Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image MEDIA PARTNERSHIP

Fabio Pacifico.

© Andrea Ferrari.

Image MEDIA PARTNERSHIP

Fabio Pacifico.

© Andrea Ferrari.

MIART NEW DIRECTION | Fabio Pacifico

In vista della trentesima edizione di Miart, una serie di conversazioni con collezionisti per orientarsi tra visioni, scelte e strategie di acquisizione

Jenny Dogliani

Leggi i suoi articoli

Fabio Pacifico è un collezionista d’arte contemporanea italiano, attivo nel panorama di fiere e istituzioni. La sua ricerca si concentra su linguaggi che spaziano dalla fotografia alle pratiche concettuali e politiche, con un’attenzione particolare alla costruzione di uno sguardo critico e coerente.

Il tema della trentesima edizione di miart è New Directions, un invito a immaginare cambiamenti e nuove traiettorie. Nel tuo percorso di collezionista c’è stato un momento in cui hai sentito l’esigenza di cambiare direzione, aprendo la collezione a nuovi linguaggi, generazioni o geografie?
Credo che il lavoro del collezionista – perché di lavoro si tratta, anche quando nasce da un piacere – non sia tanto inseguire il nuovo, quanto riconoscerlo prima che venga dichiarato tale. Il mio percorso è partito dalla fotografia, probabilmente il linguaggio più immediato e democratico, per poi attraversare il figurativo fino ad arrivare a pratiche più politiche e concettuali. Non è stato un “cambio di direzione”, ma un progressivo affinamento dello sguardo. L’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2015, curata da Okwui Enwezor, ha rappresentato un momento di cambiamento importante, non tanto per l’apertura geografica a nuove realtà in sé, ma perché ha rimesso al centro una dimensione più politica e meno decorativa dell’arte. I viaggi in Africa hanno poi consolidato questa percezione: lì ho capito che l’arte non è mai un linguaggio neutro, ma sempre una presa di posizione o un grido di protesta. Oggi penso che più che inseguire il nuovo, sia importante costruire uno sguardo coerente, capace di evolvere senza perdere profondità.

Le fiere rappresentano oggi uno dei principali momenti di incontro tra gallerie, artisti e collezionisti. Che ruolo ha miart nel tuo calendario e nel tuo modo di osservare e scoprire nuove opere?
miart è una fiera con tutte le potenzialità per diventare la fiera più importante in Italia, nonostante un calendario non proprio favorevole, così schiacciata sul Salone del Mobile. Può però beneficiare della vicinanza alla Biennale di Venezia, con le gallerie che possono farsi volano per gli artisti che saranno presenti in mostra.

Quando visiti una fiera, e miart in particolare, cosa guida il tuo sguardo: artisti che già segui, nuove gallerie, nuove generazioni di artisti o opere che possano aprire un capitolo inatteso nella tua collezione?
Oggi lo sguardo è inevitabilmente più consapevole e selettivo, quasi difensivo. L’arte contemporanea sta attraversando un momento di sospensione: non tanto per mancanza di qualità, quanto per una difficoltà diffusa a produrre visioni davvero nuove. I grandi conflitti contemporanei sembrano aver paralizzato più che attivato il pensiero artistico. Per questo motivo il sistema – collezionisti e gallerie – si è rifugiato nel già consolidato. È un movimento comprensibile, ma anche pericoloso: quando il presente smette di rischiare, diventa rapidamente irrilevante. Quello che manca oggi è una vera rottura. Non l’ennesima variazione su linguaggi già digeriti, ma un cambio di paradigma. C’è l’aspettativa che la prossima Biennale possa segnare un punto di svolta, riportando al centro artisti nuovi ma già strutturati, capaci di costruire un linguaggio e non solo un posizionamento. Non serve una nuova marginalità esotica: serve un nuovo linguaggio.

Nel corso degli anni, ci sono state opere o progetti che hanno rappresentato per te un punto di svolta, segnando un momento particolarmente significativo nello sviluppo della tua collezione?
Più che singole opere, per me il vero punto di svolta è stato un cambiamento nel ruolo stesso del collezionista. La nascita e la crescita delle fondazioni private, cito tra tutte la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo o la Fondazione Prada, ha segnato un passaggio decisivo: la collezione non è più solo accumulazione privata, ma costruzione di un discorso pubblico. Questo ha alzato enormemente il livello di responsabilità. Collezionare oggi significa prendere posizione, non solo scegliere opere, portando molti collezionisti, me incluso, a riflettere non solo sulle opere, ma sul contesto e cosa significa costruire una collezione nel tempo.

Milano è una città in cui arte, design, moda e architettura convivono e spesso dialogano tra loro. Quando ti trovi in città, in che modo questo ecosistema creativo così trasversale influisce sul tuo sguardo e sul tuo modo di vivere l’arte?
Milano è probabilmente la città più contemporanea d’Italia, ma paradossalmente non ha ancora costruito una vera istituzione pubblica all’altezza della sua energia. È curioso che l’arte contemporanea sia sostanzialmente sostenuta dai privati, mentre il pubblico continua a produrre tentativi spesso incompiuti. Penso a Palazzo Reale o Palazzo Citterio: occasioni importanti, ma mai pienamente risolte. Il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea mantiene una programmazione interessante, ma non può reggere da solo il peso di una città come Milano. In questo contesto, il contributo dei soggetti privati è stato fondamentale e continua a esserlo, non in sostituzione del pubblico, ma come elemento complementare ed è proprio in questo equilibrio tra pubblico e privato che, a mio avviso, si gioca il futuro culturale della città.

Jenny Dogliani, 15 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Sotto le stelle del jazz di Coltrane, la fiera milanese festeggia dal 17 al 19 aprile il trentennale con 160 gallerie, tante novità e una sede inedita

A Palazzo Caffarelli fino al 19 luglio oltre 70 dipinti, disegni e documenti dagli esordi con i Medici ai cantieri vaticani, tra arte, potere, umanesimo, Vite, disegno e collezionismo

La terza edizione della grande kermesse non è una somma di mostre, ma uno spazio di relazioni attraverso la fotografia di ieri e di oggi

Il pensiero dell’architetto e designer italiano attraverso oltre quattrocento opere a Triennale Milano

MIART NEW DIRECTION | Fabio Pacifico | Jenny Dogliani

MIART NEW DIRECTION | Fabio Pacifico | Jenny Dogliani