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Alessandro Sciarroni, Cimam 2025

Photo: Giorgio Perottino

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Alessandro Sciarroni, Cimam 2025

Photo: Giorgio Perottino

Musei globali: che cosa resta del Cimam 2025

Dalla crisi strutturale ai nuovi pubblici, la conferenza annuale dell’International Committee for Museums and Collections of Modern Art rimane il luogo centrale del dibattito internazionale attraverso il dialogo e lo scambio di idee

Matteo Mottin

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Il Cimam (International Committee for Museums and Collections of Modern Art) rappresenta da oltre sessant’anni uno dei principali spazi di confronto internazionale per direttori, curatori e professionisti impegnati nei musei e nelle collezioni di arte moderna e contemporanea. La sua conferenza annuale costituisce il momento più rilevante di questo network: non un semplice congresso, ma un laboratorio di idee in cui si misurano le trasformazioni politiche, sociali ed economiche che attraversano le istituzioni culturali a livello globale.

La 57esima edizione del Cimam, di cui è stato di recente pubblicato un nutrito report, si è svolta a Torino dal 28 al 30 novembre scorsi, segnando il ritorno dell’organizzazione in Italia dopo quasi cinquant’anni dall’edizione del 1976, svoltasi tra Prato e Bologna. Promossa da un sistema istituzionale cittadino particolarmente coeso (composto da Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Fondazione Torino Musei) e sostenuta dalla Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea Crt e dalla Fondazione Crt, la conferenza ha coinvolto 302 professionisti provenienti da 56 Paesi, il numero di partecipanti più alto nella storia dell’evento.

Il titolo scelto per l’edizione 2025, «Enduring Game: Expanding New Models of Museum Making», ha posto al centro una riflessione sul carattere strutturale della crisi che investe oggi i musei: tagli ai finanziamenti pubblici, polarizzazione politica, conflitti armati, emergenza climatica, ridefinizione dei pubblici e messa in discussione delle genealogie coloniali delle istituzioni. Elemento distintivo di questa edizione è stata l’introduzione dei «Breakout Session Groups» da parte della presidente del Content Committee Chus Martínez: i partecipanti sono stati divisi in gruppi, ciascuno coordinato da un moderatore, per discutere e condividere pratiche di resistenza, adattamento e reinvenzione.

La prima giornata, ospitata alle Ogr e dedicata al tema «Doing Less vs. Doing Differently», si è aperta con la performance di Alessandro Sciarroni «Don’t be Frightened of Turning the Page»: un danzatore roteava velocemente su sé stesso in senso orario seguendo il ritmo di una composizione musicale in 5/4: l’evidente sforzo fisico del performer, le minimali variazioni nei movimenti delle braccia e nell’espressione del viso hanno creato un effetto ipnotico sul pubblico, introducendolo efficacemente all’argomento della giornata. Dopo la performance, il discorso di apertura di Françoise Vergès è stato uno degli interventi più radicali dell’intera conferenza. L’attivista francese ha collocato il museo all’interno di ciò che definisce una «controrivoluzione globale», interrogando le istituzioni culturali sulla loro capacità di resistere allalleanza tra neoliberismo, autoritarismo e nuove destre. La distinzione tra lentezza e velocità (l’essere lenti per costruire ma rapidi nel proteggere, nel creare rifugi e nel sottrarsi alla sorveglianza) è diventata una chiave concettuale ricorrente nelle successive discussioni delle Breakout Session. Successivamente, sono stati assegnati gli Outstanding Museum Practice Award al Museo Barda del Desierto in Patagonia, alla Bergen Kjøtt Foundation in Norvegia e al Palestinian Museum di Birzeit, un premio che sottolinea l’attenzione del Cimam verso pratiche museali capaci di operare in condizioni di forte complessità politica e sociale. 

