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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliIl silenzio che accoglie i visitatori al numero 19 di East 64th Street assomiglia alla quiete di un laboratorio sartoriale dopo l’orario di chiusura. Una sensazione trasmessa dai quadri alle pareti, che compongono la mostra «The Adventure of Domenico Gnoli», organizzata dalla galleria Lévy Gorvy Dayan (e visitabile fino al 23 maggio). La quale riporta a New York, dopo oltre cinquant'anni, il lavoro di un artista che ha saputo guardare gli oggetti quotidiani occhi nuovi.
Nonostante Gnoli sia scomparso nel 1970 a soli trentasei anni, stroncato da un cancro fulminante proprio quando la sua carriera raggiungeva il riconoscimento internazionale, a soli quattro mesi dal successo della sua prima personale alla Sidney Janis Gallery, il pittore è riuscito a sviluppare uno stile preciso e personale, tanto da generare un corpus di opere che, seppure limitato, ha il valore per ritagliarsi uno spazio preciso nella storia dell'arte moderna. Oggi il suo lavoro appare straordinariamente attuale, posizionato in un tempo sospeso tra l'anticipazione di tendenze future e una fedeltà assoluta alla propria visione.
Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
Tant’è che entrare nel percorso espositivo significa accettare un cambio di prospettiva, che riguarda in particolare la gerarchia della nostra attenzione. Un colletto di camicia, la riga dritta di una capigliatura, la trama di un divano o un busto viola smettono di essere dettagli di sfondo e diventano i soggetti assoluti della tela. La tecnica di Gnoli, che mescolava la sabbia ai pigmenti acrilici, conferisce alle superfici una consistenza opaca e gessosa. Un espediente materico che ricorda gli affreschi rinascimentali, fissando nel tempo elementi che normalmente consideriamo passeggeri, come la piega di un lenzuolo o l'andamento di un tessuto, ed elevando gli oggetti umili a una dimensione atmosferica e metafisica. Gnoli era convinto che non servisse cercare altrove la meraviglia o il turbamento, spiegando che «l'immaginazione e l'invenzione non possono generare qualcosa di più importante, più bello e più terrificante dell'oggetto comune, amplificato dall'attenzione che gli diamo».
Il percorso biografico dell'artista aiuta a comprendere la genesi di questa visione così metodica. Figlio di uno storico dell’arte e di una ceramista, crebbe immerso in una cultura visiva stratificata. Prima di dedicarsi interamente alla pittura dal 1964, Gnoli aveva lavorato intensamente come illustratore per riviste internazionali e come scenografo teatrale tra Londra, Parigi e New York. La familiarità con lo spazio scenico e con il disegno applicato si riflette nel rigore delle sue inquadrature. Nei suoi quaderni e nelle lettere esposte in galleria si legge chiaramente il rifiuto per le distorsioni e per le bizzarrie intellettuali. La sua ricerca non nasceva dall'immaginazione fantastica, ma dalla scelta di isolare ciò che è già presente sotto gli occhi di tutti. Un'opera di microscopica selezione.
Domenico Gnoli, Due Dormienti (1966) (detail). Private Collection. Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
Domenico Gnoli, Red Tie Knot (1969) (detail). Private Collection. Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
La pittura di Gnoli si muove così su un binario autonomo rispetto alle tendenze degli anni Sessanta. Mentre la Pop Art americana celebrava il consumo e la cultura di massa, l'artista romano sceglieva una via più silenziosa e distaccata, benché felice di essere finalmente compreso grazie al mutamento del clima culturale. Egli stesso ricordava nel 1965: «Ho sempre lavorato come faccio ora, ma non attiravo l'attenzione perché era il momento dell'Astrazione. Solo ora, grazie alla Pop Art, la mia pittura è diventata comprensibile». Non c'è ironia né intento di critica sociale nei suoi quadri, ma una forma di rispetto per l'oggettività delle cose. Gnoli descriveva il suo approccio come una ricerca di pittura statica e non eloquente, dove il punto di partenza restano sempre gli elementi semplici dell'ambiente circostante, chiarendo la sua stessa etica artistica: «Uso sempre elementi semplici, dati, non voglio aggiungere né togliere nulla. Non ho mai voluto nemmeno deformare; isolo e rappresento. I miei temi vengono dal mondo intorno a me, situazioni familiari, vita quotidiana; poiché non medio mai attivamente contro l'oggetto, sperimento la magia della sua presenza».
Nelle sale della galleria si avverte la pazienza geometrica con cui ogni opera è stata costruita, un'attitudine che trasmette un senso di ordine e di serenità monastica interrotta troppo presto da una fine prematura. La rassegna newyorkese, realizzata insieme alla vedova Yannick Vu e all'Archivio Livia Polidoro-Gnoli, ordina dipinti, disegni e documenti rari, offrendo l'occasione di riesaminare un'avventura artistica interrotta a soli trentasei anni, che ha trasformato la sua breve parabola in un mito del Novecento e ha trovato il proprio baricentro nell'evidenza magnificata delle cose comuni.
Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
Courtesy of Lévy Gorvy Dayan, New York © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York_SIAE, Rome
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