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Jean Tinguely, «Moulin à Prière» alla Gallery Iolas, Parigi, 1963

Foto © Monique Jacot

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Jean Tinguely, «Moulin à Prière» alla Gallery Iolas, Parigi, 1963

Foto © Monique Jacot

Federico Florian

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«Sono un artista del movimento, confessò Jean Tinguely. Ho cominciato facendo pittura, ma mi sono arenato, ero in un vicolo cieco. […] Sono rimasto intrappolato dai quadri, […] non riuscivo mai a giungere alla fine [di un dipinto]. Allora ho deciso di introdurvi il movimento». È da una relazione problematica con la pittura che il maestro cinetico più celebre al mondo (Friburgo, 1925-Berna, 1991) ha plasmato le sue iconiche sculture metalliche: ingranaggi imperfetti e rumorosi, i cui cigolii grotteschi sembrano quasi un memento mori. Macchine irrequiete, il cui moto frenetico preannuncia la possibilità di un’avaria o dell’autodistruzione.

Il movimento era un’ossessione per Tinguely. Dopo gli esordi come decoratore di vetrine a Basilea e le iniziali sperimentazioni con la pittura astratta, si trasferisce a Parigi, dove comincia a realizzare le prime sculture cinetiche dotate di motori elettrici. Il movimento è vita, ma anche morte. «La morte non esiste», dichiarerà in seguito. «È solo una transizione da un movimento all’altro». A illustrare la relazione tra moto, distruzione e trasformazione è il celeberrimo «Homage to New York», macchina suicida presentata al MoMA nel 1960: un’enorme scultura cinetica composta da ruote di bicicletta, un pianoforte, una vasca da bagno e altri objets trouvés, destinata ad autodistruggersi. Un «omaggio» alla Grande Mela che, a dire il vero, assumeva le fattezze di un commento ironico sugli eccessi consumistici della vita moderna. Un’azione pervasa da una vena anarchica e nichilista, tanto che Tinguely la descriverà così: «Un’opera effimera, passeggera come una stella filante e soprattutto destinata a non essere recuperata dai musei. No, non doveva essere museificata. Doveva passare, essere sognata, discussa, ed è tutto. Il giorno dopo non restava più niente. Tutto tornava all’immondezzaio».

Una veduta della mostra «La roue=c’est tout» con opere di Tinguely: «Fatamorgana, Méta-Harmonic IV», 1985, (sullo sfondo) e «Klamauk», 1979, (in primo piano). Foto © Daniel Spehr

In occasione del centenario dalla nascita di Tinguely, diverse istituzioni in tutta Europa gli rendono omaggio con mostre ed eventi a lui dedicati. Primo fra tutti il Museum Tinguely di Basilea, sede della più ampia collezione al mondo di opere cinetiche dell’artista, che il 22 maggio festeggerà il suo centesimo compleanno con un festival in Solitudepark e l’inaugurazione del «Treno fantasma» di Rebecca Moss e Augustin Rebetez, ispirato a una sua installazione del ’77, «Le Crocrodrome». Dal 20 al 22 marzo, presso il museo svizzero, si è svolta una conferenza internazionale di tre giorni che ha presentato nuove ricerche e letture critiche sul suo lavoro. «La conferenza non solo ha gettato nuova luce sull’opera di Tinguely, spiega la dottoressa Sandra Beate Reimann, curatrice al Museum Tinguely e organizzatrice del simposio, ma ha anche fornito parecchi materiali d’archivio inediti, nonché nuovi filmati e fotografie di lavori raramente visti in movimento per ragioni di conservazione».

Fra i temi affrontati, quello dei primi happening dell’artista (precedenti all’«Homage» newyorkese del 1960), di cui fu uno dei pionieri del genere in Europa. Lo «Spectacle empirique» presso il Théâtre des Trois Baudets di Parigi (1956), oggetto dell’intervento di AnnMarie Perl al simposio di Basilea, fu un evento collaborativo, che vide la partecipazione di un mimo (Alexandre Jodorowsky), di un drammaturgo (Jean-Michel Rankovitch) e di un musicista (Michel Magne), oltre ovviamente a Tinguely, che vi contribuì con macchine e dipinti: uno spettacolo «délirant», così come lo descrive Magne. Reimann rievoca anche la performance-conferenza del 1959 all’Ica di Londra, in cui Tinguely fa partire un testo preregistrato in un inglese stentato, corretto in tempo reale da una ragazza madrelingua, mentre due ciclisti azionano due macchine per produrre disegni automatici. È in questa occasione che annuncia l’assioma per cui «il movimento è statico»: statico perché è «l’unica cosa immutabile, la sola certezza, ciò che resta inalterato».

Jean Tinguely in cerca di materiali, Parigi, 1960

Se i primi happening di Tinguely sono stati in parte trascurati dagli studi storico artistici, lo stesso vale per il ruolo della pittura nelle sue sculture. È proprio su questo che verteva l’intervento in conferenza di Reimann la quale, in particolare, si è concentrata su uno specifico gruppo scultoreo, un assemblage di elementi metallici connessi da un’impalcatura in fil di ferro: i «Méta-Herbin». La serie è un tributo ad Auguste Herbin, pioniere francese dell’astrazione geometrica, da cui Tinguely prende in prestito un vocabolario di forme (cerchi, semicerchi, triangoli) e tonalità (giallo, rosso, nero, bianco, azzurro). Il colore, applicato tramite la pittura, assume una chiara funzione percettiva, accentuando la sensazione di mutevolezza: esso fa da complemento e contrappunto al movimento delle forme, innescato da un motore elettrico.

