Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliDal 5 giugno al 22 settembre si svolge la IX Triennale della Fotografia, uno degli appuntamenti fotografici più importanti in Germania e in Europa. Sostenuta dalla Città Libera e Anseatica di Amburgo, si articola in 11 mostre in otto musei e istituzioni culturali della città, sotto la direzione artistica di Mark Sealy, curatore londinese da decenni impegnato nella decolonizzazione dello sguardo fotografico, che succede a Koyo Kouoh, compianta direttrice della 61ma Biennale di Venezia. Il tema scelto da Sealy, «Alliance, Infinity, Love. In the Face of the Other», non è una semplice cornice estetica, ma un manifesto politico e umano, un invito a costruire alleanze là dove il mondo sembra preferire le fratture. La triennale si estende alla scena fotografica indipendente della città: con il programma Triennale Expanded, 15 fotografi, artisti, curatori, collettivi, spazi progetto e gallerie con sede ad Amburgo presenteranno i loro progetti durante i giorni inaugurali. Queste le 11 mostre del programma centrale. Al termine «Alliance» fanno riferimento: «Franki Raffles. Photography, Activism, Campaign Works» (fino al 6 settembre) al Museum of Work, «Resonating Images from Peru» (fino al 27 giugno) al Markk-Museum am Rothenbaum. World Cultures and Arts, «Melike Kara. Whispers» (fino al 23 agosto) e «But I World I See You*» (fino al 4 ottobre) alla Kunsthaus Hamburg. Sotto il concetto di «Infinity», rientrano le mostre «Sara Sallam. Care: Reconsidering Photography» (fino al 10 gennaio 2027) al Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg, «Nina Porter» al Kunstverein in Hamburg, la collettiva «Inner Mornings, or Forms of Counterculture» (6 giugno-13 settembre) alla Falckenberg Collection. Mentre il terzo focus tematico della Triennale, «Love», accomuna le mostre «Abdulhamid Kircher» e «Akosua Viktoria Adu-Sanyah» (entrambe fino all’11 novembre) da Phoxxi, «Cocktail Prolongé. F.C. Gundlach special» al Deichtorhallen Hamburg e «F.C. Gundlach. You’ll Never Watch Alone» (8 maggio-16 agosto) al Bucerius Kunst Forum.
Abbiamo intervistato Mark Sealy.
Il titolo di questa IX edizione è «Alliance, Infinity, Love. In the Face of the Other»: tre parole e un’eco al filosofo Emmanuel Lévinas. Perché questa scelta?
Mi piace riflettere su che cosa possa significare «alleanza»: possiamo essere diversi, ma stringere alleanze, lavorare per gli stessi obiettivi pur provenendo da prospettive differenti. «Infinità» parla alle infinite possibilità dell’umanità di fare del bene: l’orizzonte di speranza verso cui tendere, piuttosto che rassegnarsi a un passato difficile. Quanto all’«amore», non parlo di amore romantico, ma di responsabilità verso la famiglia, il vicinato, il contesto politico più ampio. Nel momento in cui diventiamo consapevoli di essere responsabili gli uni degli altri, possiamo accogliere la differenza invece di viverla come una minaccia.
Ha messo insieme una lista di letture con Audre Lorde, bell hooks, Frantz Fanon ed Emmanuel Lévinas. Come si inseriscono nel progetto della Triennale?
Questi libri sono parte di ciò che io stesso sono. bell hooks, Lévinas e Fanon fanno parte del Dna delle mie letture. La cosa bella dell’invecchiare è poter condividere queste opere con generazioni che potrebbero non conoscerle. Attraversano decenni, eppure restano straordinariamente attuali, forse più che mai ora che politicamente stiamo tornando a un clima più ostile.
«The greatest thing you’ll ever learn is just to love and be loved in return» parole del brano «Nature Boy», composto da eden ahbez e reso celebre da Nat King Cole. Che cosa c’entrano con la Triennale?
