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Aurelio Amendola, «Giuliano de’ Medici, Michelangelo-Cappelle Medicee, Firenze», 2004

© Aurelio Amendola

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Aurelio Amendola, «Giuliano de’ Medici, Michelangelo-Cappelle Medicee, Firenze», 2004

© Aurelio Amendola

A Milano Aurelio Amendola fa parlare le sculture

Con 85 grandi fotografie dedicate da Michelangelo a Canova, da Burri a Nitsch, il fotografo pistoiese torna al Palazzo Reale: «Sono nato in camera oscura. Non scatto 100 fotografie per sceglierne una, ma ne scatto una, dopo avere molto riflettuto, e quella è»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Aurelio Amendola (Pistoia, 1938) torna a Milano, e torna a Palazzo Reale, dove oltre 30 anni fa, nel 1995, aveva presentato il suo progetto sulle Cappelle Medicee di San Lorenzo a Firenze, il cui libro gli aveva meritato il «Premio Oscar Goldoni» per il miglior libro fotografico dell’anno. Se allora il dialogo era tra lui e Michelangelo e verteva sulle sole sculture di quell’inarrivabile opera d’arte totale che è la Sacrestia Nuova di San Lorenzo, ora sono sette i progetti presentati, dal 16 giugno al 6 settembre, in «Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo» (gratuita; catalogo Skira), la mostra da non perdere dell’estate milanese. Prodotta da Palazzo Reale con Associazione Culturale BUILDING, la rassegna presenta 85 fotografie di grande formato realizzate tra il 1976 e il 2025, 41 delle quali colgono tre grandi artisti del secondo ’900, Alberto Burri (1915-95), Emilio Vedova (1919-2006) e Hermann Nitsch (1938-2022) al lavoro nei loro studi, afferrando il gesto, veemente in tutti loro, della creazione, mentre 35 sono dedicate a tre maestri del passato: Michelangelo Buonarroti (1475-1564; il più amato), Gian Lorenzo Bernini (15981680) e Antonio Canova (1757-1822), cui si aggiungono nove scatti, mai esposti prima, del Duomo di Milano (2009), la gran macchina di marmo che fronteggia Palazzo Reale, trattata da Amendola come fosse una gigantesca scultura. Perché è con la scultura (di Giovanni Pisano, nel pulpito di Sant’Andrea a Pistoia, la città dov’è nato nel 1938) che tutto è iniziato, nel 1964. Ne parliamo con lui, che ripercorre con noi le tappe del suo percorso, iniziato in un negozio di fotografia nella sua città e arrivato nei maggiori musei, Uffizi compresi, dov’è stato il primo fotografo al mondo a entrare, con i ritratti che scattò ad Andy Warhol nel 1977 e nel 1986, poco prima che morisse, in una Factory ormai inaccessibile ai più.

