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Stefano Luppi
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«Tutto Mario Giacomelli», potrebbe intitolarsi così la stagione primaverile della fotografia. Ben tre le mostre dedicate al grande fotografo che venne consacrato a livello nazionale nei primi anni Sessanta con il progetto sui giovani seminaristi «Io non ho mani che mi accarezzino il volto», ispirato ai testi di Padre David Maria Turoldo (1916-92).
In occasione dei cent’anni dalla nascita, nonché dei venticinque dalla morte, su Giacomelli (Senigallia, An, 1925-2000) è prevista «Questo ricordo lo vorrei raccontare» alla Galleria San Ludovico di Parma dal 12 aprile al 25 maggio, rassegna cui segue una doppia esposizione in contemporanea con settecento pezzi in totale, mentre a Roma e a Milano, rispettivamente, «Il fotografo e l’artista» a Palazzo delle Esposizioni (dal 20 maggio al 3 agosto) e «Il fotografo e il poeta» a Palazzo Reale (dal 22 maggio al 7 settembre). Insomma, è quasi «Giacomelli-mania», tenuto conto che nella sua città natale, a Palazzo del Duca, sta per chiudersi «Nella camera oscura di Giacomelli» (fino al 6 aprile), focalizzata sull’intera produzione del maestro e in particolare sul rapporto tra fotografia e poesia, elemento fondante della sua arte; infine, solo l’anno scorso il MuFoCo di Cinisello Balsamo ha dedicato proprio all’artista marchigiano i vent’anni di apertura.

Mario Giacomelli, «Caroline Branson da Spoon River», 1967-73. © Archivio Mario Giacomelli
«L’anima» dietro questi appuntamenti, con gli enti organizzatori Archivio Giacomelli, «Parma 360 Festival della creatività contemporanea» (i curatori a San Ludovico sono Chiara Canali e Camilla Mineo) e i centri espositivi di Roma e Milano, è la nipote Katiuscia Biondi Giacomelli che nelle due metropoli è affiancata nella curatela da Bartolomeo Pietromarchi. «Le tre mostre di Milano, Roma e Parma, spiega Biondi Giacomelli, responsabile dell’Archivio, servono a delineare la figura di Giacomelli secondo vari aspetti anche grazie alla presenza di lavori inediti, compresi alcuni suoi dipinti vicini all’informale, che mai si sono visti. Lui non voleva essere “solo” un fotografo puro alla Cartier Bresson, quanto un artista performativo che utilizza la fotografia, per lui continuamente soggetta alla revisione, alla sovrapposizione, alla modifica delle immagini che erano corpi viventi e non oggetti statici nella sua visione. A Roma abbiamo il confronto con artisti amici o punti di riferimento per mio nonno, insieme a vari focus in cui analizziamo il rapporto tra i provini e le foto stesse mentre a Milano ci concentriamo sugli aspetti legati al mondo della poesia. A Parma invece sviluppiamo la rassegna del MuFoCo dedicata all’ultima serie, composta da sessanta immagini, cui ha atteso prima della scomparsa».

Mario Giacomelli, «La domenica prima», 2000. © Archivio Mario Giacomelli
A Roma, dove la rassegna è organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con l’Archivio Giacomelli, va in scena il rapporto con cinque altri maestri: dal confronto con la materialità alchemica dell’opera di Afro Basaldella (1912-76) e Alberto Burri (1915-95), quest’ultimo amico del fotografo, in serie quali «Motivo suggerito dal taglio dell’albero» (1966-68) e «Territorio del linguaggio» (1994) al realismo in rapporto a Jannis Kounellis (1936-2017) in «Lourdes» (1957), «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» (1966-68) e «E io ti vidi fanciulla» (1993-94). In compagnia di Enzo Cucchi (Morro d’Alba, 1949) si approfondisce il legame con la terra mentre con Roger Ballen (New York, 1950), e le serie «Per poesie (ferri e lenzuola)» (1960-90), «Astratte» (1990), quello della sensibilità visiva. Differenti le scelte per la concomitante mostra milanese, prodotta da Palazzo reale con l’Archivio, dove si punta sulla fotografia come espressione lirica che trasforma la realtà in racconto. Qui, appunto, si vedranno le serie poetiche tra cui «Favola, verso possibili significati interiori» (1983-84), «Presa di coscienza sulla natura» (1976-80), «Ninna nanna» (1985-87), «Il Canto dei nuovi emigranti» (1984-85), «Passato» (1986-90) in rapporto alle poesie di Giacomo Leopardi, Sergio Corazzini, David Maria Turoldo, Vincenzo Cardarelli, Francesco Permunian, Leonie Adams, Eugenio Montale, Franco Costabile.
A Parma, infine, viene presentato una sorta di testamento dell’artista, attraverso l’esposizione di lavori (70 stampe vintage) del 1997-2000, nei quali l’attenzione si focalizza sul racconto interiore, autobiografico realizzato nel silenzio delle colline senigalliesi. Si tratta di «Questo ricordo lo vorrei raccontare», mai prima d’ora esposto in modo organico e completo, riassunto anche nel volume omonimo di Milo Montelli e Katiuscia Biondi Giacomelli (108 pp., Skinnerboox, Jesi 2024, 35 €). Diversi modi, come si evince, per esaltare l’atto di fotografare di Giacomelli, pur nelle differenze che abbiamo visto, riassumibili in una sua frase simbolo: «La fotografia è un’alchimia: i materiali e i procedimenti sono simbolici e l’artista mette in gioco sé stesso, il proprio percorso esistenziale». E tra i modi di diffondere l’arte di fotografare spuntano anche le «Patatas Nana»: lo chef Michele Gilebbi ha scelto infatti alcuni scatti del fotografo per arricchire pacchetti e contenitori in edizione limitata delle note patatine.

Mario Giacomelli, «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», 1966-69. © Archivio Mario Giacomelli