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Virtus Zallot
Leggi i suoi articoliI primi secoli del Medioevo furono una sorta di frullatore di culture ed esperienze artistiche, dal cui incontro, confronto e scontro germinò l’identità (per quanto variegata) dell’Europa cristiana. Merito di questo volume è restituirne l’intreccio, altrove (e soprattutto nei manuali) dipanato in settori o capitoli separati che, se ne facilitano la comprensione, ne mortificano l’interazione, la vitalità e la complessità.
I cosiddetti secoli bui ne risultano illuminati e, come oramai appurato e di contro a quanto sosteneva la vecchia storiografia, si confermano vivacissima epoca di elaborazione e rielaborazione, «lungo periodo di gestazione della grande arte medievale». Marco Collareta, inoltre, sempre contestualizza, ma evitando di interpretare l’arte come conseguenza delle condizioni sociali e culturali poiché, scrive, essa «sta nella storia, ma secondo modalità che non sono date una volta per tutte e mai rinuncia a ciò che più la caratterizza: la libertà di scelta».
Di una produzione concepita come dispositivo di comunicazione visiva, lo studioso analizza gli operatori, il funzionamento e le tipologie, evidenziando l’importanza delle arti minori (per esempio dei manufatti indossati dalle persone di rango o del libro) e il ruolo non meramente ornamentale del decoro e dello sfarzo materico.
Tali temi sono svolti con trattazione agile e di piacevole lettura, forse maggiormente apprezzabile da coloro che già conoscono l’argomento. Ai capitoli con esposizione discorsiva e cronologica seguono 62 schede illustrate dedicate ad altrettante opere, nelle quali alla breve descrizione si integrano osservazioni interpretative. Esemplificativi delle precedenti considerazioni critiche, i manufatti selezionati offrono un repertorio alternativo rispetto a quelli che solitamente compongono le storie dell’arte medievale: un repertorio che incuriosisce e interroga.
Le radici dell’arte medievale. Dal paleocristiano al romanico
di Marco Collareta, 324 pp., 62 tav. col., 14 b/n, Einaudi, Torino 2024, € 38
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In diverse occasioni il santo volle cedere le proprie vesti a persone in difficoltà, ma l’incontro con un lebbroso, cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero, segnò la sua esistenza
La rinuncia alle vesti segnò (e nell’arte visualizzò) la scelta del santo di farsi povero: l’episodio sancì un cambio esistenziale che fu rinascita, inaugurando una vita di santità
Scegliendo la povertà, il santo rinunciò anche alle calzature. Ciononostante, i piedi deformati dal troppo camminare, sporchi e feriti, sono diventati gloriosi
Il Santo volle per sé e per i suoi compagni delle vesti talmente ruvide e povere che nessuno avrebbe potuto desiderarle e di stoffa non tinta, ma del colore della sorella allodola per essere di esempio «ai religiosi che non debbano avere abiti eleganti e fini, ma di tinta smorta, come la terra»



