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Abu Dhabi Art Fair

Courtesy Abu Dhabi Art Fair

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Per l’esperta Georgina Adam il mercato dell’arte tiene, ma sul filo

La giornalista specializzata, collaboratrice del «Financial Times» e docente presso Sotheby’s Institute e Christie’s Education, scorge un sistema sempre più polarizzato: l’alta gamma resiste, il segmento basso cresce, il Medio Oriente avanza e la Cina tornerà

Bianca Cerrina Feroni

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In un momento in cui il mercato dell’arte oscilla tra cautela e segnali di ripresa, mentre nuovi poli geografici cercano spazio accanto ai tradizionali centri di potere e il rapporto tra arte e lusso si fa sempre più stretto, abbiamo intervistato Georgina Adam, osservatrice privilegiata delle dinamiche globali del settore. Ex redattrice della sezione «Mercato dell’arte» di «The Art Newspaper», collaboratrice del «Financial Times» e docente presso Sotheby’s Institute e Christie’s Education, Adam analizza per noi stato di salute, trasformazioni e fragilità del sistema.

Come definirebbe lo stato attuale del mercato dell’arte? È ancora in una fase di rallentamento oppure si intravede una ripresa? Come valuterebbe l’evoluzione del mercato dell’arte negli ultimi anni? 
Per il 2025 avremo i dati più precisi nel mese di marzo, quando Clare McAndrew, fondatrice di Arts Economics, che da molti anni cura la ricerca prodotta da Art Basel e UBS, pubblicherà il suo rapporto annuale. Nel frattempo, si può partire da una lettura complessiva degli ultimi due anni. L’anno è iniziato in modo difficile, questo è certo, ma si è concluso meglio del previsto, con risultati di vendita complessivamente positivi nel mese di novembre a New York. Questo ha contribuito a rafforzare l’idea che il 2023 e il 2024, anni caratterizzati da un netto declino del mercato, possano ormai essere alle spalle. Sembra dunque che la situazione stia migliorando; resta però da capire se questa ripresa potrà consolidarsi nel corso di quest’anno. Il contesto internazionale rimane estremamente delicato. In particolare, le iniziative di Donald Trump, come quelle già viste in Venezuela, così come le tensioni in Iran, incidono inevitabilmente sulla fiducia globale. Come qualsiasi altro settore, il mercato dell’arte non può prescindere dagli equilibri geopolitici, poiché la fiducia è un elemento determinante. Possiamo quindi affermare che il mercato mostra segnali di miglioramento, ma resta fragile. Come molti osservatori, è quindi difficile formulare previsioni certe: il futuro del mercato dipenderà in larga misura dall’evoluzione della situazione internazionale, ancora altamente instabile. Eventuali conflitti su larga scala, come un intervento militare diretto, avrebbero inevitabilmente conseguenze negative. In sintesi, sebbene si percepiscano segnali di ripresa, il mercato dell’arte rimane vulnerabile e strettamente legato al contesto globale.

Quali dinamiche del mercato emergono oggi con maggiore evidenza?
Un fenomeno chiaramente osservabile è la crescente polarizzazione: nella fascia più alta del mercato, le opere di altissimo valore continuano a trovare acquirenti. Oggi esiste una concentrazione di ricchezza molto elevata e alcuni collezionisti sono ancora disposti a pagare cifre molto importanti, soprattutto quando le opere provengono da collezioni prestigiose. Molto dipenderà anche dall’arrivo sul mercato di nuove grandi collezioni. A questo si aggiunge il cosiddetto Great Wealth Transfer, ovvero il passaggio di grandi capitali alle nuove generazioni, in particolare Millennials e Gen Z. Un fenomeno stimato complessivamente attorno a 84mila miliardi di dollari. Allo stesso tempo, il rapporto di Clare McAndrew dello scorso anno ha evidenziato che il segmento più dinamico è quello delle opere al di sotto dei 50mila dollari, dove si registra una crescita significativa. In altre parole, la fascia alta del mercato tiene, quella bassa cresce, mentre è il segmento intermedio a incontrare le maggiori difficoltà. 

