad allora aveva occupato solo libroni ed era frequentata solo da professori autorevoli irraggiungibili su colonne come stiliti o studenti nerd. Finalmente si voleva far entrare nel giornale l’arte vera quella che ti sporca e ti lascia tracce di colore, colle e creta, con cui il lettore poteva dialogare. Il giornale si arricchiva con delle sorte di jump-cut, irregolari stacchi di montaggio che lasciavano la parte centrale dell’inquadratura per andare a guardare negli angoli. I dialoghi principali, i main article, potevano proseguire all’infinito e ti dispiaceva sempre che fossero finiti.
«Il Giornale dell’Arte» è stato fondato 43 anni fa, ma poteva essere anche un’idea di oggi, un’idea che si protende con sicurezza nel futuro come possiamo constatare tutti noi che ci lavoriamo. Una danza vorticosa dove entravano ed entrano in gioco interviste, ricerca di argomenti inconsueti, notizie di prima mano. «Il Giornale dell’Arte» è, da cima a fondo, di Umberto anche se lui, con illuminata attenzione, lo ha ceduto a fine 2024 a un consesso societario che unisce Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Con l’inizio del 2025 si è ritirato anche dal ruolo di direttore e per lui deve essere stato un colpo molto duro che si è inferto da solo perché era anche coraggioso e sapeva che era ora di lasciare.
E poi c’era un Umberto privato, che ho conosciuto profondamente, spesso malinconico, turbato e a volte lacerato dalla vita. Ma la vita lui l’ha vissuta tutta, bevendola a grandi sorsate, fino all’ultimo respiro, nel lavoro, nelle passioni, negli amori, come il suo grande amico Franco Monetti con cui condivideva idee e affetti e che (non potrò mai dimenticarlo) pochi anni fa andò a contemplare nella bara soffermandosi a lungo e piangendo. Conoscendolo, vidi sul suo viso disegnarsi un forte turbamento: intuiva infatti che il tempo per raggiungerlo sarebbe stato breve e che la morte anche per lui si stava avvicinando. Ma lo ricordo anche nella sua squisita ospitalità di casa con la moglie Anna, vera lady e vera English Rose. E lo ricordo, semplice, allegro e felice nelle feste, anche quelle un po’ campestri campestri (che forse erano quelle che gli piacevano di più), come quella a Villafranca Piemonte nell’aprile del 2014, seguita alla presentazione di un nostro libro dedicato alla Cappella di Santa Maria di Missione, in una primavera appena sbocciata e ancora piena di promesse.
Umberto resterà. Sono sicura che affacciandoci dalla finestra della sede del giornale che dà su un’antica piazza torinese dove a primavera fioriscono infinite corolle di tulipani colorati, lo vedremo ancora, come un’improvvisa apparizione hitchcockiana, nei panni di un passante che guarda in su con occhio indagatore e che poi, come faceva, fa un sorrisetto, dà un cenno di saluto con la mano e passa oltre.
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