C’è il rapporto tra chi sono: eden ahbez, il prototipo dell’hippie americano, e Nat King Cole, un afroamericano, entrambi outsider che si incontrano per creare qualcosa di straordinariamente poetico. Ed è il 1948, anno della Guerra Fredda, la fondazione dello Stato di Israele, la Nakba e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Gran parte di ciò che affrontiamo oggi è ancora legato alle conseguenze della Seconda guerra mondiale. Ma nel caos di tutto questo, allora come ora, ci ricordiamo che amare ed essere amati è la cosa più grande. La differenza e l’alterità dovrebbero essere stimolanti, non terrificanti.
Joke Reichel, «In der Kind-Asana, Berlin», 2024
Che cosa c’entra la fotografia con tutto questo?
Tutto. La fotografia è un linguaggio. Non sono uno storico della fotografia, ma comprendo la violenza delle immagini e il fatto che la fotografia sia stata intrinsecamente legata a un discorso di alterizzazione e i suoi archivi lo dimostrano. Presentare la fotografia come uno spazio di nuova possibilità significa trattarla come qualsiasi altro linguaggio in evoluzione, adottato da molti artisti per aiutarci a vedere le cose diversamente.
La fotografia ha più potere rispetto ad altre pratiche artistiche?
In questa Triennale c’è molto lavoro figurativo: corpi, volti, politiche trans, politiche identitarie, momenti d’amore e di attivismo. La fotografia ci avvicina a quello spazio. È un medium che ha ereditato un senso del reale.
Può diventare uno strumento di riconciliazione?
Dobbiamo appropriarcene, e gli artisti lo stanno facendo. Mónica de Miranda la utilizza per resistere a episodi storici violenti. Rotimi Fani-Kayode ha creato una nuova cosmologia attraverso cui guardare il suo mondo queer. Arlene Gottfried, nelle sue immagini intime con «Midnight», crea un nuovo linguaggio. Sottraiamo la fotografia al suo sguardo coloniale per parlare alla complessità della nostra condizione umana.
Che cosa vuole rendere visibile?
Quanto possiamo essere radicali tutti, se non ci arrendiamo. Che le conversazioni tra James Baldwin e Richard Avedon abbiano ancora echi da cui imparare. Che il lavoro di Franki Raffles resti significativo. Che i giovani artisti che lavorano negli archivi coloniali possano costruire forme di riparazione. Vogliamo rompere con l’egemonia del pensiero.
Come ha costruito il programma della Triennale?
Si estende su diversi musei, come un processo collaborativo, come satelliti attorno a un’idea centrale. Una rete con un triangolo allargato affinché le persone del luogo si sentano connesse. A volte chiediamo al pubblico di fare un salto, di lasciarsi sorprendere. L’impatto non è sempre immediatamente visibile. Questa Triennale non risponde alle domande, le pone. Non chiedere da dove vieni, ma come stai: questo è accogliere lo straniero.
Cura questa Triennale come successore di Koyo Kouoh. Come si è orientato?
Koyo era un’amica e collega, eravamo in dialogo. Ha svolto un lavoro straordinario e ci mancherà profondamente. Non sento di stare ereditando un lascito: il mio lavoro verte su dove si trovano le nostre alleanze. Purtroppo, la vita porta via le persone, ma noi costruiamo su molte spalle.
Che cosa si aspetta da questa Triennale?
Voglio incoraggiare voci diverse, modi diversi di fare conversazioni fotografiche. La cultura visiva è dominante; forse le immagini stanno vincendo la partita della comunicazione. Dobbiamo essere consapevoli di come le usiamo: vogliamo creare un’etica ottica. Ed è lì che Lévinas torna di nuovo.
In fondo, la filosofia dell’alterità è un’etica delle immagini?
Sono strettamente legate. L’alterità è connessa a chi pensiamo di essere, a come ci presentiamo e a ciò che vediamo.
Mario Cravo Neto, «Odé», 1989