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Giuseppe M. Della Fina
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Una mostra può suggerire il confronto con una raccolta di racconti? La domanda può apparire singolare come la risposta, specie se positiva. Il collegamento mi è apparso invece una chiave di lettura possibile nel caso dell’esposizione «Ispirazioni. Vite italiane dell’arte greca», allestita ad Atene, all’interno del Museo dell’Acropoli, per iniziativa del Ministero della Cultura italiano e del Ministero della Cultura greco (dal 16 giugno al 30 agosto 2026). Una seconda tappa è prevista nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria da ottobre a dicembre.
Il progetto espositivo, curato da Alfonsina Russo e Nikolaos Stampolidis con Roberta Alteri e Alessio De Cristofaro, ha un filo conduttore unitario, costituito dalla fortuna della produzione artistica greca e dai suoi influssi nell’arte italiana in un arco di tempo ampio, dagli inizi del I millennio a.C. fino al Novecento, che arriva a coprire quindi tre millenni. Un dato che da solo indica la vitalità di un rapporto.
Entro tale quadro unitario, si diramano 38 racconti quanti sono i capolavori giunti in mostra dai maggiori musei italiani. Si possono «leggere» allora le «pagine» dedicate alla cosiddetta Coppa di Nestore rinvenuta in una tomba a cremazione dello stanziamento di Pithecusa (770/750 a.C.), dove coloni greci si stabilirono prima di raggiungere Cuma. Avviando così un processo migratorio articolato e composito che, nel volgere di tre generazioni, portò alla creazione di una rete di città greche distribuite sulle coste dell’Italia meridionale e della Sicilia, che costituirà, in dialogo con l’entroterra, la Magna Grecia.
Oppure l’Olpe Chigi rinvenuta all’interno di una tomba a tumulo databile nel VII secolo a.C. e da riferire a una delle necropoli della città etrusca di Veio. L’olpe realizzata a Corinto, venne donata probabilmente da un ricco mercante originario di quella città a un personaggio di primo piano nella società veiente del tempo. L’elegante decorazione con fregi miniaturistici ordinati su registri, raffigura schiere di soldati in armatura oplitica, scene di caccia e il giudizio di Paride, il prodromo della guerra di Troia a cui sembra alludere. Una testimonianza dell’appropriazione entusiastica, seppure selettiva, del patrimonio poetico e ideale del mondo omerico da parte delle aristocrazie etrusche.
O, ancora, un’anfora eccezionale realizzata ad Atene dal maggiore ceramografo a figure nere e di cui si conosce il nome: Exekias. Il vaso, databile al 550-540 a.C., è stato trovato in una tomba nella necropoli di Crocifisso del Tufo ad Orvieto, l’etrusca Velzna. Una necropoli legata a un nuovo ceto sociale, che, intanto, si era affermato in Etruria e definito demos ricorrendo a una categoria sociale ben attestata nel mondo greco. Una classe legata al possesso della terra, come l’aristocrazia, ma più aperta verso i commerci e le attività artigianali, legata alla forma istituzionale della città-stato e alla vita politica che vi si svolgeva.
Restando sempre nell’ambito della produzione ceramica e in Etruria, un racconto ulteriore è rappresentato dal Cratere di Euphronios rinvenuto a Cerveteri, realizzato sempre in officine di Atene, ma nella tecnica a figure rosse.
«Racconti» da leggere assolutamente sono poi il Trono Ludovisi, proveniente dall’area degli Horti Sallustiani a Roma, e la Fanciulla di Anzio rinvenuta in una villa imperiale appartenuta anche a Nerone. Come pure la Testa in bronzo del cosiddetto Filosofo scoperta in mare, vicino Messina, nel relitto di Porticello.
Non mi soffermo sui «capitoli» dedicati alle opere d’arte legate al collezionismo che si è sviluppato in Italia, ma va segnalato che, in questi casi, il racconto dell’opera d’arte interagisce con la ricostruzione della personalità del collezionista. Mi limito a ricordare la cosiddetta Demetra, un originale greco di V secolo a.C., probabilmente da Creta, e presente a Venezia nella collezione del cardinale Grimani. Uno spazio speciale viene dedicato ad Antonio Canova, tra i primi a intuire l’eccezionalità dei marmi del Partenone.
Ecco, infine, i «racconti» scritti nel Novecento e quindi i quadri di Giorgio de Chirico e del fratello Andrea, più noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio, con la Grecia presente nelle loro stesse biografie: erano nati infatti rispettivamente a Volos e ad Atene.
Testa colossale di divinità femminile (Atena tipo Carpegna, interpretata come copia di Atena Parthenos di Fidia), V secolo a.C., Roma, Villa Carpegna sull’Aurelia, Palazzo Massimo, Museo Nazionale Romano