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Helen Stoilas
Leggi i suoi articoliWashington (Usa). L’esercito degli Stati Uniti avrà di nuovo i suoi Monuments Men per salvaguardare siti di interesse culturale nei Paesi teatro di guerra. I conflitti, le distruzioni e i saccheggi che si stanno ripetendo, dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria, hanno convinto i vertici delle forze armate Usa alla necessità di reclutare esperti tra storici dell’arte, direttori di musei e archeologi in grado di intervenire durante e dopo le azioni belliche, e di coadiuvare le truppe impegnate nei vari fronti nella gestione di tali emergenze.
In realtà il programma «Monuments, Fine Arts and Archives» istituito durante la seconda guerra mondiale (da cui il recente film «Monuments Men», con George Clooney e Cate Blanchett) non si è mai fermato, ma fino a oggi si è basato su interventi isolati, in risposta a specifici episodi, o sull’iniziativa isolata di qualche ufficiale. «Il sistema non funziona, dice il generale Hugh Van Roosen, direttore dell’Institute for Military Support to Governance (Imsg) a Fort Bragg, North Carolina; abbiamo bisogno di personale qualificato, con esperienza, che addestreremo e testeremo ulteriormente, anche dal punto di vista della tenuta psicologica, perché sia pronto a essere operativo. Vogliamo le persone giuste, che sappiano inserirsi nei meccanismi decisionali dei Paesi interessati dai conflitti». Alcune delle oltre 500 posizioni aperte saranno occupate da militari già in servizio, altre verranno affidate a civili che entrino a far parte della Army Reserve, le forze di sostegno all’esercito.
L’accelerata arriva sull’onda delle azioni compiute dall’Is, che nel colpire, distruggere o depredare i beni culturali persegue una vera e propria strategia militare. «Proteggere tale patrimonio è strettamente connesso a ogni operazione militare, sostiene Laurie Rush, membro di Blue Shield, Ong impegnata nella tutela del cultural heritage in pericolo. Ogni soldato deve sapere cosa fare, ecco perché nel «38G», questo il nome del nuovo reparto, arriveranno anche esperti di telecomunicazioni, agricoltura ecc. La comunità scientifica ha accolto la notizia con soddisfazione: «A terrific idea!», un’idea eccezionale, la definisce C. Brian Rose, archeologo e curatore della sezione Mediterraneo al Penn Museum of Archaeology and Anthropology di Filadelfia. Non si sa ancora molto dei dettagli del programma, che partirà in ottobre (come, per esempio, dove verranno assegnate le nuove forze), ma chi già si occupa di queste situazioni, come il tenente colonnello Andrew DeJesse, di stanza a Kabul, non ha dubbi. Rientrato nell’esercito sotto la Reserve dopo gli attentati dell’11 settembre, è convinto che la salvaguardia del patrimonio culturale vada ben oltre l’ambito artistico: è un indicatore della stabilità politica di un Paese e una condizione per riportare la pace. «Se un Governo non accetta di collaborare in questo ambito, probabilmente non vorrà cooperare su niente. I nuovi “Monuments Men and Women” non avranno da preservare solo i manufatti, ma la società nel suo complesso».
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