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Olga Gambari
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Cecilia Vicuña è protagonista della mostra «El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso)», al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea dal 29 aprile al 20 settembre, con la curatela di Marcella Beccaria. Si tratta della prima mostra personale che un museo italiano dedica a questa artista cilena nata a Santiago del Cile nel 1948 e che ora vive a New York, a lungo esule dal suo Paese durante la dittatura militare di Pinochet, quando si trasferì a Londra dove fu tra le fondatrici del collettivo internazionale Artists for Democracy. Un’artista ricca e complessa, che è anche una regista e una poetessa riconosciuta sin dagli esordi negli anni Sessanta, oltre a essere un’attivista dalla pratica multidisciplinare. Arte e impegno sono inscindibili nel suo raccontare il presente con uno sguardo che abbraccia il mondo inteso come esperienza anche spirituale, a partire dalle antiche culture andine per arrivare alla fisica quantistica. Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia del 2022, anche il Pirelli HangarBicocca di Milano ha in calendario una sua retrospettiva per ottobre 2027. L’abbiamo intervistata.
Il ghiaccio scomparso del titolo è un’evocazione degli antichi ghiacciai della Valle di Susa, le cui tracce sono racchiuse nel cuore geologico delle montagne alle spalle del Castello di Rivoli, ma è anche un omaggio ai ghiacciai in estinzione in tutto il mondo a causa del cambiamento climatico?
Assolutamente sì, e il titolo si riferisce anche alla scomparsa del valore della sacralità dell’esistenza che era legata all’acqua, al potere sacro del ciclo dell’acqua che coinvolge centinaia di scambi tra le nubi, la pioggia, l’oceano, le piante che producono l’umidità. La mia generazione è cresciuta credendo che l’acqua avesse tre stati primari, cioè solido, liquido e gassoso, ma oggi la scienza ci dice che l’acqua possiede anche un quarto stato quantico capace di creare molti tipi di relazioni in continuo cambiamento e ridefinizione, un’energia creativa che è stata fondamentale nella storia dell’umanità e del pianeta. Bisogna prendere consapevolezza che la scomparsa dell’acqua va di pari passo con quella dell’umanità stessa. Penso che l’«arte precario» (definizione con cui l’artista ha nominato la sua arte negli anni Sessanta, Ndr) sia la forza più saggia che l’arte possa scegliere, una forza che cambia le cose attorno, certamente a me ha cambiato la vita, la visione della precarietà e dell’incertezza mutevole che informa l’esistenza. Quella corrispondenza e interazione invisibile tra tutte le cose, di cui trovo sempre riscontri nel mio lavoro, nelle apparizioni degli animali, per esempio, nel volo degli uccelli, nella forma delle onde. Come se l’oceano rispondesse, le nuvole rispondessero. Quando realizzai il mio primo quipu (i quipus, «nodi» in lingua quechua, sono un elemento fondamentale del suo fare, corde intrecciate di diverse dimensioni e lunghezze utilizzate dalla cultura Inca in sostituzione della lingua scritta per effettuare calcoli matematici o registrare eventi degni di nota, oggi ancora in uso fra i campesinos delle Ande, Ndr), arrivarono due condor che volavano nel cielo e proiettavano la loro ombra sulla terra, e nella mia visione poetica il condor rappresenta proprio l’animale simbolico del ciclo dell’acqua che scorre dalle montagne all’oceano! Ora i condor si stanno estinguendo, parallelamente alla devastazione dell’ambiente. Io penso che il precario sia qualcosa che fa porre attenzione a quel sentimento che voi in italiano definite «sentire», un termine perfetto per esprimere quella percezione fatta di sensi e di molto altro.
«El glaciar ido» è un’installazione nella quale un enorme quipu orizzontale e sospeso in lana cruda bianca abbraccia tutta la lunghezza della Manica Lunga del Castello di Rivoli, un lavoro collaborativo che ha visto partecipare molte figure e comunità del territorio piemontese.
È stato un lungo processo collettivo, per la cui realizzazione sono state coinvolte tante persone attraverso un’open call che chiedeva di portare materiali provenienti da piante. Si è creato così un secondo quipu insieme a quello sospeso, una tessitura condivisa e partecipata, un luogo di consapevolezza, che invita a essere chi siamo, che suscita l’amore per l’essere umano e per la vita in ogni sua forma. Il quipu, infatti, è anche una sorta di provocazione, di stimolo. Da qui la sua energia speciale, come una canzone rituale cantata insieme, come una cerimonia a cui si partecipa dando e ricevendo in conoscenza sensibile e profonda. Questo è anche l’antico significato andino dei quipus, che si pone collegando il passato, il presente e il futuro, e che per me è l’incarnazione perfetta dell’arte precario, una conoscenza comune che si è sviluppata lungo oltre cinquecento anni.
Nella mostra il grande quipu dialogherà anche con sue nuove produzioni poetiche e video?
Sì, con alcuni nuovi lavori creati appositamente e altri che arrivano dagli anni passati, per esempio pagine tratte da un’antologia dedicata ai giovani poeti sudamericani che pubblicò per la prima volta in italiano proprio Giulio Einaudi qui a Torino. In generale, sarà forte la presenza della poesia in questa mostra, che per me è anche un ritorno al Castello di Rivoli, dove avevo partecipato alla collettiva «Quotidiana» nel 2020 e di cui ho un bellissimo ricordo.
Il prossimo 9 maggio la 61ma Biennale d’Arte di Venezia si aprirà in un momento di particolare drammaticità del conflitto globale. Quale capacità ha l’arte, con tutto il suo sistema, di offrire un luogo di confronto e riflessione reale?
È molto brutto ciò che sta accadendo, anche i grandi eventi internazionali si misurano con la realtà e non possono tirarsi indietro. L’arte, la poesia, la filosofia sono cruciali in una società nella quale la sensibilità dell’essere umano non è tenuta molto in conto. Ci pongono di fronte alla domanda cruciale di cosa sia l’essere umano qui e ora. Per questo c’è un tentativo di portare lontano le persone dalla cultura e dall’educazione, per poter continuare a depredare e devastare il pianeta. L’arte e tutte le forme di creatività sono sotto attacco e noi abbiamo il dovere di difendere e proteggere eventi culturali come la Biennale di Venezia, che sono possibilità di incontro, spazi in cui dobbiamo rispettare e considerare le posizioni diverse dalla nostra. Va cambiata la mentalità dell’umanità, mettendo fine alla guerra, alla violenza, alla sofferenza. Il Leone d’Oro è stato un riconoscimento importante non solo per me, ma soprattutto per l’universo da cui arrivo, che pone la sacralità dell’esistenza come valore assoluto, la vita del pianeta intero. È incredibile, per me, come molte persone rifiutino ancora di sentire, non solo di comprendere intellettualmente, come la distruzione in corso del nostro ecosistema le riguardi in prima persona.
Cecilia Vicuña, «Brain Forest Quipu», 2022, Londra, Tate Modern, Hyundai Commission. Foto Sonal Bakrania. Courtesy dell’artista and Tate. © Cecilia Vicuña, by Siae