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David Landau
Leggi i suoi articoliA oltre tre secoli dalla sua realizzazione, Il Sogno di Giacobbe (1671) di Valentin Lefèvre torna a occupare con rinnovata leggibilità la volta dello Scalone del Longhena nel complesso di San Giorgio Maggiore. L’intervento, promosso dalla Fondazione Giorgio Cini, segna un passaggio rilevante nella ridefinizione critica e materiale dell’opera, a lungo offuscata da condizioni conservative precarie e da una lettura parziale della sua struttura iconografica.
Il restauro, avviato nel 2024 e concluso nel 2026, si configura come la prima revisione sistematica del dipinto dalla sua esecuzione. La superficie pittorica presentava cadute di colore, distacchi e un diffuso oscuramento dovuto a depositi e interventi precedenti. La rimozione selettiva di vernici alterate e residui proteici ha restituito una gamma cromatica inattesa, con rossi e azzurri di intensità superiore a quanto ipotizzato prima dell’intervento.
Il dato più significativo riguarda tuttavia la riemersione di elementi iconografici centrali. La scala popolata di angeli, asse compositivo dell’opera, era progressivamente scomparsa alla vista; oggi torna a stabilire una continuità visiva e simbolica con l’architettura dello scalone progettato da Baldassarre Longhena. La relazione tra pittura e spazio non appare accessoria: il dipinto è concepito come estensione visiva dell’apparato architettonico e parte integrante del dispositivo cerimoniale del monastero benedettino.
In questa prospettiva, il soggetto biblico assume una valenza che eccede la narrazione religiosa. La scala di Giacobbe, che connette terra e cielo, si configura come metafora di una gerarchia della conoscenza e del potere, inscritta nello spazio di rappresentanza dell’abbazia. La compresenza di pittura, scultura e architettura definisce un ambiente unitario in cui la dimensione spirituale si intreccia con quella politica e istituzionale.
Il cantiere ha integrato metodologie diagnostiche avanzate, tra cui una tecnica di spettroscopia a distanza sviluppata in collaborazione con il CNR e l’Università Ca’ Foscari. L’analisi ha permesso di acquisire dati sulla composizione dei pigmenti e sullo stato delle vernici senza intervenire direttamente sull’opera, introducendo un modello operativo rilevante per contesti complessi o difficilmente accessibili.
Sul piano storico, il restauro si accompagna al ritrovamento di un documento d’archivio datato 1671, che dettaglia materiali, costi e modalità di installazione della grande cornice lignea. Il dato contribuisce a precisare le condizioni originarie dell’opera e il suo inserimento nel programma decorativo del complesso. La figura di Lefèvre emerge così con maggiore nitidezza nel contesto veneziano del secondo Seicento. Formatosi a Bruxelles e attivo a Venezia sotto l’influenza di Paolo Veronese, il pittore sviluppa un linguaggio che intreccia classicismo e suggestioni tenebrose, inserendosi in una fase di transizione della pittura lagunare.
L’intervento sul Sogno di Giacobbe non si limita a una restituzione estetica. Riattiva una lettura sistemica dell’opera, in cui conservazione, ricerca scientifica e interpretazione storico-artistica convergono. In un contesto come quello veneziano, segnato da condizioni ambientali critiche e da una stratificazione complessa di interventi, il progetto indica una direzione operativa che supera la dimensione episodica del restauro per assumere valore metodologico.
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