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Una veduta della mostra «Francesco Clemente: In Between» alla Triennale di Milano

Foto Delfino Sisto Legnani, Dsl studio. © Triennale Milano

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Una veduta della mostra «Francesco Clemente: In Between» alla Triennale di Milano

Foto Delfino Sisto Legnani, Dsl studio. © Triennale Milano

A Triennale Milano «In Between»: tra Francesco e Clemente

È una mostra calibrata sugli spazi e sui tempi, che non tenta di comprimere l’intera complessità dell’artista in una narrazione cronologica o definitiva, ma seleziona con intelligenza iconografie, tecniche, stagioni, ossessioni e ritorni

Bartolomeo Pietromarchi

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Si potrebbe cominciare dalla fine, ovvero da uno degli ultimi e più recenti dipinti in mostra, «Winter Flowers in Spring II», per entrare nella bella e accurata retrospettiva che Triennale Milano dedica fino al 6 settembre a Francesco Clemente, a cura di Francesca Pietropaolo con Robert Storr. Non perché l’opera chiuda un percorso, ma perché ne condensa molti fili. In questi fiori, splendidi ma allo stesso tempo respingenti, sembra affiorare un giardino botanico dello spirito dove la bellezza non è mai innocente e la sensualità porta sempre con sé una possibilità di dissoluzione. Sono, in fondo, questi fleurs du mal clementiani, immagini seducenti e ambigue, che attirano lo sguardo e lo costringono a entrare in uno spazio altro, saturo, quasi soffocante, una giungla di colori sensuali in cui il segno avvolgente domina la superficie fino ad appropriarsi dello spazio circostante.

È proprio questa tensione spaziale a rendere i «Flowers» un possibile anello di congiunzione con «Anima nomade», la grande mostra al Palazzo Esposizioni Roma nel 2024, in cui il segno di Clemente usciva dalla superficie per farsi ambiente, tenda, bandiera, wall painting, coinvolgendo il corpo, lo sguardo e i sensi in una dimensione immersiva. In questo nuovo capitolo milanese, invece, la mostra si concentra su un campo di indagine più raccolto e strettamente bidimensionale, dove il foglio, la tela e la superficie dipinta, disegnata, acquarellata o miniata restituiscono una selezione dei tanti percorsi immaginari dell’artista. È una mostra calibrata sugli spazi e sui tempi, che non tenta di comprimere l’intera complessità di Clemente in una narrazione cronologica o definitiva, ma seleziona con intelligenza iconografie, tecniche, stagioni, ossessioni e ritorni. Circa 70 opere, tra lavori raramente esposti, nuove produzioni e dipinti recenti, costruiscono così un percorso che non procede per tappe lineari, ma per risonanze, apparizioni e slittamenti, come accade sempre nel lavoro di Clemente.

Il titolo, «In Between», è in questo senso più che una formula curatoriale: è una condizione esistenziale. Clemente ha spesso parlato di una geografia personale fatta di attraversamenti, partenze e ritorni provvisori, come se l’identità potesse esistere soltanto nella distanza da sé, in quello spazio intermedio che non appartiene mai del tutto a un luogo, a una cultura o a una sola forma del tempo. «In Between» è il passaggio, il bardo tibetano, lo stato sospeso tra due vite, ma è anche la posizione di chi non vuole appartenere definitivamente né a questo mondo né all’altro, e proprio in questa instabilità continua a cercare un territorio di libertà. Viene in mente Alighiero Boetti, amico, maestro e compagno ideale di questa ricerca, con quel suo modo di abitare la distanza come metodo e l’altrove come forma di pensiero.

Clemente ha sempre rifuggito le etichette che, di volta in volta, la critica, il mercato o la storia dell’arte hanno cercato di cucirgli addosso. A partire dalla prima, quella di artista della Transavanguardia. Se qualcosa resta di quel clima postmoderno e filosofico non è tanto l’appartenenza a un gruppo, quanto una sistematica decostruzione dell’io, dell’autore e dell’artista come figura compatta e riconoscibile. Clemente si è sottratto presto, letteralmente dandosi alla fuga, da una storia che all’epoca diventava sempre più opprimente verso una geografia più aperta e generativa. L’India, New York, il Nuovo Messico, Napoli, l’Oriente e l’Occidente non sono, nella sua opera, citazioni esotiche o luoghi da collezionare, ma stati percettivi, possibilità di scarto rispetto a una visione unica del mondo. La sua pittura nasce da questa disponibilità allo spostamento, da una cosmologia personale in cui Induismo, Buddhismo, tradizioni esoteriche, psichedelia, cultura mediterranea e sincretismo partenopeo non si sommano mai in modo illustrativo, ma diventano materia di un linguaggio continuamente metamorfico.

