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Poltrona «San Luca» di Achille e Piergiacomo Castiglioni, 1960

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Poltrona «San Luca» di Achille e Piergiacomo Castiglioni, 1960

Un racconto collettivo in omaggio all’eredità del design di Dino Gavina

Marco Brunori compone un ritratto a più voci del «domatore di designer, il sovversivo» attraverso «semplici e brevi narrazioni tenute insieme dal filo invisibile dell’affetto e dell’amicizia, che realizzano un carattere letterario impossibile da collocare in alcun genere»

Sergio Buttiglieri

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È stato presentato a Milano, al Museo del Compasso d’Oro, un prezioso volume polifonico scritto da Marco Brunori dedicato a Dino Gavina: O Gavina o Niente edito da Silvana Editoriale con il supporto del brand di arredamento Cassina. Assieme a Brunori, oltre alla presentazione di Luciano Galimberti, presidente dell’Adi Design Museum, ci sono stati piacevoli interventi di Puccio Duni, Premio Compasso d’Oro 2014 alla Carriera, Margherita Abbo, architetto che ha lungamente collaborato con questo visionario imprenditore, e Matteo Vercelloni, architetto e giornalista della rivista «Interni» e figlio di Virgilio Vercelloni che nel 1987 scrisse anche lui un grande ricordo di Gavina per Jaca Book.

Diceva giustamente Dino Gavina: «Moderno è ciò che è degno di diventare antico, moderno è lo spirito dei tempi, ma la forma vera non può essere che classica». Il termine «design» appare da tempo nel nostro paese complementare alla formula «made in Italy»; entrambe le locuzioni offrono storicamente un surplus qualitativo aggiuntivo all’oggetto d’uso, alla moda, all’arredo, ai mezzi di trasporto, tale appunto da rendere famoso il livello del design italiano nel mondo. E lo vediamo ancora oggi con il Salone del Mobile di Milano, da sempre la Fiera del design più importante al mondo che attira oltre 500mila persone da tutti i continenti per vedere le evoluzioni del buon design contemporaneo.

Ancora oggi in Italia abbiamo importanti designer che per fortuna proseguono e reinterpretano, senza però superarli a mio parere, i linguaggi dei maestri del design che Dino Gavina scoprì a suo tempo, miscelando il design all’arte e al teatro. Vedi ad esempio il mitico paravento, su disegno di Aldo Ballo, che lui mise in produzione con la sua azienda Simon. E non a caso mise a catalogo anche la sedia in legno rinascimentale «Tomasa» che vide in un museo fiorentino e che lui attribuì provocatoriamente a Paolo Uccello.

Gavina, uomo dalla vulcanica e pirotecnica attività di imprenditore e operatore estetico-culturale, ben rappresenta il complesso carattere del design italiano, in bilico fra artigianato e industria, tra tensione artistica e sperimentazione progettuale. Un percorso, quello di Gavina, tipicamente italiano, che dal dopoguerra in poi unisce all’intuizione imprenditoriale e all’innovazione del prodotto di design un’attitudine di stampo umanistico, legata all’attenzione verso le arti, sino a portarle a volte nell’ambito del furniture design come con l’operazione dell’«Ultramobile» del 1971, anticipatrice di feconde commistioni fra arte e design e oggi all’ordine del giorno. Nel libro ritroviamo i racconti di Marina Abramović, Luigi Ontani e critici d’arte come Achille Bonito Oliva, Vittorio Sgarbi, Renato Barilli che lo hanno conosciuto personalmente.

Tobia Scarpa, «Pigreco», 1956

Ma vediamo più in dettaglio la personalità e la creatività di questo straordinario protagonista del design italiano. Come s’è detto, Dino Gavina (1922-2007) giovane industriale del mobile, coglie il ruolo di Milano quale città del cambiamento nel campo del design e sarà Lucio Fontana a introdurlo alla X Triennale del 1954 per incontrare i fratelli Achille e Piergiacomo Castiglioni, Carlo Scarpa e Luigi Caccia Dominioni, che con lui produrranno alcuni tra i pezzi più importanti della storia del design italiano. Gavina mise a catalogo anche la sedia «Stella» che riprodusse osservando una sedia pieghevole in metallo in dotazione alle truppe americane con i funzionali fori sulla seduta per la corretta traspirazione. Come d’altronde fece Gio Ponti con la sua «Super leggera» ripresa dalla tradizionale sedia «Chiavarina».

