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Nel 2001 si apriva al PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano la mostra «Kurt Schwitters. Collages, dipinti e sculture 1914-1947», curata, in collaborazione con Luigi Sansone, da Karin Orchard, direttrice dello Sprengel Museum di Hannover e curatrice del Catalogo ragionato dell’artista tedesco (Hannover, 1887-Kendal, UK, 1948). Era un’indagine sul modello dell’accumulazione e dell’assemblaggio di materiali praticato da Schwitters, autore che ebbe evidenti tangenze con avanguardie come il Dadaismo e il Costruttivismo senza mai, però, aderirvi espressamente. Schwitters si riconosceva infatti nel solo principio artistico, di sua invenzione, di «Merz», con cui intendeva proprio la pratica dell’assemblaggio casuale (almeno in apparenza) di materiali visivi e materiali di scarto, suoni e parole: prelievi dal reale con cui ricomponeva un personalissimo mosaico della quotidianità. Intrecciava collage, scultura, poesia sonora, e creava ambienti come il celebre «Merzbau», sorta di organismo vivente fatto di elementi disparati, che dal 1923 in poi prese a crescere, dilatarsi, lievitare, trasformarsi incessantemente nella sua casa di Hannover prima, poi in Norvegia, dove riparò nel 1937, poi ancora, dal 1947 alla sua morte, in Inghilterra, qui in un fienile: l’unica versione giunta fino a noi, seppure incompiuta (ma la domanda è: può mai «Merzbau» considerarsi compiuto?).
Un quarto di secolo dopo quella mostra, prendendo spunto proprio da essa, il PAC dedica l’edizione 2026 di «Performing PAC» (dal 3 luglio al 13 settembre) al processo cumulativo elaborato da Schwitters e lo riaccende grazie a materiali d’archivio e attraverso il lavoro di sette artisti di oggi, invitati a riflettere su quella modalità linguistica, che essi stessi condividono.
Intitolato «These Fragments I Have Shored Against My Ruins», da uno dei versi finali di The Waste Land (1922) di T.S. Eliot, «Performing PAC» 2026 («un progetto espositivo che mette in dialogo la memoria storica del PAC con le pratiche artistiche contemporanee, trasformando l’archivio in uno strumento di rilettura del presente», spiegano i curatori Silvia Bignami, Iolanda Ratti e Diego Sileo), presenta cinque importanti collage di Kurt Schwitters, insieme a opere e installazioni di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970; qui con «Studio Manifesta», installazione realizzata per questa mostra); John Bock (Gribbhom, Germania, 1965; con «Mien-Gribbhom-Wien-Milano», opera acquistata dal Museo del Novecento di Milano in occasione di una collettiva al PAC del 2000); Gabriella Ciancimino (Palermo, 1978; con l’intervento site specific «Il Giardino della Chimera»); Roberto Cuoghi (Modena, 1973; che con la sua inedita installazione occupa l’intera balconata); Thomas Hirschhorn (Berna, 1970; con i 17 manifesti di cartone «I-nfluencer-poster», 2021; Lucia Marcucci (Firenze, 1933; pioniera della Poesia Visiva, con 25 collage storici e recenti) e Mika Rottenberg (Buenos Aires, 1976; con la videoinstallazione «Cosmic Generator», 2017): artisti che nei loro lavori stratificano e ricompongono frammenti di memoria e di esperienza secondo una modalità affine a quella di Schwitters, tuttora più che attuale.
Un progetto, questo, fortemente consonante con lo spazio del PAC, inaugurato nel 1954 su progetto (magistrale) di Ignazio Gardella, distrutto nel 1993 da un attentato mafioso e poi rinato anch’esso dalle sue macerie (aggiornato ai nuovi standard museali) esattamente trent’anni fa, nel 1996, sotto la guida dello stesso Ignazio Gardella: a quella ricostruzione guarda l’approfondimento della Project Room «Architettura alla prova. Il PAC di Ignazio Gardella», a cura di Claudia Cavallo. Sono previste quattro performance, il 2, il 7 e il 14 luglio e il 10 settembre.