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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliIl 2025 si è imposto come un anno spartiacque per il mercato dell’arte globale. Dopo oltre un decennio di crescita trainata dall’Occidente, il sistema appare oggi attraversato da una duplice tensione: da un lato l’instabilità economica e politica degli Stati Uniti e dell’Europa, aggravata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca; dall’altro l’ascesa sempre più evidente del Golfo Persico come nuovo epicentro di investimenti, istituzioni e strategie culturali di lungo periodo. La contrazione del mercato globale, iniziata già negli anni precedenti, si è protratta nel 2025 colpendo in modo significativo il cosiddetto mercato medio. La chiusura di gallerie storiche e influenti – da Sperone Westwater e Kasmin a New York a Project Native Informant a Londra, fino a Pace a Hong Kong – ha reso visibile una fragilità strutturale. A fronte di questo arretramento, la fascia altissima del mercato ha mostrato segnali di tenuta, se non di ripresa: vendite record, collezioni «guanto bianco» e risultati eccezionali alle aste di novembre a New York hanno confermato che il capitale ultra-alto continua a muoversi, ma in modo sempre più selettivo e conservativo, privilegiando il mercato secondario e gusti canonici. Tuttavia, a rendere gli Stati Uniti un terreno sempre meno affidabile non è solo la volatilità economica. Il primo anno completo del secondo mandato di Trump ha riaperto una stagione di incertezza normativa e commerciale. I dazi annunciati in modo discontinuo, pur escludendo in larga parte le opere d’arte, hanno avuto un effetto destabilizzante sulla logistica e sulle arti decorative, compromettendo la reputazione degli USA come hub fluido per il commercio culturale. Parallelamente, in Europa, la nuova legislazione anti-traffico illecito entrata in vigore lo scorso giugno ha messo in difficoltà il mercato degli oggetti antichi, imponendo requisiti di provenienza spesso impossibili da soddisfare. Se Paesi come Italia, Francia e Germania hanno tentato di compensare con incentivi fiscali e riduzioni dell’IVA, il quadro complessivo resta stagnante, con la crescita di Parigi che appare più come un effetto collaterale della Brexit che come un’espansione sistemica.
È in questo vuoto di stabilità che il Golfo Persico ha accelerato il proprio ingresso al centro del sistema dell’arte globale. L’annuncio dell’apertura di Art Basel Qatar il prossimo febbraio e l’arrivo di Frieze Abu Dhabi a novembre non sono eventi isolati né improvvisi: rappresentano piuttosto la ratifica di un processo avviato da oltre vent’anni, in cui cultura, diplomazia e capitale simbolico sono stati utilizzati come strumenti strategici di posizionamento geopolitico. Il Qatar incarna in modo esemplare questa trasformazione. Da Stato noto quasi esclusivamente per le risorse energetiche, Doha ha costruito un ecosistema culturale articolato e coerente: musei iconici come il Museum of Islamic Art di I.M. Pei e il National Museum of Qatar di Jean Nouvel, biblioteche, programmi di residenza, arte pubblica diffusa e una rete istituzionale capace di dialogare con l’Occidente senza subirne i modelli. Sotto la guida di Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, il Paese ha affermato una visione in cui l’arte è diventata una sorta di infrastruttura culturale e politica. L’arrivo di Art Basel, con una direzione artistica affidata a Wael Shawky, suggella la maturità di questo sistema, pur sollevando interrogativi sul delicato equilibrio tra mercato e autonomia curatoriale. Accanto al Qatar, l’Arabia Saudita sta percorrendo una strada diversa ma complementare. Qui il mercato precede l’istituzione, agendo come acceleratore di una trasformazione culturale più ampia. Il debutto di Sotheby’s a Diriyah, con Origins nel febbraio 2025, con un’asta da oltre 17 milioni di dollari e una forte partecipazione di collezionisti locali, ha segnato un punto di non ritorno. I risultati ottenuti da artisti arabi moderni e contemporanei – spesso superiori alle stime – hanno dimostrato l’esistenza di una domanda reale e consapevole, non più confinata a un collezionismo identitario o decorativo. La seconda asta, a Riyadh, Origins II (31 gennaio), programmata strategicamente in concomitanza con la Biennale di Diriyah e a ridosso di Art Basel Doha, rafforza l’idea di un ecosistema in rapida strutturazione, capace di mettere in dialogo il canone occidentale con la storia visiva del Medio Oriente.
In questo scenario, Sharjah e Abu Dhabi giocano ruoli complementari. La prima, grazie alla visione curatoriale di Sheikha Hoor Al Qasimi, si è affermata come laboratorio critico e spazio di legittimazione per pratiche artistiche non occidentali, costruendo autorevolezza sul tempo lungo e sulla ricerca. La seconda, forte di istituzioni come il Louvre Abu Dhabi e di un crescente calendario fieristico (vedi anche la fiera Nomad svoltasi qua lo scorso novembre), punta a diventare il nodo in cui mercato, musei e produzione culturale globale convergono. Nel loro insieme, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non stanno semplicemente assorbendo il modello occidentale, ma lo stanno riformulando. Mentre l’Occidente appare ripiegato su se stesso, frenato da inspiegabile burocrazia, protezionismi e regolamentazioni restrittive, il Golfo propone un campo culturale ibrido, in cui capitale economico, visione istituzionale e soft power operano in sinergia. Il risultato è uno spostamento sempre più evidente del baricentro della contemporaneità: non più un centro unico, ma un nuovo asse che dal Golfo Persico ridisegna le geografie dell’arte globale.
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