Un sodalizio professionale e creativo, quello tra architetti e industriali, che sta alla base del successo e della diffusione del design italiano nel mondo, quale esempio di riferimento obbligato e durevole, che secondo diverse modalità tramanda la filosofia di approccio e la qualità del progetto sino ai nostri giorni, coinvolgendo generazioni e professionisti dalle personalità e dai linguaggi più diversi, come Ludovico Magistretti e Mario Bellini, Ettore Sottsass, Enzo Mari e Piero Fornasetti, quest’ultimo fuori da ogni schema e solo recentemente rivalutato dalla critica che lo aveva prima considerato alla stregua di un eccentrico decoratore.

Al percorso progettuale di Caccia Dominioni designer si associano le vicende di Dino Gavina, fra i primi industriali del mobile capaci di unire all’etica del prodotto industriale la sensibilità di «operatore estetico», attento osservatore del mondo artistico. La scomparsa nell’aprile del 2007 di Dino Gavina toglie alla storia del design uno dei suoi padri fondatori.

Gavina fin dai primi anni del dopoguerra, ci racconta Marco Brunori che con questo imprenditore entrò subito in contatto lavorativo già da giovanissimo (già curatore della strepitosa mostra che nel 2021 la Gnamc di Roma aveva dedicato a quel pioniere del Good Design italiano), «comincia la sua eccezionale avventura di inesausto creatore e operatore maieutico, sempre curioso, sempre fuori o ai margini degli schemi preesistenti, sempre al servizio dell’innovazione, sempre a cavallo tra arte e design, tra etica ed estetica, tra impresa produttiva ed azienda editoriale. Gavina dalla sua Bologna, dove iniziò l’attività producendo rivestimenti in tessuto per le auto Fiat e per gli interni delle carrozze ferroviarie, comincia a guardare a Milano e alla Triennale, dove nel 1954, anno di fondazione del premio Compasso d’Oro, incontra Lucio Fontana e i primi designer: Marco Zanuso, Luigi Caccia Dominioni, e i Fratelli Castiglioni con cui strinse un sodalizio destinato a durare nel tempo. Dino Gavina fonda una sorta di formidabile circolo di progettisti, di cui fece parte anche Carlo Scarpa, tutti tesi verso il superamento dei rigidi vincoli razionalisti e con l’obiettivo di introdurre una presenza poetica e una nuova estetica nel paesaggio domestico non solo italiano».

Afra Tobia, «Scarpa Bastiano», 1960

Nel 1962 Gavina decide insieme ai fratelli Castiglioni di riprodurre i mobili di Marcel Breuer disegnati all’epoca del Bauhaus, non tanto per un nostalgico rimpianto dell’eredità del Movimento moderno, quanto per sottolineare un’etica del prodotto di design. Si trattava di portare in produzione dei pezzi realizzati quarant’anni prima solo a livello artigianale. E sarà proprio la coerenza di questi progetti, a renderli compatibili con i processi di produzione in serie e perciò a decretarne programmaticamente la loro contemporaneità.

A differenza di quelli di Le Corbusier che, come ricordava lo stesso Gavina, richiedevano una serie di saldature a mano e nonostante l’immagine modernista, i prodotti del design del Bauhaus rimanevano relegati a un’oggettiva produzione artigianale. Per Gavina la compatibilità con la produzione seriale rimane un imperativo, etico ed estetico allo stesso tempo. Che caratterizzerà la sua pirotecnica e instancabile ricerca nel campo del design.

Durante questa presentazione al Museo del Compasso d’Oro abbiamo potuto rivedere le immagini e il racconto dei suoi iconici prodotti ,come i capolavori di Carlo Scarpa: i tavoli «Doge» 1968, «Valmarana», 1972, «Delfi», 1970-71, nonché «Orseolo», 1972, e il divano «Cornaro», 1973, la poltrona «Sanluca», 1960, (ora riprodotta da poltrona Frau) dei fratelli Castiglioni; poi a poltrona «Digamma», 1957, di Ignazio Gardella, e la sedia «Lambda», 1960, di Marco Zanuso. Fino agli essenziali segni domestici del giapponese Kazuhide Takahama, precursori di ogni Minimalismo.