Si stanno ridefinendo le geografie del mercato dell’arte. In questa fase l’attenzione sembra concentrarsi in particolare sul Medio Oriente, ma non solo. Si tratta, a suo avviso, di nuovi centri di gravità del sistema o piuttosto di poli di investimento e di visibilità?
Per quanto riguarda il Medio Oriente, è evidente che le case d’asta e soprattutto gli organizzatori di fiere abbiano puntato con decisione su quest’area. Frieze ha ripreso l’organizzazione di Abu Dhabi Art, negli Emirati Arabi Uniti, mentre Art Basel ha aperto una nuova edizione a Doha, in Qatar. Anche le case d’asta hanno ottenuto alcuni risultati incoraggianti: l’ultima vendita ha funzionato molto bene; la prima era stata più debole, ma la seconda ha registrato performance decisamente migliori. Detto questo, resto ancora piuttosto cauta e intorno a me percepisco la stessa prudenza. Il motivo principale è che non esiste, almeno per ora, una base di collezionisti particolarmente ampia, né una popolazione numericamente significativa. Dall’altro lato, è innegabile che ci siano individui estremamente ricchi e una grande disponibilità di capitali. Tuttavia, credo che sarà necessario tempo. In questi Paesi c’è una forte propensione verso i beni di lusso: orologi, gioielli e oggetti di alta gamma. Le case d’asta sostengono che, una volta presa confidenza con il meccanismo delle vendite all’asta, gli acquirenti si avvicineranno progressivamente anche ai dipinti e alle opere d’arte. Se questa strategia darà risultati lo vedremo dai numeri. La prima vendita di Sotheby’s in Arabia Saudita ha totalizzato circa 17 milioni di dollari: una cifra modesta, se confrontata con le vendite di New York, che raggiungono regolarmente i miliardi. Per diventare un vero centro di gravità serviranno volumi ben diversi, e questo non accadrà nel breve periodo. Non esiste ancora una base di collezionisti paragonabile a quella statunitense. Gli Stati Uniti, del resto, continuano a dominare il mercato senza rivali. C’è dunque effettivamente un «pivot» verso il Medio Oriente; resta da capire se questo sviluppo avverrà con la rapidità che gli operatori auspicano. E, soprattutto, c’è un aspetto di cui si parla ancora poco e che ritengo fondamentale: la Cina tornerà. Sono stata a Hong Kong nel mese di novembre e sono rimasta colpita dal suo dinamismo. Si sente spesso dire che gli stranieri se ne sono andati, ma Hong Kong continua a funzionare. Credo che il ritorno della Cina non sarà questione di mesi, bensì di anni, ma non va assolutamente esclusa. Esistono una popolazione enorme e una tradizione culturale profondissima: la Cina collezionava opere d’arte migliaia di anni prima dell’Occidente. «So, don’t count China out!».

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le intersezioni tra il mondo dell’arte e quello del lusso. Come interpreta questo fenomeno? E in che misura, secondo lei, sta trasformando il mercato dell’arte?
Ritengo che le aziende del lusso adottino una strategia molto precisa. Avvicinarsi al mondo dell’arte è estremamente interessante per loro: creano fondazioni formalmente indipendenti e dichiaratamente not-for-profit, che però contribuiscono in modo evidente a rafforzare e valorizzare l’immagine del marchio. È un modo per associare il prodotto di lusso all’arte, fino al punto in cui il confine tra i due rischia di diventare sempre più sfumato. Ed è proprio qui che emergono alcune criticità. In alcuni contesti, per esempio in Cina, questa distinzione non è sempre chiara: un oggetto come una borsa Louis Vuitton disegnata da Murakami può essere percepito quasi allo stesso livello di un’opera d’arte. Si crea una sorta di confusione tra i due ambiti, e temo che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi. Marchi come Chanel, per esempio, dispongono di fondazioni enormi e di risorse considerevoli; sponsorizzano mostre, sostengono istituzioni, e finiscono per alimentare un vero e proprio amalgama tra arte e lusso. Non bisogna però dimenticare che i prodotti di lusso sono, prima di tutto, il risultato di attività commerciali. Certo, anche gli artisti devono vivere del proprio lavoro, e questo non è affatto un problema. Tuttavia, le finalità restano diverse: l’arte può interrogare la società, la politica, il mondo contemporaneo, mentre le aziende, anche quando operano attraverso fondazioni not-for-profit, rimangono entità commerciali il cui obiettivo principale è vendere. Questo aspetto mi sembra problematico. Allo stesso tempo, capisco perfettamente l’entusiasmo degli artisti: il sostegno economico e strutturale offerto dai grandi gruppi del lusso è spesso determinante. Dunque, la situazione è complessa e ambivalente. Ciò che temo maggiormente è uno scenario in cui sopravvivono solo poche grandi gallerie, mentre quelle di fascia intermedia scompaiono progressivamente. Oggi, non appena un artista emerge, viene immediatamente assorbito dalle grandi gallerie, dove la produzione diventa massiva: edizioni, multipli, opere concepite secondo logiche industriali. Basta pensare a figure come Damien Hirst o Jeff Koons, con volumi enormi. Questo mi rattrista, perché ho l’impressione che si assista a una sorta di appropriazione dell’arte da parte del capitale e dei grandi gruppi del lusso. Una dinamica che rischia di impoverire la diversità e la libertà del sistema artistico.

Bianca Cerrina Feroni, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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