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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliSan Girolamo nei suoi Commentaria in Ezechielem ricordava le visite domenicali di quando era giovane studente alle catacombe romane: «Spesso entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: “Discendano vivi nell’Inferno” (Salmo 54, 16)». Ed è questa una delle indimenticabili emozioni che prova ancora oggi chi ha il privilegio di scendere nelle viscere di Roma, in uno dei luoghi più misteriosi, inviolabili e segreti della città, a circa 20 metri sottoterra dove si trova quel meraviglioso complesso sotterraneo di catacombe denominato Ipogeo di Via Dino Compagni. Un robusto fossore apre un tombino che sembra quello del gas e fa luce all’intorno indicando una scala piuttosto ripida da cui si cala per primo per preparare la strada a chi dovrà scendere. E in due minuti si passa dal sole e dal calore della più bella giornata estiva a una tenebra fredda come la mano di Thanatos da cui ci si riprende solo quando vengono all’improvviso accese le luci che sono state poste per illuminare il luogo. La prima sensazione è di infinito stupore, di meraviglia e di un silenzio avvolgente e molto più denso di qualsiasi rumore, un silenzio a cui non siamo più abituati: il silenzio dei sepolcri. Tutto quello che c’è sopra scompare, le brutte palazzine di una zona non centrale di Roma, in un quartiere malinconico come in certi quadri di Scipione, il traffico, la gente, i negozi. Sopra non c’è più nulla. Rifiorisce davanti ai nostri occhi la verde campagna romana sparsa di ville e di edifici sacri, con i suoi avvallamenti e il suo sottosuolo tufaceo, perfetto per essere scavato: siamo tornati indietro di quasi 2mila anni. Una vertigine.
Era il 1955, in piena espansione edilizia di Roma, e i palazzinari avrebbero fatto sparire anche Giulio Cesare in una colata di cemento se l’avessero incontrato; purtroppo, costruirono una palazzina proprio sopra quest’ipogeo (che avevano ben visto che c’era) e ci impiantarono degli orrendi piloni di cemento armato che ancor oggi lo deturpano. Fu solo grazie alla segnalazione di un giovane ingegnere, Mario Santa Maria, che questo luogo si salvò da uno scempio definitivo, fra le proteste dei costruttori e l’ostruzionismo degli abitanti del luogo. Ma le fondazioni della palazzina erano state già fatte e alcuni danni alle strutture dei cubicoli e agli affreschi erano ormai irreparabili. Quello che restava però era straordinario, con architetture in negativo (scavate cioè direttamente nel tufo colonne comprese), uno spazio per circa 400 defunti appartenenti a uno a più gruppi familiari fra loro omogenei, economicamente e culturalmente distinti. Queste catacombe sono caratterizzate da un’infinità di affreschi che la decorano in tutte le sue muraglie e, come affermò padre Antonio Ferrua, che per primo la studiò, formano una «ben fornita pinacoteca cristiana», qualcosa che ha fatto parlare nel tempo di una «Cappella Sistina dell’Antichità».
I temi di questi affreschi vanno dal paganesimo al cristianesimo passando per soggetti biblici (anche rari) e costituiscono un imprescindibile tassello della costruzione della nuova iconografia cristiana. Costruito nel IV secolo, in piena età costantiniana, l’ipogeo è, come affermano Raffaella Giuliani e Matteo Braconi, «una testimonianza chiara della complessità del travaglio spirituale all’interno della società romana, specie delle classi più elevate […] nel processo di adesione ai valori della nuova religione cristiana». Noi oggi non siamo più in grado di comprendere bene cosa dovette essere quel passaggio e di come i Romani dovettero strapparsi letteralmente di dosso la pelle del loro pensiero imbevuto di violenza e sopraffazione per approdare alla mitezza dell’insegnamento di Cristo e degli apostoli. Ma quel rovesciamento dell’anima, quell’angoscia terribile che spaccò famiglie, istituzioni e comunità che credevano di durare nei millenni, si vede assai bene in questo spazio a cui è stato ora dedicato un libro sapiente e colto (in italiano e inglese) curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Il libro guida passo a passo il lettore attraverso la scoperta del monumento e della sua storia delle sue iconografie e dei più recenti studi in merito. Un viaggio che ci proietta indietro di almeno 1700 anni all’origine del nostro pensiero europeo e della nostra anima.
L’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma. Un itinerario tra culture, temi e immagini
ediz. italiana e inglese, a cura di Matteo Braconi e Raffaella Giuliani, 160 pp., ill. col., Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Città del Vaticano, De Luca Editori, Roma 2026, € 47
Una veduta dei cubicoli dipinti della Catacomba della via Latina (Ipogeo di via Dino Compagni)
Una veduta dei cubicoli dipinti della Catacomba della via Latina (Ipogeo di via Dino Compagni)
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