Tutto ciò attraverso le preziose testimonianze di Puccio Duni che con Gavina aveva più volte interagito. O con Marco Brunori, autodefinitosi l’allievo perfetto, che ci ha ricordato i mobili in legno grezzo disegnati da Enzo Mari da auto-assemblare a cura dei fruitori. Ogni designer italiano in fondo può riconoscere in lui il proprio padre. E questa preziosa eredità nel libro compare con piacevoli citazioni di chi ha avuto la fortuna di collaborare con lui.

«Io ho avuto la fortuna di non avere genitori che avessero fatto questo mestiere prima, raccontava Gavina. Molte aziende del settore sono gestite da chi le ha ereditate, ma io invece, non avendo niente, sono partito da tutt’altre strade, sono partito dalla passione per il teatro e per le arti visive. La letteratura e le arti visive mi hanno portato inconsciamente a pensare in un altro modo e, soprattutto, ad avere dei rapporti alla pari con degli uomini di cultura, che incontravo magari per andare insieme o per parlare di una stupidaggine. Con loro c’era un rapporto alla pari, che puoi avere con loro solo se ti occupi di certi fatti».

Takahama, «Bramante», 1973

La sua carriera è stata segnata da un approccio anticonformista e da una straordinaria capacità di innovare, lasciando un segno indelebile nel mondo del design. Il libro rappresenta un omaggio alla sua eredità, raccontandone la visione, le collaborazioni e il contributo fondamentale alla scena creativa. È infatti dai ricordi che prende forma la narrazione. «Il libro parla di lui, il domatore di designer, il sovversivo, a più voci, semplici e brevi narrazioni tenute insieme dal filo invisibile dell’affetto e dell’amicizia, che realizzano un carattere letterario impossibile da collocare in alcun genere», dice Brunori. Così il volume restituisce un ritratto a tutto tondo di Dino Gavina, in un susseguirsi di estratti antologici e riflessioni di numerose personalità del design e della cultura.

Gavina si rivela come un uomo straordinario che sapeva scegliere con cura le persone con cui lavorare: «Qualche volta ci presentava: “Ecco i miei uomini”. Una definizione così partecipata mi faceva sentire onorato, decontestualizzato e trasposto sul fronte del porto. Un ready made virtuoso di cui andare fieri. Con lui giocavi sempre in squadra con ruoli diversi, spesso imprevedibili», prosegue Brunori.

Un legame profondo che Brunori continua a preservare ogni anno, il 7 novembre, giorno del compleanno di Gavina, inviando un biglietto di auguri a tutti i suoi amici. «Dino Gavina era la mia coscienza. Ogni volta che avevo un’idea, mi confrontavo con lui. La solitudine poi è stata profonda. Festeggio il suo compleanno ogni anno e ho suonato ai portoni di tanti che lo conoscevano per raccogliere narrazioni e scrivere questo libro. L’ho fatto per stare ancora in compagnia di Gavina e dei gaviniani come me. Un omaggio al Maestro, ma anche a tutti noi», dice Brunori. Il libro diventa quindi un mosaico di ricordi e testimonianze, un racconto collettivo che restituisce l’energia e il genio di una figura unica nel panorama del design italiano e internazionale.

Cassina e Dino Gavina hanno condiviso una visione rivoluzionaria, ridefinendo le regole del design attraverso sperimentazione, qualità e innovazione. La loro collaborazione ha dato vita a pezzi iconici, espressione di nuovi linguaggi e valori culturali. Questo legame si è rinnovato nel 2013 con l’acquisizione di Simon, l’azienda fondata da Gavina e Maria Simoncini, i cui prodotti sono stati integrati nella collezione Cassina, preservando e valorizzando il patrimonio creativo di uno dei grandi protagonisti del design italiano.

O Gavina o Niente
di Marco Brunori, 394 pp., Silvana Editoriale, Milano 2025, € 32

La copertina del volume

Sergio Buttiglieri, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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