Aurelio Amendola, in esergo al volume di questa mostra c’è una sua dichiarazione in cui rivendica l’essenza artigianale della sua opera di fotografo: vogliamo partire di qui?
Noi della mia classe siamo tutti artigiani: io non sono un artista, sono nato autodidatta in camera oscura. Fino al 1962 ho lavorato da un fotografo di quelli che scattano le fotografie alle cerimonie ma, ribelle com’ero, presto andai via e a 24 anni aprii un mio studio. La svolta avvenne nel 1964, quando partecipai a una gita della Scuola d’Arte di Pistoia a Palazzo Venezia, a Roma. Lì non solo incontrai Marino Marini, pistoiese pure lui, ma lo storico dell’arte Gian Lorenzo Mellini mi propose di fare delle fotografie al pulpito di Pistoia di Giovanni Pisano. Non sapevo nemmeno dove si trovasse, ma quando mi disse che era in Sant’Andrea (la mia parrocchia) decisi di provare e ne feci qualcuna. Viste ora, quelle foto mi sembrano terribili ma, allora, chi fotografava la scultura? Nessuno. E quando finirono sul tavolo di Giorgio Fantoni, patron dell’Electa, lui subito mi chiese di terminare il lavoro. Lì, va detto, migliorai. E quando la gemella di Marino Marini, cui diedi una copia del libro, glielo mostrò, subito lui mi chiese di fotografare tutte le sue sculture. Affidai il negozio a mia moglie, cui sarò sempre riconoscente, e iniziai. E da Marino ricevetti la lezione più importante: «Le mie sculture le devi far parlare», mi disse. Non me ne sono più dimenticato ed è proprio grazie a questo suggerimento che nel 1994 vinsi il «Premio Oscar Goldoni» con il libro su Michelangelo di Franco Maria Ricci, in cui feci emergere la sensualità di quei marmi. Con Marino, già famosissimo, mi si aprirono le porte di grandi collezionisti internazionali, a partire dagli Agnelli, e tanti artisti mi vennero a cercare. Fotografai i quadri di de Chirico (e nel 1976 pure lui in gondola, a Venezia) ed entrai negli studi più inaccesibili, persino nella Factory di Andy Warhol: quando nel 1977 la segretaria, prima molto arcigna, sentì che ero il fotografo di Marino e di de Chirico, mi fissò un appuntamento per il mattino seguente. Ci andai e ci tornai nel 1986, poco prima che morisse, e lo vidi stanco, molto provato. Sono le uniche fotografie di Warhol degli ultimi tempi della sua vita.

Quali macchine fotografiche usa?
Lavoro con il banco ottico (anche per il Duomo di Milano, arrampicato sui ponteggi) e con la Hasselblad. Il reportage non fa per me. Io non scatto 100 fotografie per sceglierne una, ma ne scatto una, dopo avere molto riflettuto, e quella è.   

Mai tentato dal digitale?
Manco ci penso! Si figuri se «fo» un libro con il digitale. Sono nato in camera oscura, io!

Come ha scelto i progetti da esporre a Milano?
Sono tre scultori antichi e tre pittori del ’900, oltre al Duomo: credo sia una bella scelta e di questo devo ringraziare Moshe Tabibnia (patron di BUILDING, Ndr), senza il quale la mostra non sarebbe nata .

Le sculture antiche le ha fatte «parlare», come le suggerì Marino, ma anche le fotografie dei contemporanei «parlano». Infatti, di quasi tutti è diventato amico, compreso Burri, che era molto schivo. Com’è accaduto?
Tutto è iniziato proprio con Burri: le fotografie di studio mi piacevano sì e no, pensai allora di fotografarli mentre lavoravano. Conobbi Burri nel 1975 attraverso Pericle Fazzini e, dopo un paio d’incontri senza macchina fotografica, lo raggiunsi con tutta l’attrezzatura. Gli chiesi come nascessero le «Combustioni» e lui prese la fiamma ossidrica e ne fece una sotto i miei occhi. Lo fotografai in controluce mentre faceva la fiamma, in una sequenza a colori: non ho mai amato il colore ma la fiamma lo richiede. Passammo insieme cinque giorni (un’emozione enorme) e da allora, pur continuando a darci del lei, siamo diventati amici carissimi. In mostra sono esposte le prime sequenze, le più belle, del 1976. Poi lavorai, diventandone amico, con Kounellis, Mattiacci, Ceroli (un fratello), Parmiggiani... Tutti ripresi mentre lavorano. In seguito, dal grande collezionista Giuliano Gori, incontrai Vedova. Andai nel suo studio alle Zattere, a Venezia, e lo ripresi mentre lanciava le sue sciabolate di pittura, imbrattato di colore fino agli occhi, poi fu la volta di Hermann Nitsch: lui metteva tutte le tele a terra, poi le prendeva a secchiate di sangue e di colori. Un’esperienza indimenticabile.

Aurelio Amendola, «Duomo di Milano», 2009. © Aurelio Amendola

Ada Masoero, 14 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

A Milano Aurelio Amendola fa parlare le sculture | Ada Masoero

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