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Dettaglio di «No. 15 (Two Greens and Red Stripe)» di Mark Rothko

Courtesy of Christie’s

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Dettaglio di «No. 15 (Two Greens and Red Stripe)» di Mark Rothko

Courtesy of Christie’s

Rothko verso gli ottanta milioni

Il capolavoro del 1964 torna sul mercato con una stima che potrebbe ridefinire gli equilibri dell’arte del dopoguerra

Margherita Panaciciu

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Christie’s ha recentemente annunciato la vendita in maggio, a New York (asta 20th/21st Century) di una selezione di tre capolavori (Mark Rothko, Cy Twombly e Joseph Cornell) provenienti dalla collezione personale di Agnes Gund, collezionista e mecenate di grande influenza. Tra queste opere non passa sicuramente inosservato il Rothko. La sua stima di 80 milioni di dollari per «No. 15 (Two Greens and Red Stripe)» appare come una dichiarazione di potere e proprio per questo merita uno sguardo critico, al di là dell’enfasi celebrativa che accompagna l’annuncio di Christie's. Siamo di fronte a una dinamica ormai strutturale del mercato dell’arte: l’opera non è più soltanto un’esperienza estetica o spirituale ma un asset finanziario di fascia alta. La stima «circa 80 milioni» è il risultato di una costruzione di valore che intreccia rarità, provenienza impeccabile, dimensioni monumentali e narrazione biografica. L’acquisto diretto dall’artista nel 1967, la permanenza in un’unica collezione, la rarità dei verdi nella tavolozza matura: ogni elemento viene attivato come leva per una cifra importante. La tavolozza reca del verde, del nero e dell'indaco intenso accanto alla striscia rossa (l'opera è stata creata sei anni dopo che Rothko aveva iniziato a cambiare la sua tavolozza per utilizzare toni più scuri e cupi). 

 

 

Mark Rothko, «No. 15 (Two Greens and Red Stripe)». Courtesy of Christie’s

L'opera ha una dimensione notevole perché misura ben 236,2 cm di altezza ed è anche la più grande di questo periodo conservata in mani private. Sara Friedlander, presidente di Christie's per l'arte contemporanea e del dopoguerra, osserva: «L'opera di Mark Rothko incarna un potere raffinato, un'intimità e un fascino davvero unici, e questa monumentale tela di Rothko della collezione di Aggie Gund è senza dubbio la migliore della sua categoria. Acquistata direttamente da Rothko nel suo studio negli anni '60 (su sua raccomandazione), quest'opera vanta una provenienza senza pari. Per anni ha occupato un posto d'onore nel suo grande salone, come pietra miliare della sua incredibile collezione, e presto intraprenderà un tour mondiale che culminerà con l'asta di New York nel maggio di quest'anno. Non potremmo essere più entusiasti e onorati di presentare al mercato questo capolavoro assoluto».

Rothko concepiva la pittura come esperienza immersiva, quasi liturgica. Le sue campiture cromatiche sono campi emotivi destinati a un confronto intimo e silenzioso ma il mercato non vende solo un dipinto, si sa, vende l’accesso a uno status simbolico, a una narrazione di esclusività estrema. La «rarità», uno dei pochi esemplari di questo periodo ancora in mani private, funziona: più un’opera è inaccessibile più cresce il suo valore monetario nonostante questa logica sia esattamente l’opposto della promessa democratica che spesso si associa all’eredità culturale dei grandi collezionisti e mecenati.  Il «segmento trophy» dell’arte contemporanea e del dopoguerra è sempre più ristretto, alimentato da una manciata di compratori ultra-high-net-worth (UHNW) che competono per poche opere iconiche. Questo non significa negare la grandezza del dipinto o l’importanza storica di Rothko ma distinguere tra valore artistico e prezzo d’asta. Il primo si fonda su innovazione, influenza, intensità emotiva, il secondo su strategie di branding, record precedenti, liquidità globale e capacità di attrarre capitali in cerca di beni tangibili. 

 

Margherita Panaciciu, 18 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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