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Il Tempio di Dendur allestito nella sala 131 del Metropolitan Museum di New York

Courtesy The Metropolitan Museum of Art, New York

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Il Tempio di Dendur allestito nella sala 131 del Metropolitan Museum di New York

Courtesy The Metropolitan Museum of Art, New York

Al Met Alberto Giacometti entra nel Tempio di Dendur

17 sue sculture sono collocate dentro e intorno al tempio commissionato dall’imperatore Augusto e donato agli Stati Uniti nel 1965 dal governo egiziano, in concomitanza con la costruzione della diga di Assuan

Elena Franzoia

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C’è tutta la suggestione di un inedito confronto tra archeologia e contemporaneità, monumentalità architettonica ed essenzialità di una scultura tormentata e prosciugatissima nella mostra «Giacometti nel Tempio di Dendur» proposta dal Metropolitan Museum of Art di New York dal 12 giugno all’8 settembre. Nato in collaborazione con la Fondation Giacometti di Parigi, il progetto indaga la fondamentale influenza che l’arte egiziana ebbe sulla creatività del maestro svizzero collocando 17 sculture (14 figure in bronzo e gesso in prestito dalla Fondation Giacometti, tra cui rari gessi dipinti, e 3 provenienti dalla collezione del Met) all’interno e intorno all’antico tempio, commissionato nel 15 a.C. dall’imperatore romano Augusto e smantellato e donato agli Stati Uniti nel 1965 dal governo egiziano, in concomitanza con la costruzione della diga di Assuan. «Da sempre interessato a come la scultura potesse trasmettere solitudine, vulnerabilità e persistenza della figura umana, Alberto Giacometti (1901-66) trovò nell’antica arte egizia un modello di sobrietà formale e intensità spirituale che avrebbe plasmato la sua opera matura», affermano le tre curatrici, Stephanie D’Alessandro e Aude Semat per il Met ed Emilie Bouvard per la fondazione parigina. Così mentre Max Hollein, direttore del museo newyorchese, sottolinea come il dialogo tra opere di epoche e culture diverse sia «l’approccio ispiratore anche della futura Ala Tang del museo, dedicata all’arte moderna e contemporanea, che aprirà nel 2030», D’Alessandro ribadisce come «il costante coinvolgimento di Giacometti per l’arte dell’Antico Egitto non solo lo abbia indirizzato verso la pulizia formale, ma gli abbia anche fornito un modello di come una figura potesse incarnare contemporaneamente quiete e intensità. Osservate all’interno e intorno al Tempio di Dendur, le sue sculture affinano la nostra comprensione del suo impegno di tutta la vita nel distillare la figura umana nella sua forma più essenziale».

È interessante sottolineare come si tratti di una fascinazione nata in Italia. L’Alberto Giacometti Stiftung di Zurigo conserva, ad esempio, un grande album di disegni, realizzati durante il soggiorno italiano del giovanissimo artista con il padre tra il novembre 1920 e il 1921, in cui si riconoscono alcune opere della sezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, tra cui la statua-cubo del sacerdote Ptahmose. Nel 1920 il giovane artista acquistò anche il volume Scultura Egiziana (1914) di Hedwig Fechheimer, pubblicazione che, come sottolineano le curatrici del Met, «influenzò profondamente la sua concezione dell’arte, in particolare grazie alla scoperta della natura performativa, quasi magica, della statuaria antica e della sua capacità di incarnare una presenza spirituale». Giacometti continuò ad approfondire questo tema anche dopo il suo trasferimento a Parigi (1922), accostandosi alle collezioni archeologiche del Louvre e riproducendo alcune immagini del volume Egypt and Western Asia (1923) di Ludwig Curtius. Ed è proprio dagli studi di figure di profilo nell’atto di camminare, tipiche dell’arte egiziana, che nascono capolavori assoluti come la celebre «Donna che cammina (I)» (1932) della Fondation Giacometti di Parigi, tra le opere di maggiore rilevanza esposte in mostra insieme alla «Donna veneziana (II)» del 1956, oggi nelle collezioni del Met. Di grande fascino anche l’exhibit design della mostra, teso a esplicitare le funzioni ospitate dal Tempio di Dendur e indagare il privilegiato rapporto che legava architettura e scultura negli edifici religiosi antichi. «Donna che cammina (I)» è ad esempio collocata nella sala delle offerte del Tempio, mentre altre figure sono disposte, singolarmente o in silenziosi gruppi, sulla piattaforma rialzata dell’edificio, ricordando la monumentale presenza della statuaria che caratterizzava gli spazi religiosi esterni, le processioni votive e la reinterpretazione che di quelle figure, soprattutto femminili, diede Giacometti. Sempre sospeso, come sottolineano al Met, tra atemporalità e fragilità della condizione umana, distanza e accessibilità, visibilità e mistero.

Alberto Giacometti, «Donna veneziana (II)», 1956, Jacques and Natasha Gelman Collection, 1998. © 2026 Artists Rights Society (ARS), New York

Elena Franzoia, 11 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Al Met Alberto Giacometti entra nel Tempio di Dendur | Elena Franzoia

Al Met Alberto Giacometti entra nel Tempio di Dendur | Elena Franzoia