Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Centre for Cultural Heritage Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Venezia

Image

Centre for Cultural Heritage Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Venezia

L’archeologia del futuro, tra droni e scavi

Algoritmi, nuovi software e tecnologie digitali stanno cambiando il modo di studiare, documentare e raccontare il passato, intercettando saperi scientifici e ingegneristici che penetrano la preparazione classica e arricchiscono le competenze necessarie all’esercizio della professione

Francesca Filippi

Leggi i suoi articoli

L’archeologia contemporanea si muove in uno spazio sempre più ibrido, in cui il lavoro sul campo convive con ambienti digitali complessi, banche dati georeferenziate, modelli tridimensionali e sistemi di acquisizione automatica delle informazioni. Se per decenni l’immaginario collettivo ha associato la figura dell’archeologo allo scavo manuale, alla stratigrafia letta centimetro dopo centimetro e al taccuino di campo, oggi la disciplina si confronta con una trasformazione silenziosa ma strutturale: l’integrazione sistematica di tecnologie nate in altri ambiti – informatica, ingegneria, geoscienze, elaborazione delle immagini – che stanno modificando non solo gli strumenti, ma il modo stesso di produrre conoscenza sul passato. L’archeologia continua a fondarsi sulla lettura critica dei contesti, sulla conoscenza storica, sulla capacità interpretativa; allo stesso tempo, però, la quantità di dati generata oggi da uno scavo, da un rilievo territoriale o da un’indagine preventiva è cresciuta in modo esponenziale. Julian Bogdani, docente di Metodologie della ricerca archeologica e responsabile scientifico del Laboratorio di Archeologia Digitale dell’Università Sapienza di Roma, esperto di archeologia digitale, di nuove tecniche e strumenti di raccolta dati, racconta come si formano all’università le competenze digitali e quali sono opportunità e sfide del futuro.

Che cos’è l’archeologia digitale?
Una disciplina estremamente complessa e sfaccettata, che raccoglie tantissimi lavori, più o meno tradizionali: alcuni intrecciano il loro quotidiano con quello di chimici, geofisici, geologi o scienziati della terra, altri sono più vicini al mestiere dello storico, dello storico dell’arte o del pianificatore territoriale. Non ha una sua autonomia disciplinare, è piuttosto una metodologia, un settore che si occupa di studiare tutte le tecniche, i principi, i metodi e gli strumenti derivati dall’informatica e più in generale dalle «nuove» tecnologie, utili a migliorare gli studi archeologici e la ricerca operativa sul campo.

Di che cosa si occupa il Laboratorio di Archeologia Digitale?
Organizza attività didattiche di tipo extra-curricolare, in collaborazione con vari corsi e coinvolgendo studenti dalla Sapienza e da altri atenei; e spesso organizza workshop tematici per acquisire competenze operative su  particolari strumenti, tecnologie o software. Offre supporto ai gruppi di ricerca che hanno bisogno di forti competenze digitali e lavora alla sperimentazione di strumenti innovativi per la gestione, la condivisione e la pubblicazione di dati archeologici complessi, come l’uso delle piattaforme di archiviazione ed elaborazione di informazioni a base geografica, soprattutto GIS (Geographic Information Systems) e Web GIS. Sempre abbracciando la filosofia dell’open source: riteniamo fondamentale lavorare con strumenti e metodi aperti e riproducibili, che garantiscano la sostenibilità a lungo termine delle attività di ricerca.

Quali tecnologie hanno trasformato maggiormente l’archeologia?
L’avanzamento delle tecniche fotografiche e di ripresa video ha trasformato profondamente la fotogrammetria, che permette di eseguire rilievi a partire dalle immagini fotografiche. Introdotta nel XIX secolo, la fotogrammetria era una tecnica estremamente costosa e richiedeva delle competenze avanzate. L’introduzione di strumenti digitali più economici e di semplice uso, che integrano nuovi software per la gestione dei dati geografici con piattaforme GIS, ha fatto la differenza. Oggi è possibile acquisire una grande quantità di dati in modo economico e veloce; è possibile ottenere una documentazione del contesto di scavo di altissima qualità, misure sempre più precise e modelli tridimensionali di oggetti o porzioni di territorio. Poi i droni hanno permesso di aumentare enormemente la capacità di raccolta fotografica, tanto che adesso la documentazione di uno scavo si fa sostanzialmente con un drone o poco più, ci sono modelli poco più che ludici che permettono di compiere riprese straordinarie a costi accessibili.

E a proposito di visualizzazione 3D?
È un ramo «antico», veniva fatta anche con i computer di trent’anni fa, sia con una finalità di studio, la ricostruzione filologica, sia con un intento divulgativo. Anche in questo caso, come per la fotogrammetria, non si tratta quindi di un cambiamento tecnologico repentino, ma di un avanzamento che ha messo a disposizione software più economici e facili da usare e che ha permesso di fare un salto di scala nella quantità e nella qualità delle elaborazioni. Internet, poi, ha giocato anche qui un ruolo significativo, rendendo accessibili al grande pubblico modelli tridimensionali e interattivi dei siti archeologici.

