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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliLa Galleria Fondantico presenta due percorsi espositivi, a partire dal 24 gennaio sino all’8 febbraio, distinti ma intimamente complementari, che interrogano da prospettive diverse il rapporto tra arte, memoria e esperienza individuale. Da un lato la mostra monografica dedicata ad Adria Santunione (Boretto, Reggio Emilia, 1920 - Pianoro, Bologna, 2014), interamente concentrata sul gesto pittorico e sulla materia; dall’altro «Memorie del collezionista nell’Ottocento e Novecento», un itinerario costruito attorno a una collezione privata, dove le opere diventano tracce di una vita vissuta attraverso l’arte. Due mostre che non si sovrappongono ma che dialogano sul piano più profondo della pratica artistica e del suo destino.
Nel caso di Adria Santunione, l’attenzione è rivolta alla pittura come atto, come processo ininterrotto di confronto con la materia. I suoi paesaggi sono campi di tensione in cui la natura si manifesta nella sua dimensione più instabile e sublime. Foreste scosse dal vento, mari in tempesta, antri e abissi non descrivono luoghi riconoscibili, bensì stati della pittura stessa, chiamata a misurarsi con l’eccesso, con ciò che eccede la forma. La scrittura pittorica di Santunione è libera, mobile, imprevedibile, ma mai arbitraria. La lunga consuetudine con il restauro (nelle sue mani sono passate le opere dei grandi maestri, dai Carracci a Guido Reni al Guercino) le ha fornito una conoscenza profonda della materia cromatica, che nei suoi dipinti si traduce in un controllo consapevole del colore, anche quando il gesto sembra spingersi verso una soglia quasi informale. La natura, in questo senso, non è un tema ma un dispositivo, è lo spazio necessario affinché la pittura possa accadere, rivelando la propria energia interna. Eugenio Riccòmini, a proposito dei temi della sua pittura ha scritto: «antri, abissi; e foreste squassate da un vento senza posa, lungo valli che s’aprono verso castelli spettrali, inabitati; e soprattutto oceani in tempesta, onde enormi e piene che scaricano su se stesse, accavallandosi, il proprio peso liquido, o che lo schiantano contro scogli neri e aguzzi». Il percorso coincide con lo spettacolo del fare pittura, con la sua capacità di farsi evento e non semplice immagine.
Di tutt’altra natura, ma non meno densa, è la mostra «Memorie del collezionista nell’Ottocento e Novecento», che sposta lo sguardo dall’artista a chi, nel tempo, ha scelto di vivere «immerso» nell’arte. Qui il centro è la selezione non il gesto creativo, ma quello, altrettanto decisivo, del collezionare. Le opere esposte non costruiscono una storia dell’arte in senso accademico né obbediscono a un canone prestabilito ma sono frammenti di un percorso personale, guidato da intuito, passione e riconoscimento emotivo. La collezione si presenta come una memoria stratificata, in cui convivono maestri dell’Ottocento e del Novecento bolognese senza gerarchie rigide, secondo una logica che privilegia l’esperienza vissuta rispetto alla classificazione. Ogni dipinto è una scelta, e ogni scelta racconta un rapporto intimo con l’opera, un incontro che ha lasciato una traccia. Il collezionista emerge così come figura attiva, capace di costruire un racconto parallelo dell’arte, fatto di affezioni e di ritorni. Tra i nomi degli autori in mostra spiccano Mario De Maria, Antonio Basoli, Fabio Fabbi, Luigi Serra, Flavio Bertelli e Giovanni Romagnoli, solo per citarne qualcuno tra i più noti. Accostate nello spazio della Galleria Fondantico, le due mostre chiariscono la doppia natura dell’opera d’arte: da un lato, materia viva che nasce dal confronto fisico e mentale dell’artista con il proprio medium mentre dall’altro, oggetto di memoria, capace di attraversare il tempo grazie allo sguardo di chi lo sceglie, lo conserva e lo tramanda. In questo dialogo silenzioso tra fare e custodire, tra gesto e ricordo, emerge una visione dell’arte come pratica totale, capace di dare forma tanto a un’opera quanto a un’esistenza.
Adria Santunione, «La notte dei maghi», 1985. Courtesy of Galleria Fondantico
Giovanni Romagnoli, Nudo con fiori sul petto (omaggio a Olympia di Manet), 1928. Courtesy of Galleria Fondantico