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Karahantepe, veduta aerea

Foto © Karahantepe Project Archive/Yusuf Aslan

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Karahantepe, veduta aerea

Foto © Karahantepe Project Archive/Yusuf Aslan

Nella Turchia di 12mila anni fa, alle origini della comunità

Negli ultimi anni le ricerche condotte nell’area intorno a Şanlıurfa, in Anatolia, hanno portato alla scoperta di spettacolari monumenti in pietra che hanno arricchito la conoscenza di questa regione e delle genti che vi abitavano nel Neolitico. Una mostra alla James-Simon-Galerie di Berlino esplora quel periodo cruciale della storia dell’umanità

Bianca Celeste

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«Taş Tepeler» in turco significa «colline di pietra» ed è il nome di un progetto avviato dal Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia nel 2021 incentrato sullo studio dell’area intorno a Şanlıurfa, nella Turchia sudorientale, punteggiata da una dozzina di insediamenti molto vicini tra loro che negli ultimi anni sono stati indagati in maniera approfondita. Le ricerche hanno portato alla scoperta di spettacolari monumenti in pietra che hanno arricchito la conoscenza di questa regione dell’Anatolia e delle comunità che vi abitavano nel Neolitico. Göbeklitepe, Gürcütepe, KarahantepeNevali Çori e Sayburç sono alcuni di questi siti rievocati nella mostra «Costruire una comunità. Göbeklitepe, Taş Tepeler e la vita 12mila anni fa», alla James-Simon-Galerie di Berlino, dal 6 febbraio al 19 luglio 2026. 

Sono presentati oggetti di uso quotidiano, piccole sculture ed elementi ornamentali di genti che vissero in quest’area tra il X e il VII millennio a.C., un periodo cruciale di cambiamento nella storia dell’umanità. Una vera e propria rivoluzione quella neolitica che, complice il miglioramento del clima, segnò il passaggio dalla vita di cacciatori raccoglitori a quella sedentaria, la nascita dell’agricoltura, l’addomesticamento degli animali, l’inizio della lavorazione della ceramica, la creazione di villaggi e la conseguente stratificazione sociale. Le strutture monumentali di questi siti sarebbero la prova che, ben prima del passaggio all’agricoltura, gruppi di persone si riunivano attorno a questi edifici dal forte aspetto simbolico. La mostra è organizzata da Barbara Helwing del Vorderasiatisches Museum di Berlino e Necmi Karul dell’Università di Istanbul in collaborazione con il Museo Archeologico di Şanlıurfa, l’Università di Istanbul, quest’ultima coordinatrice del progetto «Taş Tepeler» (vi prendono parte studiosi e scienziati di numerose istituzioni straniere accomunati dagli stessi obiettivi e da metodologie condivise) e la partecipazione del Deutsches Ärchäologisches Institut. Tra le innumerevoli finalità di questo studio che mira a rilevare, confrontare e registrare i dati emersi da ciascun sito, vi è anche quella di ottenere una visione d’insieme del lungo processo che portò le comunità preistoriche a diventare definitivamente stanziali.

Otto le sezioni espositive che si dipanano attorno al tema della «comunità», sollevando alcuni interrogativi: dalle dinamiche che ne favorirono la formazione al funzionamento e mantenimento anche in casi di profondi cambiamenti. Accanto ai reperti, alcuni provenienti dal Museo di Şanlıurfa per la prima volta esposti al di fuori della Turchia, vi sono filmati, ricostruzioni in 3D e le suggestive immagini della fotografa spagnola Isabel Muñoz che già nel 2023 aveva presentato i suoi lavori nella mostra «A new story» al Pera Museum di Istanbul: un viaggio fotografico, attraverso i siti di Göbeklitepe, Karahantepe e Sayburç, che restituiva la maestosità e il fascino ancestrale di queste pietre monumentali e il legame con gli antenati.

Nella regione di Şanlıurfa le prime comunità realizzarono costruzioni in calcare locale: imponenti edifici sotterranei, nei quali al centro sorgevano pilastri incisi a forma di «T», alti anche fino a sei metri (quello scolpito con un volto umano rinvenuto mesi fa a Karahantepe è un unicum), sono riconducibili secondo gli esperti alle credenze religiose della comunità. E sempre a Karahntepe il rinvenimento di un piccolo vaso decorato con tre figure animali è stato interpretato dagli studiosi come la più antica raffigurazione mitologica tridimensionale finora conosciuta. Nel percorso espositivo il racconto tocca svariati aspetti della comunità: dalla caccia alla preparazione e condivisione del cibo, dagli animali alle pratiche cultuali e al forte legame con i defunti testimoniato da costole e clavicole presenti nella piccola scultura in pietra.

Bianca Celeste, 05 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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