Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliIl 2 febbraio è la data di «compleanno» del Museo Gregoriano Etrusco, presente all’interno dei Musei Vaticani. Ogni museo ha un giorno specifico in cui è stato aperto al pubblico, ma, col tempo, spesso la memoria ne è andata perduta. Così non è accaduto per l’istituto museale voluto dal pontefice Gregorio XVI, negli anni in cui le scoperte di antichità etrusche si succedevano a ritmo incalzante nei territori che, allora, rientravano nello Stato Pontificio: a Vulci, a Cerveteri, a Tarquinia, per citare solo i tre centri interessati dalle campagne di scavo più fortunate.
Il pontefice era appassionato di archeologia: Giuseppe Gioacchino Belli lo rammenta in uno dei suoi sonetti Papa Grigorio a li scavi. Lo descrive accerchiato da archeologi e architetti durante una visita al Foro avvenuta nel marzo del 1835 ed entusiasta per quello che si stava riportando alla luce: «Ber bùcio! Bella fossa! Ber grottino! / belli sti serci! Tutto quanto bello!». L’ironia del poeta non risparmia gli specialisti presenti: «La turba, mezzo piano e mezzo forte, / diceva: Ah! Sto sant’omo ha un gran talento! / Ah, un Papa de sto tajo è una gran zorte!».
Il museo dedicato alle antichità etrusche venne istituito meno di due anni dopo: il 2 febbraio del 1837. Vi confluirono, accanto a reperti già presenti in Vaticano, i risultati degli scavi condotti a Vulci dalla famiglia Campanari a partire dal 1828 e, poi, negli anni 1835-1837, in società con il Governo Pontificio. A Vulci, contemporaneamente, Luciano Bonaparte scavava con grande successo.
In quella temperie culturale furono scoperte inoltre alcune delle tombe dipinte di Tarquinia e, nel 1836, a Cerveteri venne rinvenuta la Tomba Regolini-Galassi, una delle più ricche tra quelle scoperte in Etruria. Nel 1835, a Todi, era stata riportata alla luce un’eccezionale statua in bronzo divenuta nota come il Marte di Todi.
Statua bronzea votiva di guerriero «Marte di Todi», fine V sec. a.C.
Va segnalato che nei giorni immediatamente precedenti all’inaugurazione del museo, i Campanari, a Londra, al n. 121 di Pall Mall, nella zona di West End, avevano allestito una mostra sui loro ritrovamenti, che riscosse un successo straordinario per le soluzioni originali seguite nell’allestimento come la ricostruzione di 11 tombe con i reperti collocati al loro interno.
Per il museo abbiamo una descrizione dettagliata, a pochi anni dall’apertura, nel libro The Cities and Cemeteries of Etruria (Londra 1848) del diplomatico e archeologo inglese George Dennis. Apprendiamo che si trattava di una collezione magnifica, articolata su 11 sale, ancora priva di un catalogo scientifico e che vi era vietato prendere appunti.
Con l’Unità d’Italia, il museo perse il suo legame con il territorio e, allora, divenne necessario ripensarlo. A questo dette un contributo significativo Bartolomeo Nogara, uno dei padri dell’Etruscologia. I suoi interventi culminarono in un nuovo ordinamento, che venne inaugurato da papa Pio XI nella giornata del 19 febbraio 1925. Sotto il suo pontificato si ebbe anche la donazione della collezione Benedetto Guglielmi. Nogara, ad esempio, ricompose il corredo della Tomba Regolini-Galassi, che era stato suddiviso su stanze diverse in base al criterio tipologico seguito sino a quel momento.
Tra il 1967 e il 1968, il museo si arricchì ulteriormente con la donazione della prestigiosa collezione Astarita al pontefice Paolo VI. Nelle sue sale, quindi, si avverte anche la storia della Chiesa: si può ricordare, in proposito, che il papa archeologo (Gregorio XVI istituì pure il Museo Gregoriano Egizio) condannò la schiavitù e il commercio di schiavi nel 1839. La sua abrogazione negli Stati Uniti d’America avvenne nel 1865.
Per celebrare degnamente il «compleanno» del museo si è tenuta una conferenza di Francesco Roncalli, che lo ha diretto a lungo, in dialogo con Maurizio Sannibale, il direttore attuale, e Barbara Jatta, che dirige i Musei Vaticani. Dalle loro considerazioni è emerso che un museo archeologico non è costituito soltanto dai reperti esposti, seppure straordinari: accoglie contemporaneamente la passione dei collezionisti iniziali, l’attenzione per l’Antico di chi lo ha voluto, l’impegno giornaliero di chi vi opera, un metodo di analisi e di lavoro, e il mondo presente oltre le mura che lo delimitano.
Specchio inciso in bronzo raffigurante un aruspice etrusco in atto di esaminare il fegato di una pecora, fine V sec. a.C.
Altri articoli dell'autore
Con l’etruscologo Giuseppe M. Della Fina scaviamo nelle pagine di un romanzo o di un racconto e tra i versi di una poesia alla ricerca di oggetti di un passato lontano (per comprenderne il significato e il valore che perdurano nel tempo)
Con l’etruscologo Giuseppe M. Della Fina scaviamo nelle pagine di un romanzo o di un racconto e tra i versi di una poesia alla ricerca di oggetti di un passato lontano (per comprenderne il significato e il valore che perdurano nel tempo)
Napoletana, allieva di Amedeo Maiuri e poi di Massimo Pallottino, ha insegnato a lungo all’Università degli Studi di Milano e scavato alla Civita di Tarquinia
Tra gli studiosi si fa largo l’ipotesi di una scuola medica legata all’area sacra: notevole la quantità di ex voto, alcuni dei quali veri e propri modelli anatomici. Il cinquecentesco Palazzo dell’Arcipretura, acquisito dal Mic, sarà dedicato alle scoperte nel sito


