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Un solo giocatore, diciassette telecamere: la partita che è diventata un'opera d'arte. Il ritratto di Zidane, vent'anni dopo

Realizzato nel 2006 da Douglas Gordon e Philippe Parreno, Zidane, a 21st Century Portrait è una delle opere più influenti della videoarte contemporanea. Diciassette telecamere seguono il calciatore francese durante un'unica partita del Real Madrid, trasformando un evento sportivo in un ritratto psicologico, un'indagine sulla celebrità e una riflessione sul modo in cui le immagini costruiscono gli eroi del nostro tempo.

Riccardo Deni

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Che cosa accade quando una partita di calcio smette di raccontare il gioco e decide invece di osservare un solo uomo? È la domanda da cui nasce Zidane, a 21st Century Portrait, il film-installazione realizzato nel 2006 da Douglas Gordon e Philippe Parreno, oggi considerato uno dei lavori fondamentali della videoarte del XXI secolo.

L'opera documenta un'unica partita: Real Madrid-Villarreal, giocata il 23 aprile 2005 allo stadio Santiago Bernabéu. Novanta minuti apparentemente ordinari. Il risultato finale interessa poco. Ciò che conta è il modo in cui il tempo viene osservato. Per tutta la durata dell'incontro, diciassette telecamere sincronizzate ignorano quasi completamente il pallone e seguono soltanto Zinédine Zidane. Non importa dove si trovi l'azione. Se il gioco si sviluppa dall'altra parte del campo, lo sguardo continua a restare sul numero cinque del Real Madrid. Lo spettatore osserva i suoi movimenti, i momenti di attesa, il respiro, lo sguardo perso nel vuoto, la tensione muscolare, i pochi secondi nei quali apparentemente non accade nulla.

È un ribaltamento radicale della grammatica televisiva. La regia sportiva costruisce normalmente una narrazione collettiva. Gordon e Parreno eliminano questa prospettiva. Il calcio diventa il pretesto per realizzare un ritratto, esattamente come avveniva nella grande tradizione della pittura occidentale. Gli artisti hanno dichiarato di aver guardato tanto ai ritratti di Diego Velázquez e Francisco Goya quanto ai celebri Screen Tests di Andy Warhol, nei quali il soggetto rimane immobile davanti alla cinepresa per lunghi minuti. Zidane viene così trattato come un sovrano, un santo o una celebrità warholiana: non attraverso la rappresentazione della vittoria, ma mediante l'osservazione del tempo.

L'opera appartiene infatti a quella ricerca che Gordon conduce dagli anni Novanta sulla durata, sulla memoria e sulla ripetizione delle immagini. In lavori come 24 Hour Psycho il cinema viene rallentato fino quasi a fermarsi; in Zidane il tempo resta reale, ma è la prospettiva a cambiare completamente. La scelta del protagonista non è casuale. Nel 2005 Zidane rappresenta probabilmente il calciatore più influente del mondo. Campione del Mondo con la Francia nel 1998, Pallone d'Oro, simbolo globale del calcio europeo, è una figura che trascende ormai lo sport. Gordon e Parreno non vogliono raccontarne le imprese agonistiche. Vogliono capire come nasce un'icona contemporanea.

L'eroe viene quindi mostrato mentre aspetta, cammina, ascolta il rumore dello stadio, osserva il gioco svilupparsi lontano da lui. La spettacolarità lascia spazio alla concentrazione. È proprio questa sospensione a costruire la dimensione psicologica del ritratto. L'opera dialoga anche con la storia del cinema sperimentale sul calcio. Il precedente più importante è Fußball wie noch nie di Hellmuth Costard, realizzato nel 1970, che seguiva George Best attraverso otto cineprese durante una partita del Manchester United. Successivamente Spike Lee riprenderà lo stesso principio in Kobe Doin' Work (2009), dedicato a Kobe Bryant.

Ma Zidane amplia enormemente quella intuizione. Il direttore della fotografia Darius Khondji conferisce all'immagine una qualità cinematografica distante dalla televisione sportiva, mentre il montaggio alterna primi piani, dettagli, campi lunghi e occasionali inserimenti della diretta televisiva. Questi frammenti interrompono il ritratto individuale ricordando continuamente allo spettatore che l'evento appartiene anche alla dimensione dello spettacolo mediatico.

È proprio questa sovrapposizione di linguaggi a rendere l'opera particolarmente complessa. Da una parte esiste il ritratto costruito dagli artisti. Dall'altra permane il racconto televisivo che milioni di spettatori hanno visto quella sera. L'immagine privata e quella pubblica convivono, mostrando come ogni celebrità contemporanea sia inevitabilmente il risultato di una moltiplicazione infinita degli sguardi. Nella versione installativa acquisita dal Guggenheim Museum questa riflessione viene ulteriormente radicalizzata. Accanto al montaggio definitivo viene infatti proiettato anche il flusso continuo di una delle diciassette telecamere originali. A tratti le due immagini coincidono; subito dopo si separano. Gordon introduce così uno dei temi ricorrenti della sua ricerca: il doppio, la ripetizione, lo scarto tra originale e copia.

L'esperienza immersiva raggiunge il suo apice nella versione espositiva su diciassette grandi schermi, dove il pubblico si muove fisicamente all'interno dell'opera. Il suono diventa parte integrante della narrazione. Il respiro di Zidane, i colpi del pallone, gli urti tra i giocatori, il rumore del pubblico e i cori dello stadio vengono distribuiti nello spazio grazie a una sofisticata progettazione sonora, alla quale si aggiunge la colonna musicale composta dal gruppo scozzese Mogwai e orchestrata spazialmente dal sound designer Nicolas Becker.

L'effetto è quello di abitare la partita piuttosto che guardarla. Lo spettatore non occupa più il punto di vista della tribuna o della televisione, ma entra nella soggettività del protagonista, condividendone isolamento, concentrazione e vulnerabilità. Il finale contribuisce a trasformare definitivamente il documentario in tragedia contemporanea. Negli ultimi minuti Zidane viene espulso dopo una rissa. L'eroe lascia il campo. L'opera si chiude senza alcuna enfasi, ricordando che ogni mito contemporaneo conserva una componente profondamente umana, fragile e imperfetta. A quasi vent'anni dalla sua realizzazione, Zidane, a 21st Century Portrait continua a rappresentare uno dei più efficaci punti d'incontro tra arte contemporanea, cinema e cultura sportiva. 

Riccardo Deni, 04 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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