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Ilaria Bernardi
Leggi i suoi articoliUn archivio non è mai un luogo neutro. È una forma del tempo che prende posizione: tutela tutto ciò che resta e che continuerà a parlare della vita e del lavoro di un artista. L’archivio non si limita a custodire, ma assume una responsabilità critica, riconoscendo che l’identità del lavoro di un artista non risiede solo nelle opere prodotte, bensì anche nella rete di documenti, immagini, corrispondenza, bibliografia, testi autografi, appunti, di cui garantisce la trasmissione. Ogni archivio dovrebbe essere concepito non come atto di chiusura rispetto all’esterno e al futuro, ma come luogo di apertura, come dispositivo per rendere il passato nuovamente interrogabile da parte di tutti gli interessati, nel presente e nel futuro. Questo vale quando l’archivio fa riferimento a un artista ancora vivente, ma vale ancor più quando nasce postumo, dopo la sua scomparsa. È il caso della Fondazione Fausto Melotti, ufficialmente riconosciuta dalla Regione Lombardia l’1 luglio 2013.
Fausto Melotti (Rovereto, Tn, 1901-Milano, 1986) è stato tra i maestri dell’astrazione europea del secondo Novecento. Formatosi tra ingegneria e musica al Politecnico di Milano, trasferì nella scultura un’idea di ritmo, pausa e contrappunto: sottili strutture in ottone, fili e piani leggeri che trasformano lo spazio in una partitura visiva. Dopo l’esperienza con la Galleria del Milione negli anni Trenta, maturò un linguaggio lirico e spirituale, in cui la materia tende all’immateriale e l’opera diventa misura del silenzio. La sua ricerca oscilla tra rigore matematico e ironia fiabesca: i cosiddetti «Teatrini» e le ceramiche introducono figure allusive, fragili, sospese, come presenze mentali più che corpi. La scultura, per Melotti, non occupa lo spazio ma lo accorda, rendendolo vibrazione e attesa. Protagonista di numerose mostre personali in Italia e all’estero, l’artista ha partecipato alle più importanti rassegne internazionali tra cui la Biennale di Venezia nel 1948, 1950, 1956, 1966 (con sala personale) e 1972, e documenta 1 (1955) e 4 (1968), dimostrando la coerenza e la riconoscibilità del suo lavoro fondato su ritmo, leggerezza, disciplina formale e poesia.
Venticinque anni dopo la sua morte, nel 2013 la sua Fondazione, fortemente voluta dalla figlia Marta, viene riconosciuta ufficialmente, anche se in realtà «l’origine dell’archivio confluito nella Fondazione è più antica e profonda, ci spiega Rudi Cerri, responsabile dell’archivio. Melotti, infatti, aveva avviato una prima archiviazione delle opere, in particolare di quelle metalliche, attraverso schede cartacee con informazioni essenziali e piccole fotografie in bianco e nero». Dal 1973 e, ancora oggi, la figlia Marta partecipa attivamente a questo lavoro, compilando schede e consolidando un metodo che già concepiva l’archivio come strumento critico di identificazione e tutela, non come semplice deposito.
Il primo Consiglio di amministrazione della Fondazione, oltre alla figlia, comprendeva Ida Gianelli, ex direttrice del Castello di Rivoli-Museo d’arte contemporanea, e Dieter Schwarz, allora direttore del Kunstmuseum Winterthur. In seguito sono subentrati al loro posto Rudi Cerri e Chiarina Castelli che ancora oggi affiancano Marta Melotti nel Cda. La direzione artistica è invece stata affidata a Edoardo Gnemmi, advisor e consulente per collezionisti, gallerie e artisti. L’input alla trasformazione dell’archivio familiare in un’istituzione chiamata a garantire nel tempo il lavoro dell’artista avvenne negli anni Novanta, con l’avvio del catalogo generale. «In questo contesto si colloca il contributo di Germano Celant, spiega Rudi Cerri. Celant fu l’autore e il responsabile scientifico del catalogo generale e fu in questa fase che venne creato un database digitale interno, articolato in quattro sezioni principali: opere, esposizioni, bibliografia e dossier».
Dal punto di vista della catalogazione generale, l’archivio ha scelto di procedere per nuclei distinti: nel 1994 sono usciti i due tomi curati da Celant (e pubblicati da Electa) dedicati rispettivamente alle Sculture 1929-1972 e alle Sculture 1973-1986 e Bassorilievi; nel 2003 è stato pubblicato da Skira il catalogo ragionato dell’opera in ceramica, a cura di Antonella Commellato e Marta Melotti, mentre nel 2008 sono stati editi i due tomi del Catalogo generale della grafica (Electa), curati da Sergio Risaliti e dedicati rispettivamente a Incisioni, volumi e cartelle (1969-1986) e a Esemplari unici (1969-1986). È invece prevista per il 2026 una pubblicazione sui gioielli, nata in relazione alla mostra del 2023 a Zurigo con Hauser & Wirth, oggi galleria di riferimento per la Fondazione Melotti. A seguire quest'ultima inizierà a lavorare al catalogo generale dell’opera su carta (tecniche miste e disegni).
