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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliEra stata annunciata ad ottobre l’installazione del più grande «Skyspace» di James Turrell mai realizzato per un’istituzione pubblica, inaugurata il 19 giugno all’ARoS Aarhus Kunstmuseum danese. «As Seen Below-The Dome» è il centesimo esemplare della serie avviata nel 1974 a Varese, per la Collezione Panza, nonché «il più ambizioso fino ad oggi», come afferma lo stesso Turrell.
In oltre 26 paesi è possibile entrare in queste stanze con un’unica apertura sul tetto che dà direttamente al cielo: un invito a rallentare e a percepire il mondo con occhi nuovi. È come trovarsi all’interno dell’obiettivo di una macchina fotografica, dove l’occhio (che in questo caso è tutto il corpo dello spettatore) guarda ciò che sta al di là, ovvero l’infinità dell’universo. L’opera si compone quindi anche dell’esperienza sensoriale, data dalla percezione visiva che si crea all’interno dello spazio che sembra trasportare in una dimensione fantascientifica. «L’architettura avvicina il cielo, così ci si rende conto che l’atto stesso del vedere è l’opera d’arte in sé», spiega l’artista.
La visita è compresa nel biglietto del museo ed è composta da due momenti: «Open Sky», cioè con il culmine della cupola aperto sull’esterno, e «Colour Shift» che, una volta all’ora da maggio ad agosto (il resto dell’anno ogni due ore, dall’alba al tramonto), chiude la stanza e i protagonisti diventano i colori diffusi nell’ambiente rendendo la luce elemento modellante. Ma l’appuntamento più d’impatto si terrà al tramonto, con «Twilight», quando l’illuminazione cambierà seguendo le sfumature del sorgere o del tramontare del sole, creando una continuità tra dentro e fuori. «Posso cambiare il colore del cielo in qualsiasi tonalità desideriate», sostiene Turrell, proprio perché il senso della vista, condizionato da luce artificiale e luce naturale, è portato a non distinguere più che cosa è reale e che cosa invece è stato direzionato dall’artista stesso.
Se nel Rinascimento gli artisti hanno affinato l’utilizzo della luce nei propri dipinti per plasmare spazio e elementi iconografici, James Turrell utilizza questo espediente per fare immergere il pubblico nel suo «dipinto», per renderlo parte attiva nella realizzazione dell’opera.
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