Diana Anselmo. Photo: Giorgio Perottino

Il secondo giorno, dal titolo «Mapping Desires», ha spostato l’attenzione dalle condizioni strutturali alle aspirazioni concrete. Al Teatro Carignano, dopo la performance del cantante e compositore egiziano Abdullah Miniawy, Elizabeth Povinelli ha proposto una riflessione sulle tensioni che emergono quando i musei si confrontano con «ontologie altre», mettendo in guardia dal rischio di unappropriazione simbolica travestita da apertura epistemologica. A seguire, una serie di interventi brevi ha restituito un panorama estremamente eterogeneo di pratiche: dall’esperienza del Arna Jharna Museum raccontata Rustom Bharucha, un museo dedicato non a opere antiche e preziose ma al portato culturale di semplici oggetti di uso comune, alle esperienze di museologia rigenerativa in contesti africani presentate da Azu Nwagbogu; dalla rivendicazione del piacere nel curare mostre come forza trasformativa proposta da Karen Archey, fino ai modelli di cooperazione territoriale illustrati da Francesco Manacorda a partire dall’esperienza del «Sistema Torino».

La terza giornata, ospitata dalla Centrale Nuvola Lavazza, si è aperta con l’Assemblea Generale, in cui è stato annunciato che Amanda de la Garza Mata, vicedirettrice artistica del Museo Reina Sofía di Madrid, sarà la presidente del Cimam per il triennio 2026-28, e che la prossima conferenza si terrà dal 20 al 22 novembre 2026 ad Harare, in Zimbabwe, nel continente africano per la prima volta nella storia dell’organizzazione. La giornata, dal titolo «Transactions and Transmission. Tactics of Togetherness», è stata dedicata ai temi della comunicazione e della relazione con il pubblico intesa come spazio di negoziazione e coproduzione, ed è proseguita con la performance «Pas Moi» di Diana Anselmo: un dialogo tra non udenti in linguaggio dei segni, reso accessibile al pubblico tramite la proiezione di sottotitoli, incentrato sulla nascita dei primi strumenti di registrazione e riproduzione del suono. Il successivo intervento di Mariana Mazzucato ha rappresentato un punto di snodo fondamentale, spostando il discorso sul piano dell’economia politica: l’arte e la cultura, ha sostenuto, non devono essere considerate un costo, ma un investimento capace di orientare lo sviluppo economico e di generare valore pubblico. Una posizione che ha risuonato con forza in un contesto segnato da politiche di austerità e da una crescente strumentalizzazione della cultura.

Più che offrire risposte definitive, Cimam 2025 ha messo in scena un campo di tensioni: lo scopo della conferenza non è giungere a una conclusione sui temi trattati, tantomeno elaborare soluzioni pratiche immediate, ma porsi come invito a considerarne le logiche attraverso il dialogo e lo scambio di idee. Per i partecipanti, il Cimam è un’occasione per conoscersi di persona e costruire network internazionali, da cui far nascere futuri progetti e collaborazioni. Ha anche uno scopo meno evidente: dare la possibilità ai direttori di museo di astrarsi per tre giorni dalla burocrazia, dai bilanci, dalla gestione del personale e da altre incombenze organizzative che costituiscono gran parte del loro mestiere e dedicare spazio mentale a un ascolto della situazione globale, e individuare tematiche, idee e direzioni che li aiutino a mantenere attuale la loro istituzione.

Quella che emerge dai tre giorni di conferenza infatti è un’immagine del museo profondamente trasformata rispetto al suo modello tradizionale: il museo non è più un contenitore, un custode passivo di opere e oggetti, ma uno spazio dinamico di relazioni, un luogo di incontro tra esigenze locali e dialoghi globali, saperi accademici e voci marginalizzate. Non è più un luogo oggettivo e neutrale, ma territorio di negoziazione di senso su identità, memoria e valori. Per rimanere rilevante in un presente segnato da crisi politiche, climatiche e economiche, il museo deve affrontare il non facile compito di adattarsi e reinventare costantemente il suo ruolo, e al contempo promuovere una lentezza operativa e riflessiva che contrasti la frenesia di produzione di contenuti caratteristica dei social e del digitale, per generare un sapere profondo e sostenibile. Data la pluralità di voci del Cimam 2025, provenienti da contesti sociali e culturali profondamente eterogenei, è difficile concentrare l’esperienza dei tre giorni in poche semplici parole, ma una giovane curatrice, durante un dialogo informale, ha pronunciato una frase che sintetizza molto bene l’attitudine emersa dai tre giorni di conferenze: «Un museo, oggi, dovrebbe ascoltare piuttosto che ipotizzare».

Matteo Mottin, 13 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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