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Due visitatrici alla mostra «Il monte analogo»

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Due visitatrici alla mostra «Il monte analogo»

A Barcellona gli sguardi analoghi di Antonioni e Ghirri

La Virreina Centre de la Imatge stabilisce un dialogo inedito tra la produzione fotografica degli anni Settanta di due grandi autori italiani

Capita sempre più raramente di vedere mostre davvero originali e inedite come quella che presenta La Virreina Centre de la Imatge di Barcellona, sugli aspetti meno noti di due grandi autori italiani: il cineasta Michelangelo Antonioni (Ferrara, 1912-Roma, 2007) e il fotografo Luigi Ghirri (Scandiano, 1943-Roncocesi, 1992). Il progetto firmato da Frederic Montornés, uno dei più brillanti curatori del panorama spagnolo, si struttura come un saggio visivo incompiuto che esplora le affinità tra la produzione cinematografica di uno e quella fotografica dell’altro, a partire dalla rappresentazione di montagne immaginate, magiche, impervie e fantastiche, mai reali. 

La mostra si intitola «Il monte analogo» (fino al 15 febbraio 2026), come «il romanzo di avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche» di René Daumal, un’opera incompiuta, pubblicata a Parigi nel 1952, che racconta una spedizione utopica alla ricerca di una montagna misteriosa e inaccessibile, che ha la curiosa proprietà di curvare lo spazio circostante. Misteriose e inaccessibili sono anche le montagne di Antonioni e Ghirri, protagoniste di fotografie di piccolo formato, ma enorme potere, che convertono La Virreina in un rifugio di pace e poesia in piena Rambla barcellonese. Senza dubbio i visitatori lo apprezzano e sembra quasi di percepire la tranquillità che li invade superata la soglia, come rallentano il ritmo e vengono catturati dalla bellezza delle opere. «La bellezza e la poesia sono ancora apprezzate. Non tutto deve essere queer, postumanista, attivista, decoloniale o ermetico. Esistono altri mondi, sia reali che possibili», afferma Frederic Montornés, che da diversi anni esplora le affinità e le analogie tra i due artisti e la loro capacità di focalizzare da una prospettiva diversa, momenti ed elementi che spesso passano inavvertiti. 

Le 40 immagini in mostra, 20 per ogni autore, risalgono agli anni Settanta, quando Ghirri aveva appena abbandonato la professione di topografo per dedicarsi completamente alla fotografia e Antonioni, dopo aver realizzato la «Trilogia dell’Incomunicabilità», iniziava a cimentarsi con le possibilità espressive del colore. Il regista, che Wim Wenders chiamava «il pittore dello schermo», stava creando «Le montagne incantate», una serie di 160 opere attualmente depositate nello Spazio Antonioni di Ferrara, che furono presentate per la prima volta nel 1983 alla Biennale di Venezia. Fu in quell’occasione che Montornés le conobbe e ne rimase affascinato. «Tutte le opere si basano su una pittura matrice realizzata principalmente con la tecnica del collage, ma anche con acquarello, inchiostro o pastello. Sono minuscoli schizzi che mediante un processo d’ingrandimento dell’immagine, il blow-up tanto caro ad Antonioni, cambiano di consistenza, colore, tonalità e dimensione», spiega il curatore, il primo a stabilire un dialogo tra questi due autori. «In contrasto con l’unità formale, concettuale ed emotiva delle montagne di Antonioni, emerse dalla combinazione di un processo manuale quasi artigianale e dall’azione del caso, le montagne di Ghirri non formano alcun insieme strutturale, ma appaiono piuttosto a intermittenza in buona parte delle sue serie», continua Montornés, sottolineando che curiosamente entrambi gli artisti sono nati e cresciuti nella Pianura Padana, ben lontano dai monti. Infatti, nessuno dei due rappresenta la realtà, le loro sono montagne interrogano lo sguardo dell’osservatore e modificano la sua percezione visiva, aggiungendo alle immagini elementi estranei agli ambienti che rappresentano. 

Il percorso espositivo propone un insieme di fotografie che invitano alla contemplazione e incoraggiano una riflessione critica sull’individuo e sul suo rapporto con il mondo. La luminosità e i colori danno alle immagini una qualità pittorica che a volte «inganna» l’osservatore, che deve guardarle da vicino con tutta calma, per capire se sono disegni, pitture o fotografie. «L’immagine fotografica, in quanto sintesi della staticità della pittura e del dinamismo del cinema, è un invito alla contemplazione», conclude Montornés.

Una veduta dell’allestimento della mostra «Il monte analogo»

Roberta Bosco, 30 novembre 2025 | © Riproduzione riservata

A Barcellona gli sguardi analoghi di Antonioni e Ghirri | Roberta Bosco

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