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Howard Beale, interpretato da Peter Finch che per quel ruolo vinse l’Oscar postumo, nel film «Network» («Quinto potere») di Sidney Lumet uscito nel 1976

Foto Orthos Logos

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Howard Beale, interpretato da Peter Finch che per quel ruolo vinse l’Oscar postumo, nel film «Network» («Quinto potere») di Sidney Lumet uscito nel 1976

Foto Orthos Logos

La familiarità disturbante di «Quinto potere», dove tutto sembra già accaduto

Cinquant’anni dopo l'uscita del film di Sidney Lumet, con la sceneggiatura di Paddy Chayefsky,  non abbiamo più bisogno di immaginare un anchorman trasformato in «profeta pazzo dell’etere»: la distinzione tra informazione e performance è evaporata

Germano D’Acquisto

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Nel 1976 non era ancora chiaro. O meglio: lo era, ma nessuno voleva crederci davvero. «Network», da noi ribattezzato «Quinto potere» con quella leggerezza tutta italiana nel trasformare i titoli in dichiarazioni di principio, diretto da Sidney Lumet usciva come un film nervoso, sbagliato, eccessivo. Un oggetto fuori scala, troppo teatrale per essere realistico, troppo lucido per essere davvero satira. Lo sceneggiatore Paddy Chayefsky lo chiamava reportage. Aveva ragione, ma in anticipo di mezzo secolo.

La scena più citata, Howard Beale (interpretato da Peter Finch) che invita gli americani ad aprire le finestre e urlare «I’m as mad as hell…», oggi è quasi un cliché. Funziona ancora, certo. Ma è diventata innocua, come tutte le frasi che vengono stampate sulle t-shirt. Il vero nodo del film sta altrove: nel momento in cui quella rabbia, apparentemente autentica, viene inglobata, normalizzata, monetizzata. Quando il grido smette di essere rottura e diventa format. È qui che il film smette di essere anni Settanta e comincia a parlare di adesso.

Negli Stati Uniti del 2026, ma non solo lì, non abbiamo più bisogno di immaginare un anchorman trasformato in «profeta pazzo dell’etere». Abbiamo direttamente la versione aggiornata, diffusa, decentralizzata. Donald Trump non è Howard Beale: è la sua evoluzione naturale. Non urla contro il sistema televisivo: lo usa, lo piega, lo anticipa. Non ha bisogno di essere licenziato per diventare spettacolo: nasce già come spettacolo. Il passaggio decisivo, che «Quinto potere» intuiva ma non poteva ancora vedere, è questo: non esiste più un «fuori» rispetto ai media.

Lumet e Chayefsky raccontavano una televisione che stava per essere colonizzata dall’intrattenimento. Oggi quell’operazione è compiuta. Le news non imitano lo show: sono lo show. E quando non lo sono abbastanza, perdono ascolti. La distinzione tra informazione e performance è evaporata, sostituita da una cosa più ambigua: la narrazione permanente.

Rivedere «Quinto potere» oggi, anche solo mentalmente, senza bisogno del Blu-ray della Criterion come gesto quasi militante, produce una sensazione curiosa. Non tanto di profezia, parola abusata, quanto di familiarità disturbante. Tutto sembra già accaduto. La programmatrice cinica interpretata da Faye Dunaway, pronta a trasformare una crisi mentale in un prodotto seriale, non è più un personaggio estremo: è una figura perfettamente plausibile, quasi moderata rispetto a certe derive contemporanee. Il dirigente interpretato da Robert Duvall, che accetta qualsiasi deriva pur di mantenere il controllo economico, non scandalizza più. È la normalità.

E poi c’è il discorso di Arthur Jensen, forse il momento più lucido e meno citato del film. Quando spiega a Beale che non esistono più Nazioni, ma solo flussi economici interconnessi, sta descrivendo un mondo che oggi diamo per scontato. Globalizzazione, mercati, interdipendenza: parole che nel ’76 suonavano astratte e oggi sono diventate infrastruttura invisibile. Il problema è che, nel frattempo, la politica ha iniziato a comportarsi come se quel mondo non esistesse, o come se potesse essere semplificato in slogan. Da qui il cortocircuito: una realtà complessa raccontata attraverso linguaggi sempre più elementari.

In questo senso, il destino di Howard Beale è meno grottesco di quanto sembri. Viene prima sfruttato, poi svuotato, infine eliminato perché non performa più. «Ucciso perché aveva bassi ascolti»: una battuta che oggi suona meno assurda di quanto dovrebbe. Non serve più una pallottola in diretta. Basta un algoritmo.

Quello che colpisce, riguardando il film cinquant’anni dopo, è l’assenza di nostalgia. «Quinto potere» non rimpiange un’epoca migliore della televisione, probabilmente perché sapeva che non era mai esistita. Mostra piuttosto un sistema già compromesso, solo meno sofisticato nel nascondere le proprie logiche. Oggi quelle logiche sono diventate più fluide, più veloci, più pervasive. Ma la struttura è la stessa: catturare l’attenzione, trasformarla in valore, riprodurla all’infinito.

E allora la domanda non è se il film sia ancora attuale. È se siamo ancora in grado di leggerlo come qualcosa di più di una conferma. Perché il rischio, oggi, è quello di guardare «Quinto potere» come si guarda una vecchia profezia avverata, con un misto di compiacimento e rassegnazione. «Avevano ragione”. Fine.

In realtà, il film funziona ancora perché non chiude il discorso. Non offre una soluzione, né un’alternativa. Mostra un meccanismo e lo porta fino alle sue estreme conseguenze. Il resto, cioè tutto, è lasciato allo spettatore.

A distanza di cinquant’anni, la scena più interessante non è quella in cui si urla fuori dalla finestra. È quella in cui nessuno ascolta più davvero. Dove il rumore ha sostituito la voce. Dove la rabbia, invece di rompere il sistema, lo alimenta. E lì, in quel punto preciso, il film di Lumet smette di essere cinema e torna a essere quello che Chayefsky diceva fin dall’inizio: reportage. Solo che adesso il reportage siamo noi. 

Germano D’Acquisto, 21 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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