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Una veduta della mostra «E non dono celeste» di Cristina Lavosi da Almanac, Torino

Foto: Luca Vianello e Silvia Mangosio

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Una veduta della mostra «E non dono celeste» di Cristina Lavosi da Almanac, Torino

Foto: Luca Vianello e Silvia Mangosio

Da Almanac la mostra di Cristina Lavosi tra video, pedagogia e pratiche collettive

La prima personale italiana dell’artista affronta temi come la gestione del conflitto e forme di convivenza, attraverso il coinvolgimento diretto dei partecipanti e la costruzione di spazi di apprendimento condiviso

Matteo Mottin

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La prima personale in Italia di Cristina Lavosi, «E non dono celeste», prodotta e curata da Almanac, si configura come un dispositivo complesso in cui pratica artistica, pedagogia e attivismo si intrecciano in modo organico. Più che presentare opere finite, la mostra restituisce processi: due nuovi video partecipativi sono allestiti in un ambiente che, fino al 15 maggio, accoglierà laboratori, gruppi di lettura e percorsi di autoformazione.

Il primo video, «Cinque lire di stelle» (2026), inizia con alcune persone che leggono insieme un testo. Questa apertura corale, quasi liturgica, stabilisce il tono di un lavoro in cui un gruppo si costituisce come tale attraverso la parola condivisa. Realizzato insieme al collettivo Ulit-Un Limone in Tasca, il video documenta e al tempo stesso mette in scena esercizi e riflessioni sulla giustizia trasformativa, un approccio alla gestione dei conflitti che, invece di ricorrere a punizione, detenzione o intervento statale, mira a riparare le relazioni, affrontare le cause profonde della violenza e trasformare le condizioni che l’hanno resa possibile. Le persone partecipanti si sono conosciute grazie a incontri di autoformazione, dando poi corpo a una comunità che oggi si interroga su pratiche di responsabilizzazione, sia al suo interno sia collaborando con altri gruppi. In un passaggio del video, si chiedono che cosa accadrebbe se fosse possibile leggere il pensiero altrui. L’ipotesi, volutamente paradossale, mette a nudo una verità di fondo: spesso i gruppi si disgregano perché i loro membri pensano di non poter mai entrare in conflitto. Nel video compare spesso un diapason: strumento solitamente usato per accordare gli strumenti, qui assume un valore simbolico di «accordo», di allineamento e di ascolto. La ripetizione della stessa nota, la necessità di rinnovare l’accordo, diventa simbolo di un’intera pratica, volta alla costruzione faticosa e mai definitiva di uno spazio comune.

Il secondo video, «Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa?» (2026), si ispira al racconto Quelli che si allontanano da Omelas di Ursula K. Le Guin, in cui una società felice si fonda sulla sofferenza di un singolo individuo. Lavosi coinvolge un gruppo di giovani, chiamati a confrontarsi con questo paradosso morale. Girato in Super 8 dagli stessi partecipanti, il video presenta un montaggio di momenti performativi accompagnato da varie narrazioni fuori campo. Se il primo lavoro verteva sulla gestione del conflitto, qui la questione si sposta su un piano più ampio: è possibile una comunità in cui nessuno sia sacrificabile? Ogni partecipante prende posizione, immagina alternative, esprime dubbi. Anche in questo caso, ciò che conta non è arrivare a una soluzione, ma attivare un processo di interiorizzazione delle tematiche.

L’allestimento, con spazi definiti da teli con stampe di disegni collettivi, e sedute modulari realizzate da Nicholas Sabena e Riccardo Cenedella, suggerisce l’idea di una forma aperta, potenzialmente riconfigurabile. I poster disponibili per il pubblico, stampati in serigrafia, estendono ulteriormente la dimensione partecipativa.

Lavosi costruisce un ambiente in cui la dimensione estetica si sviluppa a partire da pratiche relazionali, in cui il sapere viene coprodotto e l’autorialità è condivisa. La mostra non offre soluzioni, ma attiva uno spazio di possibilità in cui lo spettatore è chiamato a partecipare: uno spazio che, come suggerisce il titolo, non è un dono che cade dal cielo, ma un processo lento, difficile, da costruire insieme.

Una veduta della mostra «E non dono celeste» di Cristina Lavosi da Almanac, Torino. Foto: Luca Vianello e Silvia Mangosio

I prossimi appuntamenti del public program

7 aprile: «Sogno o strumento?», Laboratorio sulle critiche alla giustizia trasformativa, facilitato da Giusi Palomba.

11-12 aprile: «Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa?», Laboratorio di speculazione e zine-making per una società oltre la punizione, facilitato da Cristina Lavosi con Spazio Muffa.

23 aprile: «Costellazioni imperfette», Gruppo di lettura su testi selezionati da ULIT.

2 maggio: «Corpi sulla soglia», Laboratorio di Teatro Forum su conflitto, comunità e spazi safe(r) da prospettive femministe e queer, in collaborazione con QU’OOÏR.

13 maggio: «Costellazioni imperfette», Gruppo di lettura su testi selezionati da ULIT.

Matteo Mottin, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Da Almanac la mostra di Cristina Lavosi tra video, pedagogia e pratiche collettive | Matteo Mottin

Da Almanac la mostra di Cristina Lavosi tra video, pedagogia e pratiche collettive | Matteo Mottin