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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliNegli ultimi anni il mercato ha riscoperto l’opera di Leonora Carrington, le cui quotazioni sono volate alle stelle con il record di 28,5 milioni di dollari toccato nel 2024 da Sotheby’s, che a New York portò «Los Distractions de Dagobert» (1945). Da allora l’interesse nei confronti dell’artista britannica (Regno Unito, 1917-Messico, 2011) beneficia di una rinnovata linfa vitale e lo ha confermato anche la recente retrospettiva allestita a Palazzo Reale a Milano (20 settembre 2025-11 gennaio 2026).
Questi nuovi riflettori portano con sé anche una nuova volontà di approfondire la sua persona e la sua biografia, motivi alla base della mostra attualmente in corso al Freud Museum di Londra: «Leonora Carrington: The Symptomatic Surreal» (prorogata fino al 10 agosto) è infatti la prima esposizione in assoluto a riunire le opere realizzate da Carrington durante il periodo di internamento presso il sanatorio psichiatrico del dottor Luis Morales a Santander (noto anche come Sanatorio Morales o Villa Covadonga).
Secondo fonti recenti il ricovero durò dal 24 agosto 1940 al primo gennaio 1941 e la stessa artista racconta questa esperienza traumatica nel suo memoir autobiografico Down Below, pubblicato a New York nel 1944. Leonora Carrington all’epoca viveva nel sud della Francia con il compagno Max Ernst, che però venne arrestato dalle autorità francesi nel 1939 in quanto cittadino tedesco e pertanto considerato «nemico straniero». Questo avvenimento la segnò profondamente, sfociando in una grave crisi psicologica che, dopo essersi rifugiata in Spagna, la portò ad essere dichiara «insana» da medici consultati dalla famiglia e dal consolato britannico. Il dottor Morales la sottopose a trattamenti con cardiazolo, una terapia d’urto che provocava convulsioni indotte, ma allo stesso tempo la incoraggiò a riprendere un dialogo con la sua amata arte.
In quei mesi Carrington produsse una grossa quantità di disegni e due dipinti: «Down Below» e «Villa Pilar». Quest’ultimo è stato considerato disperso fino al 2017, quando in un articolo del «Woman’s Art Journal» l’esperto di Frida Kahlo, Salomon Grimberg, affermò che Carrington l’aveva donato allo stesso Morales. L’opera è ancora oggi di proprietà della famiglia Morales, ma solo grazie al team di ricerca del futuro centro culturale e museale Faro Santander (dove la mostra si sposterà a inizio settembre per inaugurarne l’apertura), che sorgerà proprio nella città in cui fu ricoverata l’artista, è stato possibile contattare gli eredi e chiedere la conferma che «Villa Pilar» fosse nelle loro mani.
Nel dipinto sono raffigurate alcune figure ibride, metà umane e metà animali (in particolare, un leone, un leopardo, un bufalo cafro e un pavone, tutti riconducibili all’Africa subsahariana), all’interno di una cornice lussureggiante: un’iconografia che avrebbe caratterizzato poi anche le opere successive dell’artista. Come riportato dal quotidiano britannico «The Guardian», la curatrice, Vanessa Boni, ritiene che «Villa Pilar» esprima «concetti di trasformazione interiore, metamorfosi e alterità» e che «entrambi i dipinti sono ambientati in un paesaggio verdeggiante, con un cielo verde, colore simbolico per lei».
L’opera sarà esposta a Londra dal primo luglio per gentile concessione della famiglia Morales e andrà ad affiancare i disegni e le lettere contenute nei suoi taccuini dal 1938 al 1941, che lei stessa affidò al collezionista Julien Levy (1906-81), conosciuto a New York (dopo la morte della moglie, questo nucleo fu messo all’asta nel 2004 da Tajan, a Parigi, e disperso in diverse collezioni private, Ndr), prima di emigrare definitivamente in Messico.
«Non si tratta semplicemente di esporre le opere di una delle più importanti artiste surrealiste, ma di riconoscere e rivisitare un capitolo della sua vita profondamente radicato in questa città», afferma il direttore di Faro Santander, Daniel Vega Pérez de Arlucea.
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