Per quanto concerne la fruibilità digitale del lavoro di archiviazione e catalogazione svolto dall’archivio, il sito internet fondazionefaustomelotti.org, in italiano e in inglese, è stato realizzato in prossimità della nascita della Fondazione, mentre la sezione dedicata al catalogo delle opere è stata messa online tra il 2018 e il 2019. «Attualmente il catalogo online presenta numerose opere, ma solo con informazioni essenziali: non sono ancora pubblicate provenienze, bibliografie ed esposizioni, spiega Cerri. L’inserimento delle opere è progressivo ed è subordinato alla qualità del materiale fotografico disponibile. La ceramica, in particolare, pone problemi complessi: molte immagini storiche sono fotocolor virati e richiedono un lento lavoro di pulizia affidato a un fotografo specializzato. Quando non è possibile ottenere immagini a colori adeguate, si preferisce ricorrere al bianco e nero».
Dal punto di vista dei materiali conservati in archivio, la documentazione cartacea è organizzata per tipologie di opere e per nuclei relazionali. La corrispondenza di Melotti è suddivisa in due modi differenti in base al soggetto mittente: per tipo di mittente se artisti, critici, familiari; per cronologia di ingresso se collezionisti, con una cartella con codice dedicata a ciascun collezionista. Evidenzia Cerri che «la progressiva sostituzione delle lettere con le email rende oggi più complessa la conservazione materiale, ma il sistema di codici continua a garantire una tracciabilità storica». Nell’archivio, una parte centrale è costituita dagli scritti: circa 24 quaderni di aforismi (numerati progressivamente), testi di poetica, articoli, recensioni e interviste. Accanto ai materiali testuali, l’archivio conserva progetti di allestimento (tra cui quelli per la mostra del 1981 a Firenze, al Forte di Belvedere, con disegni su velina che indicano la specifica collocazione delle opere) e i faldoni provenienti dalla Marlborough Gallery, residuo di un rapporto professionale interrotto molti anni fa. Ulteriore sezione fondamentale è l’archivio fotografico delle sculture che è stato interamente digitalizzato, a differenza di quello della ceramica che è ancora in fase di lavorazione. Rilevanti sono le stampe originali in bianco e nero realizzate da Ugo Mulas, timbrate e custodite in archivio, preziosa testimonianza della collaborazione tra Melotti e il fotografo fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1973.
La Fondazione si occupa non solo della conservazione e dello studio di questo imponente fondo documentario, ma anche della conservazione e valorizzazione di un suo fondo di opere che non possono essere vendute: sculture metalliche, ceramiche, opere su carta e su tela. Svolge inoltre un ruolo attivo nel seguire mostre, pubblicazioni e progetti espositivi, ed è l’unico ente a poter rilasciare certificati di autentica. Le autentiche sono rilasciate a titolo gratuito, su richiesta di gallerie, case d’asta, collezionisti. Il comitato scientifico è composto da Marta Melotti, da Edoardo Gnemmi e da Rudi Cerri. Ogni opera riconosciuta viene prima catalogata internamente e poi accompagnata da un certificato di autentica con dati tecnici e numero d’archivio. In caso di smarrimento dell’autentica non vengono mai rilasciati duplicati.
Grazie al continuo lavoro per la promozione del lavoro di Melotti, l’archivio non ha una funzione ancillare rispetto all’ente giuridico della Fondazione, ma costituisce uno spazio di interazione in cui le diverse informazioni e competenze possono dialogare, trasformando l’archivio in un sistema relazionale e dinamico. Nel suo insieme, l’archivio Melotti si presenta dunque come un organismo in continua trasformazione, in cui conservazione, studio, tutela e produzione di senso restano inseparabili: non un luogo che chiude l’opera nel passato, ma uno spazio che la mantiene esposta al tempo, alla verifica, alla responsabilità del presente.
In questa prospettiva, l’archivio della Fondazione Fausto Melotti non si configura soltanto come garante dell’autenticità e della correttezza filologica dell’opera, ma come spazio di risonanza, capace di restituire la complessità di un artista che ha fatto della leggerezza una disciplina e della misura una forma etica. Se la scultura di Melotti accorda lo spazio come una partitura silenziosa, il suo archivio ne prolunga oggi il ritmo, custodendo non solo ciò che è stato, ma le condizioni perché continui a essere pensato, studiato, interrogato. È in questa tensione tra memoria e responsabilità, tra conservazione e apertura, che l’archivio rivela la propria natura più profonda: non monumento immobile, ma struttura viva, chiamata a confrontarsi con il tempo e a renderlo, ancora una volta, abitabile.
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Migranti della Salcedo e scene di Kentridge



