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Leonardo Merlini
Leggi i suoi articoliSe non fosse concentrato sul filo, quel filo a cento metri da terra su cui ha scelto di camminare, se non dovesse mettere tutte le sue energie nella decisione di un altro passo e potesse fermarsi a guardare davvero il paesaggio che sta sotto i suoi piedi, così lontano, ma terribilmente anche così vicino, il funambolo si accorgerebbe che l’America sopra la quale ha volteggiato per decenni, che ha raccontato in molteplici modi - seppur partendo sempre da una casa, complessa e perfino ostile, ma pur sempre una forma di casa - quella America oggi gli sarebbe irriconoscibile. Anzi gli sarebbe impossibile, perché il suo essere acrobata sopra il costume della sua nazione non avrebbe più un posto in quella narrazione, perché la sua lucidità irriverente, la sua poderosa verve eretico-erotica non sarebbe in nessun modo collocabile dentro il grande schema dell’oggi. Semplicemente, e c’è un profumo di tragedia shakespeariana, come piaceva a lui, in questo 2026 non saremmo più capaci di pensare la stessa esistenza di quel funambolo letterario che si chiamava Philip Milton Roth (e qualcosa nel suo secondo nome ci doveva insospettire sulla natura incommensurabile e vagamente oscura del personaggio).
Mettiamola così: sulla carta è ancora considerato uno dei più grandi scrittori americani di sempre (dal canto mio potrebbe essere il più grande, ma le classifiche lasciano sempre un po’ il tempo che trovano e non servono a granché), ma nei fatti è difficile immaginare come potrebbe stare nell’America odierna, quella di Trump e della post verità (cosa che peraltro a Roth penso interessasse moltissimo, come dimostrano romanzi come La controvita, il primo vero grande capolavoro di Roth, datato 1986, non me ne voglia Portnoy) ma più ancora quella del conformismo digitale, dello Star System come unico modello di riferimento, quella di un capitalismo sempre più rapace e senza più tracce dell’uomo. La famosa profezia cinese sui tempi interessanti la vediamo scorrere davanti a noi nella maniera più didascalica: ci tocca viverli ogni giorno. Non escludo che Roth si sarebbe pure divertito e avrebbe potuto scrivere altri libri indimenticabili, il punto è che noi non avremmo più avuto la forza di accettarli quei libri, non li avremmo più capiti, sarebbero rimasti monumenti segreti a un’intelligenza artistica troppo più avanti della nostra, fiori su una tomba (quella dell’indimenticabile Drenka Balich del Teatro di Sabbath oppure dello stesso Philip Roth, scrittore o personaggio che sia) dove non si reca quasi più nessuno.
Eppure è proprio lo scandaloso rothiano per eccellenza, il perverso burattinaio Mickey Sabbath, che corre su una spiaggia nudo, avvolto solo in una bandiera americana per chiamare ancora, decenni dopo, il nome del fratello Mortimer, abbattuto su un aereo durante la Seconda guerra mondiale, in un 1944 lontano anni luce da tutto quello che oggi possiamo essere in grado di sopportare di sapere. Eppure è il credere ancora nell’America, oltre che nel desiderio, a portare un’ultima volta a New York un anziano e disilluso Nathan Zuckerman ne Il fantasma esce di scena, l’ultimo grande acuto della carriera di Roth. Eppure il Seymour (e il nome così saligeriano rende tutto ancora più dirompente) Levov di Pastorale americana (che, nonostante le considerazioni delle varie intelligenze artificiali dei motori di ricerca non è il più grande libro di Roth) è l’immigrato integrato alla perfezione, ligio alle leggi e ai valori di cui oggi si fa tanto spolvero retorico e il nemico che gli esplode in casa è figlia - oltre che sua - della sempre esecrata contestazione. Non c’è dubbio che Philip Roth amasse i suoi personaggi come solo i grandissimi scrittori sanno davvero fare (e qui non si può, di nuovo, non pensare a Salinger) e che amasse le loro storie, ma il punto è che amava insieme a loro le contraddizioni che si portavano addosso come dei portafortuna più che delle condanne. Il punto è che nell’America dello scrittore di Newark c’era lo spazio per tutto ciò che era imperfetto e fallibile, dalla famiglia ebraica ai sistemi di spionaggio in Medio Oriente, dall’incubo dei matrimoni all’ipocrisia della bella gente del teatro di Broadway, dal “diasporismo" degli ebrei al rimpianto più profondo: quello del corpo che decade.
Nel momento in cui Sabbath ruba le mutandine della figlia dell’amico Norman, che lo ha accolto in casa sua quando andava in pezzi e gli dice: “Era speranza”; nel momento in cui Zuckerman sogna di fare l’amore con Amy Bellette che forse era proprio quella Anne Frank sopravvissuta alla Storia (e questo solo elemento dei romanzi di Roth vale giustamente la sua fama di smisurata e smodata grandezza, la grandezza di un messia letterario che sa benissimo che i Messia non esistono), e lo sogna più volte, a distanza di anni; nel momento in cui il protagonista di Operazione Shylock, che si chiama Philip Roth, accetta un assegno da un milione di dollari fingendo di essere il suo sosia che si spaccia per lui: in quei momenti si fonda il contro-mito di un’America che guarda se stessa con la lama affilata della lucidità, che abbraccia i propri pregi e i propri difetti con la stessa tenerezza letteraria (mai perdere la tenerezza è una frase diventata cartolina, ma in fondo mai così necessaria come adesso, come sempre). Ho la sensazione che sia proprio questa idea così laica di tolleranza a essere aliena ai vari panorami mentali contemporanei che escono dai social o dai palazzi del potere. Ho la sensazione che sia questa radicale (e poderosa) semplicità della letteratura di Roth a tagliarsi da sola il filo di parole e di speranze su cui continuava a camminare bellissimo l’acrobata Philip, magari talvolta aiutato anche dalle ali ampie di miltoniana e angelica suggestione. Non c’è un cattivo con le forbici in mano, non c’è la pistola fumante; la colpevolezza e il senso di colpa, come ci ha insegnato alla perfezione Orwell (seguendo la lezione magistrale di Kafka), sono sempre dentro di noi. È colpa tua, caro Philip ed è colpa nostra se il tuo acrobata cade e scompare. Come il nuotatore di John Cheever anche noi possiamo solo perderci alla fine della strada e di tutta questa follia. Ma i tuoi libri continuano a ricordarci che, anche all’ombra del Castello o del Ministero dell’Amore o anche solo di all’ombra del perbenismo quotidiano, qualcosa di incredibile è successo, un giorno. E vive ancora da qualche parte dentro di te e dentro di noi
Leonardo Merlini
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