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Still di «Lady Nazca» di Damien Dorsaz

© Tobis Film, Daniela Talavera

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Still di «Lady Nazca» di Damien Dorsaz

© Tobis Film, Daniela Talavera

Le Linee di Nazca sono una domanda a cui non siamo ancora pronti a rispondere

Nel film in uscita il 12 marzo sulla vita, e l’ossessione, della matematica e archeologa Maria Reiche, il regista Damien Dorsaz non spettacolarizza il mistero: i geoglifi incisi nel deserto peruviano si mostrano come un paesaggio mentale prima che geografico, un codice pensato per essere visto da lontano, forse dal futuro 

 

Germano D’Acquisto

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Le Linee di Nazca non sono solo archeologia: sono un atto di disobbedienza. Disegni pensati per essere visti da lontano (forse dal cielo, forse da un futuro che non ci riguarda ancora), più vicini a un gesto concettuale che a una reliquia. Un paesaggio mentale inciso nella terra, un codice che resiste al tempo, alla proprietà, alla semplificazione. In un’epoca che cancella e ricostruisce senza memoria, quelle figure restano: silenziose, ostinate, quasi irridenti. Il film «Lady Nazca» di Damien Dorsaz (in uscita il 12 marzo con Officine Ubu) ha il merito di restituirle come sono davvero: non un enigma da risolvere, ma una domanda che continua a lavorare sottopelle.

Per capire Maria Reiche bisogna accettare una certa dose di ossessione, la sua e, inevitabilmente, anche la nostra. Matematica, archeologa, traduttrice, nata a Dresda nel 1903, nel 1932 lascia la Germania nazista per il Perù. Arriva a Nazca quasi per deviazione e ci resta per destino. Negli anni Quaranta, accanto allo storico americano Paul Kosok, si imbatte in quelle linee infinite, nelle scimmie, nei ragni, negli uccelli tracciati con precisione millimetrica sul suolo ghiaioso. Da lì in poi non si ferma più. Misura, disegna, calcola, protegge. Vive per decenni in condizioni estreme, spesso sola, armata di una scopa di saggina contro jeep, turisti distratti e funzionari disinteressati. A lungo viene considerata eccentrica, persino «loca». Onestamente, a ripensarci oggi, è difficile non stare dalla sua parte.

Reiche mappa centinaia di figure, propone la controversa teoria di un calendario astronomico, scrive libri, fa pressione su istituzioni che preferirebbero ignorarla. Insiste fino allo sfinimento, spesso pagando di tasca propria la sorveglianza dell’area, parlando con chiunque fosse disposto ad ascoltare, o almeno a non voltarsi dall’altra parte. Nel 1973 l’area viene finalmente protetta dal Governo peruviano; nel 1994 le Linee diventano Patrimonio Unesco. Quando muore, nel 1998, a 95 anni, vive ancora in una capanna nel deserto, accanto al lavoro di una vita. Una coerenza quasi radicale, che oggi suona persino anacronistica. E forse è proprio questa radicalità, più che il mistero delle figure, a renderla ancora così contemporanea.

Il film di Dorsaz, con una Devrim Lingnau intensissima, sceglie una strada intelligente: non spettacolarizza il mistero, lo lascia respirare. Osserva il deserto, la solitudine, il gesto ripetuto del misurare, la fatica quotidiana di una ricerca che non promette risultati immediati. Girato interamente in Perù, con riprese aeree che restituiscono la vertigine dei geoglifi, Lady Nazca è meno un biopic che una meditazione sul tempo lungo. E devo dire che funziona proprio perché non prova a spiegare tutto, perché accetta di restare, a tratti, incompleto.

Quello che colpisce oggi è la modernità di Maria Reiche. Non tanto per la determinazione, già di per sé fuori scala, ma per il modo in cui ha abitato il dubbio. Le sue teorie sono state discusse, corrette, in parte smentite. Ma il punto non era avere ragione: era cambiare lo sguardo. Le Linee non sono oggetti archeologici, sono dispositivi culturali che chiedono distanza, lentezza, attenzione. Tutto ciò che il presente fatica a concedersi. E forse è anche per questo che continuano a inquietare: perché ci obbligano a rallentare.

Forse è questo che continua a ossessionarmi: Nazca non si lascia consumare. Non concede immagini facili. Non si riduce a storytelling. È una scrittura senza spettatori immediati, pensata per chi verrà dopo, o per chi saprà guardare meglio. In fondo, più che misteriose, le Linee sono radicalmente indifferenti a noi. Ed è una sensazione stranamente liberatoria.

Uscendo dalla sala, resta qualcosa che ha a che fare più con il tempo che con lo spazio. Le Linee restano lì, immobili e aperte, come una domanda a cui non siamo ancora pronti a rispondere. E, a pensarci bene, forse è proprio questo il loro senso: ricordarci che non tutto deve essere spiegato, che alcune forme esistono semplicemente per resistere.

Germano D’Acquisto, 11 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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