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Particolare del «Sarcofago di Giona», fine III-inizi IV secolo, Musei Vaticani

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Particolare del «Sarcofago di Giona», fine III-inizi IV secolo, Musei Vaticani

Piccole storie di Pasqua. Il segno di Giona in un sarcofago pieno di speranza

Il manufatto marmoreo conservato nei Musei Vaticani è una summa della prefigurazione teologica della resurrezione di Cristo. Una nuova visione della bellezza destinata a divenire albergo dell’anima

Nella meravigliosa sequenza del «Victimae Paschali Laudes» che viene cantata nella solennità di Pasqua a un certo punto si dice: «Mors et Vita duello/conflixere mirando:/dux vitæ mortuus, regnat vivus.» (Morte e Vita si sono affrontate /in un duello straordinario:/ il Signore della vita era morto, ora, regna vivo). 

Un canto che ha mille anni e che risuonerà in eterno nel significato profondo delle sue parole. La morte e la vita da sempre e fino a che ci sarà la terra duellano ogni istante e noi tutti siamo prima spettatori e poi protagonisti di questo duello che sempre ci sconfigge. Ma visto che siamo a Pasqua e nel turbine di guerre e spaventi nel quale stiamo passando tutti in questi ultimi anni vorremmo anche qualche parola di consolazione, dove la troviamo la speranza di una vita migliore, di pace e felicità eterne? Dove la trovarono i nostri antenati? Se non la si ricerca in cose futili e passeggere destinate a lasciarci più tristi di prima, bisogna ripercorrere il cammino della fede, che nel nostro occidente è cristiana, ma che ha mille sfumature di speranza anche in molte altre religioni perché nessun umano vuole rassegnarsi a scomparire inghiottito dal nulla, né in Giappone, né presso gli aborigeni australiani, né presso i Sioux o i Boscimani, né fra gli abitanti di un piccolo borgo francese o inglese, tanto per fare un piccolo giro. Giunti al momento del «redde rationem» tutti abbiamo paura e tutti quelli che vivono su questa sfera che galleggia nell’universo si fanno la stessa domanda: e dopo? Che sarà di noi?

C’è un sarcofago nei Musei Vaticani assai famoso, dedicato a temi di speranza e resurrezione e davanti al quale si soffermano in pochi, perché in realtà non è così facile da decifrare. Si chiama «Sarcofago di Giona». In questo sarcofago si può ammirare una delle più belle rappresentazioni bibliche della storia del profeta Giona (cfr. Giona 1,1-2,11), quello che fu ingoiato da una balena (o da un gran pesce) e poi risputato su una roccia. La parola sarcofago deriva dal greco «sarkophágos», che significa «che mangia la carne», e infatti questo è il suo scopo principale. Quello di Giona, che non sappiamo a chi appartenne, fu scolpito in una eccellente officina marmoraria romana tra fine III e inizi IV secolo e dobbiamo ricordare che i sarcofagi erano a quel tempo oggetto di una sorta di industria, di lusso, con importazioni anche dalla Grecia e dall’Asia Minore, come fu magistralmente spiegato fin da fine Ottocento da Alois Riegl.

Nel Sarcofago di Giona si vedono tante cose e vanno guardate ad una ad una per capirlo, esattamente come si legge un bassorilievo medievale o rinascimentale. A sinistra in basso, verso il centro, vi è la scena dei marinai che gettano il profeta dalla nave, mentre è in corso una «grande tempesta» che gonfia la vela e increspa il mare e sopra il quale sta un Eolo personificato da un dio coronato con accanto una dea (Giunone?). Nel racconto biblico si legge che dal mare spunta il «grosso pesce» che inghiotte Giona e che le iconografie cristiane trasformeranno presto in un mostro marino il cui aspetto serpentino, sinuoso e quasi barocco ricalca iconografie pagane classiche dei mostri marini. Verso destra il serpentone ingordo rigetta l’indigesto profeta a terra, su una roccia abitata da animali marini e terrestri, delineati con grande raffinatezza (basta guardare il granchio con tutte le sue chele). Giona stanchissimo, riposa disteso, sopra la roccia, in posa classica, sotto una «grande pianta di ricino» (4,6) che Dio fa crescere per proteggerlo dal sole e dall’arsura, ma che sappiamo che presto si seccherà.

