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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliIl cinema ha provato più volte a fare una cosa che, nella vita reale, riesce sempre meno: mettere Vladimir Putin a fuoco. Dargli un volto, una psicologia, una traiettoria narrativa. E puntualmente ha fallito, o, quantomeno, ha girato intorno al bersaglio come una cinepresa che perde il fuoco proprio sul primo piano decisivo. Documentari fiume, satire feroci, biopic più o meno autorizzati: Putin resiste a ogni tentativo di trasformarsi in personaggio. Funziona, semmai, come atmosfera. Come minaccia diffusa. Come clima politico. Un po’ come lo squalo di Spielberg prima che si veda davvero. Oliver Stone ci ha provato con l’approccio più americano possibile: l’intervista lunga, confidenziale, quasi terapeutica. «The Putin Interviews» (2017) è un’operazione affascinante e disturbante allo stesso tempo, dove il presidente russo si racconta con calma glaciale, alternando barzellette, geopolitica e autoassoluzioni storiche. Stone sperava di umanizzarlo, o almeno di comprenderlo. Il risultato è l’opposto: più Putin parla, più sembra una costruzione ideologica in carne e ossa. Non un uomo, ma una funzione del potere. Poi è arrivata la cultura pop, che come sempre fiuta prima di tutti dove sta il nervo scoperto. La serie «South Park» lo ha trasformato in un villain da operetta, ridicolo e paranoico, con quell’efficacia crudele che solo la satira animata riesce ad avere. Qui Putin diventa già mito negativo, caricatura, simbolo più che individuo. Non importa cosa faccia davvero: conta cosa rappresenta. Il tentativo più esplicito di «farne un film» è stato «Putin» di Patryk Vega (2024), primo vero biopic di finzione dedicato allo zar del Cremlino. Un’opera che voleva essere rivelatoria e si è trasformata in un oggetto straniante: tra thriller politico, psicodramma e propaganda al contrario, Putin emerge come figura oscura, quasi fumettistica. Troppo mostro per essere reale, troppo reale per essere cinema. Il problema resta sempre lo stesso: il potere di Putin non è nella sua psicologia, ma nel sistema che ha costruito. Ed è qui che entra in gioco «Il Mago del Cremlino» di Olivier Assayas, in uscita a metà febbraio con Jude Law nei panni del leader russo. Tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, il film promette finalmente uno scarto intelligente: non raccontare Putin frontalmente, ma attraverso i suoi architetti del consenso, i consiglieri, i manipolatori di realtà.
Il potere come messa in scena permanente. Putin come creatura narrativa prima ancora che politica. Ma mentre il cinema continua a inseguire il volto, l’arte contemporanea ha colpito il sistema. E lo ha fatto con una radicalità che nessuna sceneggiatura può permettersi. Già dagli anni Novanta Oleg Kulik, storico esponente dell’azionismo moscovita, aveva trasformato il corpo e la provocazione in strumenti politici. Oggi è finito sotto indagine per la sua scultura «Big Mother», accusata paradossalmente di «riabilitazione del nazismo» perché letta come una parodia dissacrante del monumento patriottico «La Madre Patria chiama». Tradotto: in Russia persino l’ironia monumentale è un crimine.
Maxim Kantor, pittore e scrittore di fama internazionale, ha scelto da tempo l’esilio. Le sue tele raccontano il potere russo come una macchina neofeudale, fatta di sudditi, paura e propaganda, un Medioevo travestito da superpotenza. Victoria Lomasko, con i suoi reportage grafici, ha disegnato per anni processi politici, manifestazioni represse, volti stanchi della Russia putiniana. Dopo l’invasione dell’Ucraina è fuggita dal Paese, continuando a raccontarne le contraddizioni con la matita come arma civile.
Danila Tkachenko ha portato la protesta nello spazio urbano con azioni tanto poetiche quanto pericolose, come il fumo blu e giallo vicino al Cremlino, colori banditi perché evocano l’Ucraina. Il risultato è stato l’esilio forzato, unica alternativa al carcere. Accanto agli artisti visivi, in Russia è esplosa una forma di artivismo diffuso, quasi clandestino. Artyom Loskutov ha inventato la Monstratsiya: parate assurde, slogan nonsense, umorismo surreale per smontare la retorica ufficiale dall’interno del ridicolo. Un carnevale politico che gli è costato fermi e processi. Ancora più sottile è il progetto Malenkiy Piket, minuscole statuine con cartelli di protesta piazzate negli spazi pubblici. Micro-manifestazioni impossibili da reprimere in tempo reale, fotografate e rilanciate online come virus visivi.
Una guerriglia estetica in miniatura. E poi c’è il collettivo Belyj Svet, che utilizza la Street Art per lasciare messaggi antimilitaristi effimeri sulle mura delle città russe. Opere destinate a sparire in poche ore, ma sufficienti a ricordare che il dissenso esiste ancora, anche se punito come «vandalismo ideologico». Se l’arte ha trasformato il corpo e lo spazio urbano in campo di battaglia, il rock ha fatto quello che in Russia ha sempre fatto meglio: dire no a voce alta.
Yuri Shevchuk dei DDT continua da decenni a sfidare il potere, denunciando la guerra e il reclutamento forzato con concerti che sembrano comizi poetici. Oxxxymiron, icona rap delle nuove generazioni, ha cancellato i tour russi definendo l’invasione un crimine, trasformando il silenzio in atto politico. Boris Grebenshchikov, leggenda degli Aquarium, risponde invece con canzoni che sembrano cronache morali di un Paese che si sta smarrendo. Paradossalmente, Putin come personaggio cinematografico è sempre meno interessante di Putin come forza che deforma la cultura. Dove passa lui, l’arte si radicalizza, il corpo diventa manifesto, la musica diventa testimonianza.
Il cinema, invece, resta spesso intrappolato nel bisogno di spiegare, umanizzare, raccontare una psicologia che non è mai stata il vero centro del potere. Forse perché Putin non è un cattivo da biopic. È un’architettura. Un clima emotivo. Un sistema narrativo che riscrive la realtà ogni giorno.
Ed è per questo che funziona meglio come minaccia fuori campo che come protagonista in scena. Come lo squalo che non vedi ma senti arrivare. Come l’inverno russo: non ha volto, ma congela tutto.
Se «Il Mago del Cremlino» riuscirà davvero a raccontarlo, sarà perché avrà smesso di inseguire l’uomo e avrà finalmente messo a fuoco il meccanismo. Perché Putin, al cinema come nella storia recente, non è mai stato un personaggio. È il contesto. Ed è questo, forse, il suo potere narrativo più inquietante.
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