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Installation view «Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point», Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio, Venezia.

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Installation view «Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point», Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio, Venezia.

Lo sguardo di Ahmet Ertuğ nasce dall’architettura. E medita a Venezia

Ahmet Ertuğ, a Venezia, esplora l’architettura come spazio e memoria attraverso fotografie di grande formato, tra precisione tecnica e meditazione visiva. Monumenti italiani e vedute di Istanbul rivelano il dialogo tra culture, tempi e luce, invitando a osservare lo spazio con gli occhi dell’architetto e dello spettatore insieme

Nicoletta Biglietti

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Lo sguardo di Ahmet Ertuğ nasce dall’architettura. Ogni edificio è osservato secondo la prospettiva di chi lo ha progettato. La luce entra dalle aperture, modellando forme e profondità. Il grande formato restituisce proporzioni e dettagli. Gli spazi monumentali – chiese, teatri, biblioteche – diventano luoghi da attraversare con gli occhi. Serge Lutens scrive: «Ertuğ non guarda un’opera d’arte, si fonde con essa; il suo sguardo rigenerativo protegge, scolpisce, coinvolge… una visione».

La mostra «Ahmet Ertuğ. Beyond the Vanishing Point», visitabile fino al 6 aprile 2026 nelle Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio a Venezia, raccoglie 29 fotografie di grande formato dedicate al patrimonio architettonico italiano e al dialogo con il Mediterraneo. Qui spicca un’unica immagine di Istanbul: la cupola della Basilica di Santa Sofia, che collega idealmente le due città lungo la Via della Seta. Le fotografie offrono l’accesso a spazi normalmente inaccessibili e mostrano come l'architettura sia ponte tra epoche e culture.

Nato a Istanbul nel 1949, Ertuğ si forma come architetto alla Architectural Association School of Architecture di Londra tra il 1968 e il 1974. Qui entra in contatto con figure come Norman Foster e Richard Rogers, che lo orientano verso un’idea di spazio come esperienza, non solo come funzione. In quegli anni attraversa quotidianamente il British Museum, non come visitatore occasionale, ma come osservatore sistematico. Ha raccontato di aver trasformato quel percorso in una sequenza quasi cinematografica, fatta di corridoi, aperture improvvise, stratificazioni visive. È lì che si definisce la sua prospettiva drammatica. La macchina fotografica verrà dopo. Il modo di guardare era già formato.

Dopo la laurea lavora in Iran alla progettazione della nuova città di Shushtar, studiando l’architettura locale. Tra il 1978 e il 1979 trascorre 12 mesi in Giappone come Japan Foundation Fellow, documentando templi e giardini Zen. L’esperienza giapponese gli insegna a percepire lo spazio non solo con gli occhi, ma con attenzione meditativa alla luce e al ritmo dei luoghi. Al ritorno a Istanbul entra in contatto con l’architetto Mimar Sedad Hakkı Eldem, con cui collabora e instaura un rapporto duraturo.

Negli anni ’80 Ertuğ decide di dedicarsi completamente alla fotografia e fonda il proprio studio a Beyoglu, base per oltre 30 pubblicazioni. I suoi libri documentano architettura bizantina, ottomana, ellenistico-romana e asiatica, stampati e rilegati sotto la sua supervisione in Svizzera e in Italia. Utilizza macchine fotografiche di grande formato 20x25 cm / 8x10 pollici, scegliendo ogni angolo e ogni esposizione come se fosse l’occhio dell’architetto originale.

La poetica di Ertuğ unisce precisione tecnica e esperienza meditativa. La sua formazione e l’uso sistematico del grande formato lo avvicinano inevitabilmente alla Scuola di Düsseldorf di Bernd e Hilla Becher. Come per i maestri tedeschi e i loro allievi più celebri – si pensi alle biblioteche silenziose di Candida Höfer o alla monumentalità analitica di Andreas Gursky – anche in Ertuğ l'immagine diventa un documento oggettivo di una realtà che trascende il tempo. Tuttavia, mentre la scuola tedesca spesso ricerca un distacco quasi clinico, il fotografo turco infonde nei suoi scatti una certa «sacralità».

La sua sensibilità verso la forma e la materia evoca invece il lavoro di Edward Weston. Come Weston trasformava una conchiglia o un peperone in uno studio di pura geometria e sostanza, Ertuğ tratta le superfici di marmo, le stratificazioni di pietra e le decorazioni musive come tessiture organiche. La pietra non è mai fredda; sotto il suo obiettivo, respira e rivela la sua storia materiale.

L'attenzione alla luce e alla spazialità richiama anche la lezione dei grandi architetti del Novecento. Ertuğ evoca infatti la «luce silenziosa» di Louis Kahn, che vedeva nel raggio luminoso l'unico elemento capace di dare vita alla materia inerte, e la purezza zen di Tadao Ando. Proprio come Ando – che Ertuğ ha studiato durante il suo soggiorno in Giappone – il fotografo non si limita a ritrarre lo spazio, ma ne cattura il ritmo interiore, trasformando l'illuminazione in un'esperienza «spirituale».

Infine vi è anche un richiamo alla geometria rinascimentale e agli utopisti (ad esempio Boullée), con punti di fuga pensati per guidare lo sguardo e costruire visioni ideali dello spazio. Come nella scenografia rinascimentale, anche nelle fotografie di Ertuğ ogni elemento visivo è studiato per condurre lo spettatore attraverso il racconto dello spazio. E non è forse un caso che la mostra si intitoli «Beyond the Vanishing Point», come invito dell’artista a guardare «oltre» la tecnica prospettica per raggiungere la memoria profonda del luogo.

Perché la poetica di Ertuğ trasforma la fotografia in un invito a sostare, osservare e attraversare lo spazio con gli occhi dell’architetto e dello spettatore, insieme.


 

Ahmet Ertuğ, «Scala Regia – Palazzo Farnese», Caprarola, seconda metà del XVI secolo © Ahmet Ertuğ.

Nicoletta Biglietti, 26 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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