Molte altre le scene di contorno: davanti al mostro sta Noè che sbuca dall’arca (in verità una piccola scatoletta galleggiante) e prende la colomba con il ramo di ulivo (ecco un simbolo della Pasqua di cui oggi non ricordiamo più l’origine). Sulla sinistra in alto risorge Lazzaro dalla tomba fra i discepoli attoniti, Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia e poi, dai Vangeli apocrifi, Pietro arrestato e Pietro che battezza i carcerieri. A destra e a sinistra in basso la figura simbolica di un pescatore con altri due altri pescatori che si scambiano un cesto; vi è poi in alto, all’estrema destra, un pastore con il gregge, che sembra Gesù con le pecore che sbucano da un edificio molto solenne che pare una chiesa: un tema che si ritroverà spesso nella prima iconografia cristiana. I fianchi, di cui rimane poco avevano decorazione a motivi fitomorfi.

Il sarcofago fu rinvenuto in Vaticano durante la costruzione della nuova basilica ed è già raffigurato in un disegno di Giovanni Francesco Rutilioni (†1587), che lo vide nel Palazzo della Valle-Capranica. Al tempo i ritrovamenti archeologici non erano tutelati ed è probabile che il sarcofago sia stato comprato dal canonico di San Pietro Paolo Capranica che se lo portò nel palazzo di famiglia dopo il 1568.

Nel 1584 tutta la collezione Della Valle-Capranica passò al cardinale Ferdinando de’ Medici e il sarcofago finì a Villa Medici dove rimase nei giardini, usato come fontana, tra il 1588 e il 1740. Nel 1632 Antonio Bosio lo incise con grande precisione, fino a quel tempo era intero ma nel 1757, in occasione dell’allestimento del Museo Cristiano di Benedetto XIV, la fronte fu segata, restaurata e sistemata nella Biblioteca Vaticana. Nel 1963 trovò definitiva sede nelle collezioni vaticane.

Il sarcofago di Giona è una vera e propria summa della prefigurazione teologica della resurrezione di Cristo. È Gesù stesso nel Vangelo (cfr. Matteo 12,39- 40) a parlare del segno di Giona che rimase tre giorni nel ventre del pesce come Cristo tre giorni rimarrà nel sepolcro. Nel sarcofago sono presenti anche altri «segni» pasquali: quello della resurrezione di Lazzaro, e quello del diluvio, dal quale Noè è salvato. La raffigurazione ricorda, come afferma san Paolo che: «Se infatti siamo stati totalmente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Romani 6,5). Anche il battesimo, come rinascita, viene richiamato dall’acqua delle due scene veterotestamentarie e dall’episodio di Pietro e i carcerieri. Lo stesso Giona che giace sotto la pergola evoca il «refrigerium» dei defunti dormienti. Il sarcofago è dunque da considerarsi come pienamente pasquale. Le immagini simboliche che lo costellano invitano all’interpretazione cristiana: il pastore, infatti, veglia anch’esso, accanto a Giona dormiente e due pecore (grosse come bovi) sono dentro un ovile; i solleciti pescatori in basso a destra e a sinistra richiamando discretamente l’immagine dei «pescatori di uomini» (Matteo 4,19). 

Dunque, non un sarcofago come segno di morte ma come speranza, scolpito da artisti (probabilmente anch’essi cristiani) che ben capivano le esigenze della nuova religione ed erano in grado di innestare con abilità e armonia temi del Vecchio e del Nuovo Testamento, con qualche tocco ancora pagano. Certo le figure non rispondono più in modo preciso ai canoni classici, prospettiva e proporzioni stanno cominciando a svanire a favore di altre visioni: accanto alla bellezza greca e romana, stava nascendo in quel tempo un’altra bellezza nel mondo, nuova, peculiare e inesplicabile, destinata a divenire albergo dell’anima.

Nella Roma già politeista e spietata si aprivano germogli di attesa e di fiducia verso un nuovo pensiero, un’idea del mondo che non si era mai vista prima, infinitamente consolante e al contempo profondamente rivoluzionaria, in grado di squassare dalle fondamenta la millenaria civiltà romana che fino ad allora aveva comandato il suo impero con scettro di ferro.

Il Sarcofago di Giona conservato nei Musei Vaticani

Arabella Cifani, 04 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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