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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPer molto tempo il design ha avuto un compito relativamente semplice: produrre oggetti. Sedie, tavoli, lampade, sistemi. Forme da abitare, usare, desiderare. Poi qualcosa si è spostato. Oggi il vero oggetto del design contemporaneo sembra essere diventato il comportamento umano. E il luogo dove questa trasformazione appare più evidente è l’allestimento. Le mostre contemporanee non espongono più soltanto opere: costruiscono atmosfere psicologiche. Entrarci dentro significa attraversare dispositivi emotivi calibrati al millimetro, ambienti che regolano luce, velocità, silenzio, orientamento e persino il modo in cui il corpo occupa lo spazio. L’exhibition designer è diventato una figura centrale perché ha smesso di lavorare sulla decorazione e ha iniziato a lavorare sulla percezione. Non sorprende allora che alcuni dei progetti più interessanti oggi arrivino proprio dall’intersezione tra arte contemporanea, scenografia, interior design e retail esperienziale. Lo spazio espositivo funziona ormai come una forma di regia invisibile. Una coreografia lenta dove il visitatore si muove tra immagini, materiali, suoni e vuoti con la sensazione costante di stare dentro qualcosa che assomiglia più a un film che a una mostra.
Durante la Milano Design Week 2025, per esempio, l’installazione di Dimorestudio per Loro Piana ha funzionato così. Più che un allestimento, una specie di thriller domestico ispirato alle atmosfere del film del 1972 «La prima notte di quiete» di Valerio Zurlini. Una casa attraversabile, dove l’arredamento diventava elemento narrativo prima ancora che materiale. Non si visitava uno spazio: si veniva assorbiti da un sistema emotivo. Anche molte mostre d’arte contemporanea ormai funzionano secondo questa logica. Nei giorni della Biennale di Venezia, ad esempio, «Canicula», collettiva della Fondazione In Between Art Film curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, e allestita al Complesso dell’Ospedaletto, utilizza la scenografia firmata dallo studio 2050+ per trasformare il percorso espositivo in deriva percettiva. Le opere video non sono solo collocate nello spazio: emergono da un ambiente instabile, attraversato da una tensione continua tra architettura, luce e suono. Non più white cube, ma paesaggio psicologico. Lo si vede anche in progetti apparentemente più minimali. Nel 2025 l’architetto Federico Fedel ha firmato l’allestimento di «7½» di Juergen Teller a Sabbioneta. Nella Sala degli Specchi, le foto erano sospese dal soffitto creando una specie di foresta verticale di immagini fluttuanti. Nella Galleria degli Antichi, invece, Teller veniva disposto orizzontalmente lungo un enorme tavolo di legno che costringeva il pubblico a piegarsi, quasi inginocchiarsi davanti alle immagini. Un gesto semplice ma potente: la mostra non chiedeva solo di guardare, ma una postura fisica, e quindi mentale. L’exhibition design diventa interessante quando modifica il corpo prima ancora dello sguardo. Figure come Es Devlin, che a settembre guiderà Homo Faber 2026 a Venezia, hanno costruito intere carriere su questo slittamento. Le sue installazioni lavorano come gigantesche macchine percettive dove luce, movimento e architettura producono stati emotivi temporanei.
Anche Rem Koolhaas, attraverso i progetti di OMA e AMO, ha trasformato spesso il display in una forma di montaggio critico, dove lo spazio espositivo funziona come un editoriale tridimensionale. Naturalmente esiste anche una deriva estetizzante. Negli ultimi anni si sono moltiplicate installazioni immersive che sembrano progettate per essere fotografate: stanze monocromatiche, nebbie artificiali, corridoi specchiati, tende semitrasparenti che oscillano. Esperienze spesso impeccabili ma prive di attrito. Eppure, qualcosa continua a rendere questo territorio assai fertile. Forse perché l’allestimento è uno dei pochi luoghi dove il design riesce ancora a lavorare sul tempo. Non il tempo della produzione industriale, ma quello della percezione. Rallentare qualcuno, disorientarlo. Creare attesa. L’exhibition designer è oggi quasi un montatore cinematografico dell’attenzione. Gli oggetti continuano a esserci, ma il centro del discorso si è spostato nell’atmosfera. È lì che oggi il design sembra giocarsi la sua partita più intrigante, nel progettare modi diversi di attraversare la realtà.
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