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Paolo Mussat Sartor, «Alighiero Boetti Oggi è venerdì ventisette marzo millenovecentosettanta», 1970

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Paolo Mussat Sartor, «Alighiero Boetti Oggi è venerdì ventisette marzo millenovecentosettanta», 1970

A Milano la fotografia «ragionata» di Paolo Mussat Sartor

Alla Galleria Gracis una trentina di immagini che hanno restituito una lettura critica del lavoro dei poveristi, presenti anche con loro opere, e altrettanti scatti dell’inedita serie «Viaggi»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

La Galleria Gracis di Milano presenta, dal 30 gennaio al 10 aprile, una mostra di grande qualità dedicata in primo luogo al lavoro di Paolo Mussat Sartor (nato nel 1947 a Torino, dove vive e lavora) e, in conseguenza, attraverso le sue fotografie, a quel momento vibrante di energie e di vera, rivoluzionaria innovazione che il 1968 fu anche nell’arte.

«Obiettivo, Arte Povera. Un viaggio nell’arte dal 1968» è il titolo di questo percorso, commentato in catalogo da un saggio di Laura Cherubini, che riunisce una trentina di immagini di arte e di artisti realizzate da questo maestro della fotografia che nel 1966 iniziò a collaborare con Gian Enzo Sperone, incontrando nella sua ormai mitica galleria torinese gli artisti più radicali del tempo, dai futuri esponenti dell’Arte Povera ad autori stranieri già noti internazionalmente come, nel 1971, Gilbert&George. I «poveristi» qui ci sono tutti, da Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, Mario Merz a Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, e c’è anche un rarissimo ritratto di Gino De Dominicis (notoriamente allergico all’obiettivo, il cui volto è qui incorniciato da uno schermo televisivo) realizzato da Mussat Sartor a documenta V di Kassel nel 1972. Di tutti loro la mostra esibisce anche alcune opere, a conferma della lucidità di sguardo con cui il fotografo guardava al loro lavoro, perché, come spiega lui stesso rammentando quegli scatti, la sua «era una fotografia “ragionata”, che cercava di rispecchiare l’idea del lavoro. Ma questo, aggiungeva, avviene in tutte le mie fotografie, dai ritratti ai paesaggi: cerco di rispettare il soggetto, cerco sempre un dialogo, anche solo mentale, con ciò che fotografo. Cerco di capire senza spettacolarizzare, senza sconvolgere, senza spingermi oltre».

È la stessa attitudine (schiettamente torinese) che presiede anche alle fotografie del ciclo dei «Viaggi», mai esposte prima: immagini che realizzava con una Minox tascabile durante i suoi lunghi spostamenti attraverso l’Italia e l’Europa, registrando con asciutta partecipazione ciò che vedeva dal parabrezza della sua auto, architetture o cieli o campagne che fossero. Intanto, sin dagli anni Settanta e poi nei decenni successivi, Mussat Sartor conduceva ricerche sperimentali sul linguaggio della fotografia, alcuni esempi delle quali, degli anni Novanta e dell’esordio del Duemila, sono stati oggetto nel 2023 della sua prima, bellissima mostra alla Galleria Gracis, intitolata «Inattese visioni».

Paolo Mussat Sartor, «Viaggi», 1977

Ada Masoero, 27 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

A Milano la fotografia «ragionata» di Paolo Mussat Sartor | Ada Masoero

A Milano la fotografia «ragionata» di Paolo Mussat Sartor | Ada Masoero