Insieme all’archeologia sul campo è cambiato anche il suo insegnamento?
La formazione degli archeologi ha uno stampo fortemente tradizionale. La disciplina cambia per stratificazione, per aggiunta. Sulla formazione di base non ci sono sconti; è necessaria ed è l’università a doverla fornire, sono le conoscenze basilari su cui si fonda il lavoro dell’archeologo. La formazione al digitale viene usualmente gestita con attività di laboratorio, anche se stanno cominciando a comparire corsi curricolari espressamente dedicati. Non è tanto importante essere iper-specifici o iper-tecnici, ma è fondamentale insegnare ai futuri archeologi a essere consapevoli degli avanzamenti tecnologici, cercare il software, l’algoritmo, la configurazione hardware e lo strumento migliore, capire a che cosa servono, come vengono prodotti, quali sono i limiti. La tecnologia cambia continuamente e rincorrere le ultime novità, nella formazione universitaria, non avrebbe senso.

Come si diventa archeologo?
Con la laurea triennale e la magistrale, e poi dipende dal tipo di carriera che si vuole intraprendere. Per lavorare in ambito pubblico servono la scuola di specializzazione in Beni archeologici o il Dottorato di ricerca, mentre per l’archeologia professionale si può lavorare anche con la laurea. Certo con un titolo post lauream si ha comunque accesso a un profilo superiore, in termini di mansione e di salario, e per specializzarsi ci sono tanti master universitari e corsi (anche brevi) che senza fare parte di una carriera codificata  offrono specializzazioni spendibili su mercato del lavoro: dalle Geotecnologie all’Informatica alla gestione museale.

L’avanzamento tecnologico dell’archeologia ha aperto nuovi sbocchi professionali?
Fino a circa vent’anni fa il mercato professionale dell’archeologia poteva essere un po’ selvaggio e predatorio. Adesso si lavora usualmente con degli standard molto alti e le normative hanno istituzionalizzato per esempio l’archeologia preventiva, rendendo obbligatorio interpellare gli archeologi prima di ogni intervento sul territorio. Se le carriere pubbliche rimangono incerte (poiché il ministero e le soprintendenze continuano a reclutare per concorso e con ritmi poco prevedibili), il mercato professionale è oggi molto più dinamico, anche grazie al digitale: quando nasce un’esigenza, nasce una professione.

Che ruolo sta giocando l’Intelligenza Artificiale?
La sua applicazione è ancora sottotraccia, ma richiede sicuramente una riflessione critica. Per noi, come LAD, è interessante capire come le tecnologie ci permettono di superare un limite umano, come per esempio l’impossibilità di gestire in modo organico una grande mole di dati complessi. Un tempo, chi compiva un’azione sullo scavo compilava una riga del diario dei lavori e alla fine della giornata il responsabile redigeva il report. Adesso, con le nuove possibilità offerte dagli strumenti di rilievo e di analisi, ogni azione produce una quantità impressionante di dati che è giusto che vengano raccolti, ma che sono estremamente difficili da elaborare e da condividere (pubblicare) in tempi accettabili. Su questo fronte l’Intelligenza Artificiale promette tanto, perché può ampliare enormemente le nostre capacità.

Un esempio di ricostruzione 3D di un sito archeologico

Francesca Filippi, 13 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Le giornate a porte aperte sono pensate per accompagnare studenti e famiglie nella scelta consapevole del migliore percorso di studi. Sono uno dei modi in cui le università assolvono al compito dell’orientamento assegnato loro dalla legge, ma fanno anche parte di una strategia più ampia di promozione dell’immagine istituzionale

A fine marzo è stato pubblicato il rapporto QS World University Rankings 2026. La notizia è che alcune università italiane che operano in ambito culturale, artistico e creativo hanno scalato le classifiche. Ma l’Italia è davvero competitiva? Come sta reagendo alla crescente apertura internazionale del mercato dell’istruzione?

Le giornate a porte aperte sono pensate per accompagnare studenti e famiglie nella scelta consapevole del migliore percorso di studi. Sono uno dei modi in cui le università assolvono al compito dell’orientamento assegnato loro dalla legge, ma fanno anche parte di una strategia più ampia di promozione dell’immagine istituzionale

Guido Tattoni, direttore di NABA - Nuova Accademia di Belle Arti, riflette sul tuolo dell’accademia come luogo di apprendimento, ma anche di ricerca, sperimentazione e costruzione di visioni sul presente e sul futuro

L’archeologia del futuro, tra droni e scavi | Francesca Filippi

L’archeologia del futuro, tra droni e scavi | Francesca Filippi