Paolo Scheggi, «La Misericordia. Appunti per un’idea della morte. Studi per la stesura registica dell’Apocalisse», 1970-71, Milano, Collezione Cosima Scheggi Merlini

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Paolo Scheggi, «La Misericordia. Appunti per un’idea della morte. Studi per la stesura registica dell’Apocalisse», 1970-71, Milano, Collezione Cosima Scheggi Merlini

A Brescia un Paolo Scheggi inedito e inatteso

Nel Museo Diocesano per la prima volta la ricerca più spirituale dell’artista, quella dedicata ai temi del sacro e all’approfondimento di una fonte fondamentale, l’«Apocalisse» di San Giovanni

Giovane e subito riconosciuto maestro della «pittura oggetto»; apprezzato da Lucio Fontana, Gillo Dorfles e Germano Celant, da G.C. Argan e da Palma Bucarelli, che quando lui aveva 24 anni acquistò due sue opere per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma; presente in quello stesso anno con quattro «Intersuperfici curve» alla XXXIII Biennale di Venezia (1964); in costante contatto con i gruppi più radicali dell’avanguardia spazialista internazionale, Paolo Scheggi (nato a Settignano nel 1940, scomparso a Roma nel 1971, appena trentenne) sembrerebbe a tutta prima essere stato una persona ben lontana dalla sfera del sacro

Non era così, e oggi è la mostra «Paolo Scheggi. L’Apocalisse, la morte, il sacro» (dal 27 febbraio al 18 maggio), curata per il Museo Diocesano di Brescia da Ilaria Bignotti con l’Associazione intitolata all’artista (diretta da lei e presieduta dalla figlia Cosima Scheggi) a rivelare questo suo versante inatteso e del tutto inedito. La mostra bresciana espone cinque grandi disegni progettuali per la regia della performance sull’«Apocalisse», sorta di storyboard dedicati al tema della processione funebre e ispirati al testo visionario di Giovanni l’Evangelista, realizzati da Scheggi nei suoi ultimi tempi. L’azione avrebbe dovuto essere messa in scena a Venezia nel settembre 1970, alla XXXV Biennale, ma non fu realizzata e l’occasione per mettere in atto quel progetto furono proprio i funerali dell’artista, l’anno successivo.  

Che Paolo Scheggi avesse una forte e segreta propensione al sacro, tuttavia, non stupisce se si guarda alla sua biografia: il padre faceva infatti parte dell’antica Confraternita della Misericordia di Settignano, che sin dal Quattrocento portava soccorso a malati, moribondi e bisognosi. E i suoi membri, quando l’artista era bambino, nelle feste ancora indossavano il mantello con il cappuccio che figura in questi disegni. Fu così che Scheggi assorbì quell’immaginario e quella forma di spiritualità che si manifesta anche, seppure in forme ben più concettuali, nell’ultima opera da lui concepita, «6profetiper6geometrie» (1971), poi esposta postuma alla Biennale di Venezia del 1972 e in altre importanti mostre. Si tratta di sei basi metalliche su cui poggiano parallelepipedi neri che sorreggono solidi geometrici di diversi materiali nobili (oro per il cubo, marmo nero per la piramide, marmo bianco per la sfera, e così via). Ogni parallelepipedo porta inscritto il nome di un profeta e l’incipit di un suo libro. Tutt’intorno scorrono le foto scattate da Ada Ardessi (Istria, 1937) all’inaugurazione della mostra che nel 1971 espose l’installazione alla galleria milanese del Naviglio e, con queste, ci sono le dieci immagini con cui Ugo Mulas (1928-73) documentò l’azione notturna urbana «Marcia funebre o della Geometria, processione secondo Paolo Scheggi», curata nel 1969, a Como, da Luciano Caramel e accompagnata da musiche di Franca Sacchi e da testi biblici e rinascimentali. A completare il percorso, una delle ascetiche «Intersuperfici» («Intersuperficie curva bianca», 1965) per cui tutti lo conosciamo. 

Ugo Mulas, «Marcia funebre o della geometria. Processione secondo Paolo Scheggi. Campo Urbano, Como, 21 settembre 1969». © Eredi Ugo Mulas

Paolo Scheggi, «6profetiper6geometrie», 1971, Milano, Collezione Cosima Scheggi Merlini

Ada Masoero, 24 febbraio 2025 | © Riproduzione riservata

A Brescia un Paolo Scheggi inedito e inatteso | Ada Masoero

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