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Niccolò De Napoli, Boof (sottovuoto), 2026

Crediti Azzurra Lo Gullo

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Niccolò De Napoli, Boof (sottovuoto), 2026

Crediti Azzurra Lo Gullo

Presenza e distanza a Milano: Niccolò De Napoli indaga il fenomeno del quitting

La personale «I’m here, but not entirely yours» mette in scena lo stato liminale tra partecipazione e disallineamento nel lavoro contemporaneo, trasformando il quotidiano in spazio critico e sospeso

Milano apre le sue porte a una riflessione sul lavoro e sulla soggettività con la mostra personale di Niccolò De Napoli I’m here, but not entirely yours, prodotta da PROGETTO LUDOVICO e ospitata negli spazi di Studio Lombard DCA in Viale Premuda dal 27 gennaio al 17 aprile 2026. Il percorso espositivo esplora una condizione ormai diffusa: il quitting, uno stato intermedio tra presenza e distacco dal sistema produttivo contemporaneo.

In un’epoca in cui la cultura del lavoro reclama dedizione totale, entusiasmo costante e disponibilità senza limiti, il quitting non è più semplice rifiuto o abbandono, ma un gesto sottilissimo di autodeterminazione: restare presenti senza consegnarsi completamente, lavorare trattenendo una parte di sé. De Napoli traduce questa ambivalenza in opere che oscillano tra partecipazione e rifiuto, creando un ambiente dove il corpo e la mente rimangono attivi senza cedere al pieno controllo del sistema.

Il percorso della mostra si sviluppa su tre direttrici principali. La sottrazione come forma minima di autonomia, la privatizzazione del tempo libero e la frattura identitaria indotta dal lavoro contemporaneo. Già all’ingresso, il neon che dà il titolo alla mostra dichiara una presenza incompleta: I’m here, but not entirely yours. L’estetica richiama gli spazi corporate e digitali, ma con un’irriverenza che costringe lo spettatore a interrogarsi sul confine tra disponibilità e resistenza.

Installazioni sonore, dispositivi percettivi e sculture scandiscono il percorso tra sospensione e attrito. Le bacheche-monocromo comprimono materiali legati al tempo libero fino a renderli campiture opache, mentre superfici in vetro switchable si oscurano sotto lo sguardo, negando la completa osservazione. L’opera Boof (sottovuoto) rende visibile l’inerzia del tempo extra-lavorativo, neutralizzato e conservato come un frammento sospeso di quotidianità.

Con I’m here, but not entirely yours, il quitting diventa così un’esperienza condivisa, strutturale e consapevole. Non si tratta di fuga, ma di un piccolo atto di resistenza quotidiana che restituisce voce e materia a una soggettività parziale, ostinatamente non allineata, capace di abitare spazi liminali tra dovere e libertà.

Redazione, 18 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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