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Una veduta di «Le Imperfezioni», terza edizione del Premio Paul Thorel» Macro, Roma, 2026. Foto Ela Bialkowska-OKNO studio. Courtesy Macro-Museo d’Arte Contemporanea di Roma

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Una veduta di «Le Imperfezioni», terza edizione del Premio Paul Thorel» Macro, Roma, 2026. Foto Ela Bialkowska-OKNO studio. Courtesy Macro-Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Al Macro le vincitrici del Premio Paul Thorel riflettono sui limiti del digitale

Fino al 30 agosto il Museo d’Arte Contemporanea Roma presenta le opere inedite di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi

Samantha De Martin

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Simili a gesti di resistenza quotidiana, le opere inedite di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi mettono in crisi il controllo del digitale, enfatizzandone i limiti e restituendo un reale decisamente instabile e umano. Realizzati nel contesto della residenza avvenuta a Napoli nel 2025, questi lavori accompagnano al Macro le tre vincitrici della terza edizione del Premio Paul Thorel, protagoniste della mostra «Le imperfezioni» in corso nel museo di via Nizza dall’11 al 30 giugno.

A unire le opere esposte nel percorso a cura di Sara Dolfi Agostini, curatrice della Fondazione Paul Thorel, è l’età delle artiste, «late Millennials», nate all’inizio degli anni Novanta e con una relazione molto simile con la tecnologia digitale, accanto alla comune convinzione che essa non costituisca una scelta, bensì una condizione pervasiva. Questo dispositivo che amplifica la realtà, ma la comprime anche dentro un immaginario virtuale codificato e limitante, che intrappola la libertà individuale dentro protocolli aziendali e confonde spazio pubblico e privato.

Da qui il titolo della mostra, dove le imperfezioni figurano come «l’antidoto alla perfezione prevedibile degli algoritmi, alla computazione che penetra ogni aspetto della vita umana, a una macchina che si è infiltrata nei meccanismi di creazione dell'identità e di produzione della conoscenza». Le imperfezioni diventano pertanto sinonimo di imprevisto, errore tecnico ed errore umano, che collassano, per scelta, l’uno nell’altro.

«Nel 2014, commenta Sara Dolfi Agostini, sei anni prima di morire, Paul Thorel raccomandò nel nostro Statuto di supportare gli artisti che lavorano con le pratiche digitali». Da qui il Premio Paul Thorel, una piattaforma di ricerca dedicata alla scena artistica italiana e internazionale, con un focus sulle arti digitali e sull’immagine contemporanea come linguaggio e orizzonte estetico. Ogni anno la Fondazione presieduta da Guido Costa, assieme a un comitato di esperti, seleziona dodici artisti con progetti inediti da realizzare durante una residenza pensata per riattivare gli spazi e gli strumenti di lavoro di Paul Thorel a Napoli, dove l’artista trasferì il suo studio nel 1994. La giuria sceglie tre vincitori e la Fondazione produce e presenta le opere commissionate in collaborazione con un’istituzione museale.

«Quest’anno, prosegue Sara Dolfi Agostini, è molto bello essere al Macro, il museo diretto da Cristiana Perrella, che nella sua storia parla anche di sperimentazione e che ha dimostrato grande interesse per l’arte e la ricerca estetica. Inoltre, in collaborazione con Allemandi stiamo lavorando alla pubblicazione del catalogo ragionato con le opere di Paul Thorel, che si avvarrà di contributi importanti».

Le opere in mostra incarnano un gesto di resistenza che passa per un fai da te incompleto e sbagliato, opponendo all’esattezza dei dati, glitch e materiali residuali estratti dal mondo del consumo e del controllo.

«Per queste artiste, prosegue la curatrice, il digitale è un’infrastruttura che condiziona fortemente il presente e la loro vita quotidiana, il loro modo di comunicare il loro essere nel mondo. Cercano di creare situazioni di resistenza con il loro lavoro. Pur essendo sempre presente, il digitale è sempre messo in discussione, in una situazione di attrito e ribaltamento delle aspettative».

Se Irene Fenara guida in una Wunderkammer di paesaggi generati da errori e interferenze (il Monte Fuji che affiora tra gli impulsi luminosi di un villaggio e della luna piena, o una fazenda sudamericana che si accende di tonalità irreali), Lorenza Longhi lavora con gli scarti inserendo nelle proprie opere sbagli e deviazioni. Due piedistalli sostengono gift bag chiuse in modo maldestro con un nastro telato grigio. Si tratta di confezioni improbabili di un regalo che nascondono una spy cam incastrata nella borsa, impreziosita da una coccarda d’argento. Queste telecamere sono state accese nell’accompagnare l’artista tra negozi di lusso napoletani alla ricerca di velluti e sete damascate fuori stagione, testimoni di un mondo sospeso tra permanenza e cambiamento, imbrigliato nelle pratiche artigianali. Rimessi in vetrina fuori tempo massimo, questi oggetti vengono utilizzati da Longhi come contenuto e, al tempo stesso, come cornice. L’artista toglie il punto di vista del soggetto per metterlo in mano all’oggetto. Questa fascinazione per gli oggetti che abitano il mondo della moda e del design trova riscontro nelle insegne luminose, nelle merci accatastate che popolano le immagini, sebbene la loro aura venga ricostruita e disinnescata.

La resistenza di universi commerciali in decomposizione passa infine attraverso i corpi e gli arredi trovati da Caterina De Nicola e immobilizzati nel fango, come a compiere l’ultimo gesto di opposizione. Vecchi espositori da mercato scrostati con griglie interrotte dal tempo e dal gesto lasciano spazio a fuochi e lavelli di una cucina smontata, carcasse o riflussi di un mondo postmoderno che non produce più niente di utile o originale. Per l’artista la natura morta diventa quindi un dispositivo critico finalizzato a neutralizzare la capacità narrativa di un oggetto o di uno spazio in un immaginario segnato dalla crisi delle promesse di progresso.

In «Untitled» della serie «Of Self-Maintenance», arredi, tavoli, poltrone, mobili diventano materia inerte e il corpo umano un organismo sterile in balìa del fango che distende il suo sigillo.

«Il vuoto che chiude la mostra, conclude la curatrice, è una trappola concettuale. Le imperfezioni sono uno scarto produttivo, non un difetto, ma una strategia di sopravvivenza a una tecnologia che si è infiltrata nei meccanismi di creazione dell’identità e di produzione della conoscenza. Il fango sembra immobilizzare, ma vediamo anche una piccola transizione di tre immagini di un tavolo che sembrano muoversi. Il fango non è cemento, può trasmettere anche un senso di speranza».

Una veduta di «Le Imperfezioni», terza edizione del Premio Paul Thorel» Macro, Roma, 2026. Foto Ela Bialkowska-OKNO studio. Courtesy Macro-Museo d’Arte Contemporanea di Roma

Samantha De Martin, 10 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Al Macro le vincitrici del Premio Paul Thorel riflettono sui limiti del digitale | Samantha De Martin

Al Macro le vincitrici del Premio Paul Thorel riflettono sui limiti del digitale | Samantha De Martin