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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliNelle sale parigine di Christie’s, il 26 marzo, si svolge l’asta Marcel Nies: A Private Passion con 47 opere provenienti dal continente africano al rostro. Il collezionista (è anche gallerista di arte del Sudest asiatico, India e regioni himalayiane. La sua galleria, con sede ad Anversa, ha aperto i battenti nel 1994 e Marcel Nies ha sviluppato una competenza specialistica nell'arte asiatica riconosciuta a livello internazionale) fin dagli anni Settanta ha costruito un percorso coerente e quasi ostinato, guidato da una tensione emotiva prima ancora che storico-critica. Nies, insieme alla moglie Annick, ha raccolto nel tempo non tanto oggetti quanto presenze: sculture capaci di attivare una risposta fisica, immediata. Il risultato è un insieme compatto, senza concessioni decorative, dove ogni pezzo sembra rivendicare una necessità interna. È una collezione che cerca l’intensità, e proprio per questo oggi si presenta come un racconto serrato, privo di digressioni.
Considerata uno stile di vita, questa raccolta ha plasmato l'ambiente dei Nies nel corso degli anni.
Figura reliquiario Kota, Gabon. Courtesy of Christie’s
Maschera Bété-Guro attribuita al «Maestro di Gonaté», Costa d'Avorio. Courtesy of Christie’s
Tra i lotti più sorprendenti si impone la Maschera Bété-Guro attribuita al «Maître de Gonaté», dalla Costa d'Avorio, con una valutazione tra 200mila e 300mila euro. Già nella collezione di Kichizô Inagaki, figura cruciale per la ricezione dell’arte africana nella Parigi del primo Novecento, il pezzo condensa in 32 cm una notevole qualità scultorea. Accanto, una Maschera Punu dal Gabon (30 cm) introduce una delle tipologie più iconiche dell’Africa equatoriale: volti levigati, occhi socchiusi, un equilibrio formale che oscilla tra idealizzazione e presenza rituale. La maschera è stimata tra 150mila e 250mila euro. Superficie chiara, proporzioni calibrate, una tensione silenziosa che restituisce quella «forza spirituale» tanto cara al collezionista, è uno di quei lavori che definiscono l’intera raccolta.
La stessa intensità attraversa la Statue Songyé della Repubblica Democratica del Congo (50mila–70mila euro), dove la materia si addensa in una figura compatta, quasi compressa, carica di energia latente. Le sculture Songyé, storicamente legate a pratiche di protezione e potere, trovano qui una sintesi formale che dialoga implicitamente con la scultura moderna occidentale.
E poi la Figura reliquiario Kota dal Gabon, stimata tra 60mila e 80mila euro: un asse verticale che combina legno e metallo in una costruzione quasi astratta. Le superfici riflettenti, la frontalità rigorosa, la riduzione dei tratti a segni essenziali spiegano da sole l’impatto che queste opere ebbero su artisti come Pablo Picasso. Ma qui, più che citazione modernista, si percepisce una qualità autonoma, una presenza che resiste a ogni traduzione.
Questi preziosi lotti dialogano con tappi, plastiche eterogenee per epoche e provenienze, coppe e appoggia teste ma sono le maschere che la fanno da padrona. Dalla Costa d’Avorio, dal Congo, dal Gabon, le diverse provenienze parlano di contesti culturali completi, in cui questi oggetti sono parte integrante di rituali, identità e sistemi simbolici. Non si tratta certo di un panorama esaustivo dell’arte africana ma di un’eccezionale sequenza di scelte radicali. Ogni lotto sembra rispondere alla stessa domanda: «cosa rende un’opera necessaria?»....e lo fa con linguaggi diversi ma con identica intensità.
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