Francesco Clemente, «My House», 1982. © Francesco Clemente. Foto courtesy Clemente studio

Francesco Clemente, «Porta Coeli», 1983. © Francesco Clemente. Foto courtesy Clemente studio

È per questo che la mostra funziona quando lascia dialogare opere lontane tra loro senza costringerle a spiegarsi. Le meditazioni sullo spazio e sul tempo di «My House», gli acquerelli della serie «Devigarh», dove il misticismo indiano sembra incontrare un ermetismo quasi europeo, i pastelli di «Terreiro», legati alla cultura afro-brasiliana, le miniature realizzate con artigiani indiani e gli autoritratti in veste taoista, animale, santa o folle non descrivono una successione di interessi, ma una costellazione di apparizioni. Clemente non passa da una cultura all’altra come un viaggiatore che colleziona immagini, ma come qualcuno che cerca ogni volta un modo diverso per disfare e ricomporre la propria presenza.

L’autoritratto, in questo senso, è forse uno dei luoghi più rivelatori. Clemente si rappresenta spesso non per affermare un’identità, ma per metterla in crisi. Il volto può diventare maschera, smorfia, parodia, apparizione grottesca, figura reclinata in una postura impossibile, corpo che sembra già altrove. Anche quando assume pose iconografiche più riconoscibili, come nel «Self Portrait as St. John», il riferimento cristiano si mescola a tradizioni esoteriche, a una spiritualità mobile, non dogmatica, attraversata dal ricordo di esperienze psichedeliche. Non si tratta, come l’artista ha precisato, di lavorare sotto l’influenza della psichedelia, ma con il suo ricordo: con la memoria di una dissoluzione dell’io che diventa metodo, postura, forma di conoscenza.

Da qui nasce anche l’ironia di Clemente. Un’ironia sottile, mai cinica, che agisce come strumento di relativizzazione del mondo e di moltiplicazione dei punti di vista, permettendo all’artista di apparire ieratico e irriverente nello stesso momento. Non a caso, nel mazzo dei tarocchi oggi in mostra all’Accademia Carrara di Bergamo, si rappresenta come Il Matto, il folle, il giullare, la figura che non possiede nulla perché può attraversare tutto. Non l’artista come maestro, dunque, ma come viandante, medium, figura mobile che accetta di non coincidere mai interamente con sé stessa.

Eppure, se c’è un punto in cui Clemente sembra tornare per un istante alla presenza, è nei ritratti. A partire da quelli di Alba, compagna di una vita, figura centrale e sempre presente ma con discrezione, musa, interlocutrice, presenza scenica e biografica. Nei ritratti Clemente ritrova la condizione antica del pittore davanti a un volto, a un committente, a un corpo che chiede di essere guardato e restituito. Qui la somiglianza non è un esercizio mondano, ma la possibilità di cogliere una presenza senza irrigidirla in identità. Il ritratto, per Clemente, non chiude l’immagine: la rende più instabile.

La mostra ha il merito di non separare mai questi livelli ma di sottolinearne invece il movimento, perché nella pittura di Clemente tutto sembra passare continuamente da una forma all’altra, senza fissarsi in una definizione unica. L’immagine non è mai solo citazione, la spiritualità non diventa messaggio, l’eros va oltre la semplice sensualità, e tutti questi elementi agiscono come forze interne all’immagine, attraversandola, affermandola e negandola allo stesso tempo. Anche quando la pittura sembra concedersi al piacere del colore o alla grazia del disegno, resta sempre una tensione sotterranea: ciò che appare seducente può farsi minaccioso, ciò che sembra autobiografico si maschera, ciò che ci sembra di riconoscere si trasforma sotto i nostri occhi.

La sua opera sembra ricordarci che, come scrive Emanuele Trevi, non siamo nati per diventare saggi ma «per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi». È questo che ritroviamo nelle immagini di Clemente: la possibilità di abitare il mondo senza farsene catturare del tutto, di attraversare le immagini senza ridurle a significato, di restare fedeli all’instabilità come forma di libertà. Nel tempo in cui tutto sembra chiedere identità nette, appartenenze riconoscibili e posizioni dichiarate, Clemente continua a stare «In Between», in quel luogo fragile e luminoso in cui, da sempre, scompare per poi riapparire d’improvviso e sorprenderci.

Francesco Clemente nel suo studio di New York, maggio 2026. Foto © Jeannette Montgomery Barron

Bartolomeo Pietromarchi, 04 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

A Triennale Milano «In Between»: tra Francesco e Clemente | Bartolomeo Pietromarchi

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