In termini di pittura, il 1963 segna un passaggio fondamentale: è il momento in cui Tinguely comincia a dipingere di nero le sue sculture. Un gesto radicale, che lo colloca agli antipodi rispetto all’euforia coloristica della Pop Art. «Il nero garantisce l’omogeneità formale della macchina», dichiara l’artista in un’intervista del ’66 con Alain Jouffroy. «È un ritorno alla scultura, credo, quasi a una scultura convenzionale». E ancora: «Il nero è un modo per far scomparire l’oggetto trovato»; è una strategia per rendere invisibile la materialità fisica degli assemblaggi e portare in primo piano il movimento. A contribuire a tale evoluzione, secondo Reimann, è stata una mostra cruciale del 1959, «16 American Artists» al MoMA di New York, che Tinguely visitò di persona. È qui che s’imbatté nel lavoro di Luise Nevelson: lampanti sono le risonanze estetiche fra i grandi assemblaggi a muro di Nevelson, tutti dipinti di nero, e le nere sculture monumentali prodotte da Tinguely nella seconda metà degli anni Sessanta.

Un momento del restauro di «Le Safari de la Mort Moscovite», 1989. Foto © Daniel Spehr

Nei decenni successivi, i progetti dell’artista svizzero divengono sempre più imponenti e collaborativi. Il colore ritorna (basti pensare agli ingranaggi gioiosi e infernali di «Grosse Méta-Maxi-Maxi-Utopia», 1987, un’installazione lunga diciassette metri e alta otto, la più grande mai realizzata). Ma anche la morte, la stessa evocata dalla macchina suicida di «Homage to New York», fa una ricomparsa. È del 1986 la sua opera forse più austera e drammatica, «Mengele-Totentanz», ideata dopo un incendio che colpì una fattoria vicina allo studio dell’artista a Neyruz. Tinguely recuperò tra le rovine segmenti di ferro carbonizzato e materiali danneggiati, fra cui una macchina per la lavorazione del granturco. Da qui creò una serie di quattordici sculture che andavano a comporre un’installazione cupa e monumentale: una danza macabra di demoni meccanici e cigolanti, i cui volti corrispondevano a teschi di animali.

L’artista morirà cinque anni dopo, il 4 settembre del 1991. In occasione dei suoi funerali ebbe luogo una parata commemorativa a Friburgo, la sua città natale. Apriva il corteo funebre un lavoro del ’79, «Klamauk»: una scultura sonora dall’aspetto buffo e caotico, montata su un vecchio trattore e composta da un assortimento di strumenti a percussione. Con una sinfonia di botti e sbuffi l’opera eseguiva la sua fanfara tra la folla, performando un saluto finale all’artista. Impossibile non pensare alle parole di Tinguely: «La morte è una transizione da un movimento all’altro […] La morte è movimento».

Da sinistra: Per Olof Ultvedt, Robert Rauschenberg, Martial Raysse, Daniel Spoerri, Jean Tinguely, Niki de Saint Phalle, protagonisti della mostra «Dylaby» a Stoccolma nel 1962. © Christer Strömholm/Strömholm Estate. Foto © Christer Strömholm

Un 2025 all’insegna dell’artista svizzero

In occasione del centenario dalla nascita di Jean Tinguely, il 2025 vede un programma di mostre, eventi e performance.

Il 22 maggio, il Museum Tinguely festeggia il centesimo compleanno dell’artista con un festival in Solitudepark a Basilea, dove ha sede il museo. Le celebrazioni prevedono torta, pranzo di compleanno e una serie di interventi artistici. Nello stesso parco, dal 22 maggio al 30 agosto (il giorno della morte di Tinguely), sarà in funzione l’ambiziosa installazione «Scream Machine» di Rebecca Moss e Augustin Rebetez. Il progetto rende omaggio a «Le Crocrodrome de Zig et Puce», un’installazione creata da Tinguely nel 1977 in collaborazione con Bernhard Luginbühl, Daniel Spoerri e Niki de Saint Phalle per l’inaugurazione del Centre Pompidou di Parigi. L’opera originale consisteva in una scultura percorribile, dotata di ruote, un treno fantasma e una gamba di coccodrillo interamente ricoperta di cioccolato.

Il Grand Palais di Parigi presenta un progetto espositivo organizzato dal Centre Pompidou e dedicato alla collaborazione e all’amicizia creativa tra Niki de Saint Phalle, Jean Tinguely e Pontus Hultén; la mostra include sculture, installazioni e materiali d’archivio inediti (dal 6 giugno al 4 gennaio 2026). 

Il Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra celebra la ricorrenza mostrando oltre trenta sculture meccaniche e una selezione di lavori su carta (a seguito di una donazione di opere grafiche da parte della Niki Charitable Art Foundation), alcuni dei quali vengono esposti qui per la prima volta. In occasione del centenario, il museo ha restaurato la scultura cinetica «Si c’est noir, je m’appelle Jean», prodotta da Tinguely nel 1960.

Tra gli altri progetti espositivi ricordiamo «Mechanics and Humanity: On the 100th Birthday of Jean Tinguely and Eva Aeppli» al Museo Lehmbruck di Duisburg (fino al 24 agosto), una doppia mostra dedicata a Tinguely e Niki de Saint Phalle nelle sede in Somerset della galleria Hauser & Wirth (dal 17 maggio a gennaio 2026) e, da settembre a dicembre, l’esposizione «Jean Tinguely: Nothing Ever Stands Still, Works from 1958 to 1990» presso la galleria newyorkese Fleiss-Vallois.

Jean Tinguely di fronte a «Dernière Collaboration avec Yves Klein», 1988. Foto © Vera Isler

Federico Florian, 02 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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