Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliAlla Milano Design Week 2026, tra eccessi cromatici e coreografie di superfici lucidissime, affiora una parola che fino a poco tempo fa avremmo guardato con sospetto: tenerezza. Non quella rassicurante e un po’ decorativa del design emotivo anni Novanta, ma una forma più complessa e disarmata che potremmo chiamare, con un certo gusto per l’ossimoro, tenerezza radicale. Non debolezza, ma strategia. Non fuga, ma postura. E soprattutto non consolazione, bensì dispositivo critico. È in questa piega che si incontrano, quasi senza saperlo, due progetti tra i più sottili e spiazzanti della settimana: da una parte Soft Parade di Job Smeets, curata da Maria Cristina Didero per Mouromtsev Design Editions alla Raritas Fair; dall’altra The Romance of Fragility/Glass, curata da Valentina Ciuffi negli spazi di Delvis (Un)Limited. Non è difficile capire perché oggi la tenerezza torni come lessico condiviso: mentre la guerra in Ucraina continua a ridefinire equilibri europei e il Medio Oriente si incendia, il design sembra reagire con un gesto quasi controintuitivo: rallentare. Come se, davanti a un mondo che si irrigidisce, l’unica risposta possibile fosse piegarsi leggermente.
Smeets arriva a Milano con una collezione che, già dal titolo, ha qualcosa di programmaticamente ambiguo. Soft Parade è una processione lenta di oggetti che sembrano chiedere protezione mentre la offrono. Non è un caso che Didero la descriva come «una pausa segnata dall’ironia, meno un rifugio che una ricalibrazione», sottolineando come l’ironia qui funzioni «come uno strumento necessario, una posizione critica in risposta a un clima di incertezza generale e di futuro imprevedibile». La piuma diventa daybed, la fiamma una lounge chair, il pneumatico una lampada domestica, i distributori di caramelle sostengono un tavolo con la serietà di colonne classiche. Non è solo un gioco di inversioni, ma una forma di negoziazione emotiva con il presente. Qui la morbidezza non si oppone alla durezza: la accompagna, la disinnesca, la rende abitabile. Guardati da vicino, questi oggetti funzionano come microrifugi: non offrono conforto in senso tradizionale, ma suggeriscono un modo diverso di occupare lo spazio e il tempo. Sedersi su una piuma o appoggiarsi a una fiamma significa accettare una piccola sospensione del controllo.
È un gesto quasi politico, oggi. Didero insiste su questo punto quando legge il progetto come «un rallentamento, un’espirazione misurata», dove la morbidezza diventa «non rassicurazione ma modalità di negoziazione». E l’ironia, che da sempre attraversa la grammatica di Studio Job, smette di essere solo superficie e si fa infrastruttura psicologica, una tecnologia minima per stare al mondo senza irrigidirsi troppo.
A pochi isolati di distanza, negli spazi di via Fatebenefratelli, The Romance of Fragility/Glass affronta una questione analoga da una prospettiva opposta. Qui non si tratta di addomesticare il pericolo, ma di ridefinire l’idea stessa di fragilità. Valentina Ciuffi parte dall’etimologia («fragĭlis», da «frangere», rompere) per ribaltare un equivoco moderno: «non indica qualcosa di debole in senso morale o strutturale, ma qualcosa che può rompersi». E soprattutto: «la fragilità non è il momento della rottura, ma il tempo che la precede». Le opere di Familiar Form, Serim Kwack, Johan Pertl, Inderjeet Sandhu, Tino Seubert e Maria Tyakina spingono il vetro verso i suoi limiti, mettendolo sotto stress, accostandolo al metallo, trasformandolo in simulacro liquido o in scultura compatta, lasciando che le crepe diventino memoria e non difetto. In mostra, la fragilità non è mai statica. Alcuni pezzi sembrano sul punto di cedere senza farlo mai; altri esibiscono la tensione come fatto estetico. Ciuffi lo dice con precisione quasi disarmante: «fragile non è l’opposto di forte. È l’opposto di inerte». Ed è forse qui che la mostra trova la sua forza più inattesa: nel suggerire che ciò che reagisce, risponde, si trasforma, genera anche una forma di cura e di desiderio. Visti insieme, Soft Parade e The Romance of Fragility raccontano una stessa trasformazione di sensibilità. Se per anni il design ha inseguito la performance, la velocità, l’idea di resilienza come corazza, oggi sembra preferire forme più porose e meno eroiche. La tenerezza radicale che attraversa questi progetti non è un invito alla resa, ma una strategia di sopravvivenza sofisticata: accettare la vulnerabilità senza farne un dramma, riconoscere il rischio senza mitizzarlo, abitare l’incertezza con una certa eleganza. La Design Week, nel suo continuo oscillare tra spettacolo e riflessione, trova una delle sue immagini più convincenti. Non nella superficie impeccabile degli oggetti, ma nella loro capacità di accogliere il dubbio.
Altri articoli dell'autore
La performance di Faustin Linyekula e Heru Shabaka-Ra, a cura di Edoardo Lazzari, apre per la prima volta al pubblico le gigantesche officine dove tra Cinquecento e Seicento la Serenissima costruiva le sue navi da guerra
La grammatica del capolavoro di Antonioni del 1966 ha molte affinità con quella dell’oggi. E anche se cambia la tecnologia, non cambia l’equivoco: pensare che vedere equivalga a sapere
Con poche opere in uno spazio-cantiere una mostra al Museum of Modern Art di New York prova a «rimettere in movimento» Kahlo e Rivera, ribaltandone i miti
Cinquant’anni dopo l'uscita del film di Sidney Lumet, con la sceneggiatura di Paddy Chayefsky, non abbiamo più bisogno di immaginare un anchorman trasformato in «profeta pazzo dell’etere»: la distinzione tra informazione e performance è evaporata



