Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Catherine Biocca, «Tears don’t fall», 2026

Courtesy Catherine Biocca, Eugenia Delfini Gallery

Image

Catherine Biocca, «Tears don’t fall», 2026

Courtesy Catherine Biocca, Eugenia Delfini Gallery

«Expositio Mundi», ovvero l’arte di fare le mostre

A Palazzo Buonaccorsi, allo Sferisterio e alla Biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata una riflessione sul senso di esporre l’arte a partire da Giuseppe Ghezzi, che nel ’600 a Roma fu tra i primi a concepire la mostra come evento pubblico aperto a tutti

Stefano Luppi

Leggi i suoi articoli

A partire dal 1676, come racconta Francis Haskell in «La nascita delle mostre», fu la chiesa dei marchigiani di Roma, San Salvatore in Lauro, a organizzare le prime esposizioni artistiche così come in sostanza di vedono ancora oggi. Tale considerazione è all’origine della mostra «Expositio Mundi Lo spazio come medium», a cura di Lorenzo Benedetti con Giuliana Pascucci e allestita dall’11 luglio al 10 gennaio 2027 presso Palazzo Buonaccorsi, Sferisterio e Biblioteca Mozzi Borgetti a Macerata: l’appuntamento riflette sul senso di esporre l’arte ieri e oggi, come spiega qui il curatore.

Perché una mostra sulla storia delle mostre? 
L’esposizione è uno dei dispositivi fondamentali attraverso cui l’arte entra nel discorso pubblico. Viene dopo l’opera, ma ne modifica profondamente la percezione mettendo in relazione oggetti, idee, immagini, architetture, pubblico e contesto storico. Interrogarsi sulla storia delle mostre significa dunque chiedersi com’è stato il suo impatto dal Seicento fino a noi, seguendo una progressiva diffusione democratica della società. Le mostre sono piattaforme di conoscenza: permettono ai capolavori, ma anche alle ricerche più sperimentali, di uscire da una dimensione privata o specialistica e di diventare esperienza condivisa. In questo senso contribuiscono a una democrazia culturale più ricca, creando occasioni di confronto, discussione e partecipazione. 

Centrale all’inizio di questa storia è il marchigiano Giuseppe Ghezzi (1634-1721):quale fu il suo ruolo? 
Ghezzi è una figura decisiva: pittore, scrittore e organizzatore culturale, attivo lungamente a Roma, fu tra i primi a concepire la mostra come evento pubblico aperto a tutti. A San Salvatore in Lauro organizzò mostre in cui opere provenienti dalle grandi collezioni romane venivano temporaneamente rese accessibili a un pubblico più ampio. Il suo ruolo non è solo quello di artista, ma quasi di «protocuratore»: seleziona, ordina, espone, documenta, calcola valori, registra provenienze e modalità di presentazione. In un suo importante manoscritto si trovano già molti elementi che appartengono alla pratica espositiva moderna.

A San Salvatore in Lauro l’arte esce dai palazzi signorili e si «democratizza»: la rivoluzione incide sulla percezione e sulla produzione degli oggetti artistici? 
Sì, quando un’opera lascia il palazzo privato ed entra in uno spazio espositivo temporaneo cambia statuto. Non è più soltanto oggetto di possesso, prestigio o devozione, diventa qualcosa che può essere visto, confrontato e discusso. 
La mostra produce una nuova condizione dello sguardo collettivo: le opere non sono più isolate nel contesto della collezione, ma entrano in una relazione reciproca. Questo modifica anche la produzione artistica, perché gli artisti cominciano progressivamente a pensare anche al modo in cui l’opera appare, circola, viene interpretata e ricordata. 

Si può dire che qui nasca anche la critica d’arte, certo diversa dalla storia dell’arte già operata da Cennini, Vasari e altri? 
Non direi che la critica d’arte nasca lì in senso assoluto: una riflessione sull’arte esisteva già, appunto con Cennino Cennini e gli altri. Con la mostra pubblica cambia il terreno della critica. Non si tratta più soltanto di raccontare vite di artisti, tecniche o genealogie stilistiche: nasce uno spazio in cui le opere possono essere viste insieme, comparate, giudicate da un pubblico più vasto e la critica diventa progressivamente discorso pubblico. La mostra crea una nuova situazione critica, produce un pubblico e un confronto lungo un tempo d’osservazione. 

Nuovo pubblico delle mostre: com’era e com’è? 
Per tornare a Ghezzi, il suo merito più grande è di aver capito la possibilità di generare un pubblico ampio e indipendente in grado di avere accesso e ampliare il dibattito sull’arte. Artisti, conoscitori, aristocratici, viaggiatori, religiosi, ma anche gente comune, cominciavano a riconoscere nell’esposizione un luogo di esperienza culturale. Oggi il pubblico è potenzialmente molto più vasto, ma resta una questione centrale: non bisogna valutarlo solo in termini numerici, poiché il problema non è soltanto quanti visitatori entrano, ma che tipo di relazione si costruisce tra opere e persone. 

Giulio Paolini, «Ipotesi per una mostra», 1963, Courtesy Fondazione Giulio e Anna Paolini

Come sono suddivisi gli spazi espositivi? 
La mostra, che è anche una riflessione sul presente, si sviluppa in tre luoghi di Macerata: il Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti. Il primo è il nucleo principale, dove il percorso intreccia la figura di Ghezzi con opere storiche e contemporanee dedicate all’idea di esposizione, allestimento, visione e pubblico. Alcuni artisti come Catherine Biocca (Roma, 1984) e Fabrizio Cotognini (Macerata, 1983) dialogano direttamente con le opere storiche del palazzo, mentre allo Sferisterio l’installazione di Maurizio Nannucci (Firenze, 1939) permette di estendere la mostra nello spazio urbano e architettonico, lavorando sulla dimensione pubblica della 
parola e dell’immagine. La Biblioteca Mozzi Borgetti, con la presentazione di Laura Paoletti, introduce il rapporto tra mostra, documento, archivio, libro e memoria. 

Com’è organizzato il percorso? 
Parte da Giuseppe Ghezzi, unica presenza storica in senso temporale, mentre gli altri artisti appartengono a generazioni del secondo ’900, con il suo manoscritto che documenta le mostre a San Salvatore in Lauro e conservato al Museo di Roma. Da lì si apre una costellazione di opere che riflette sulla mostra come dispositivo di diffusione culturale: «Ipotesi per una mostra» di Giulio Paolini (Genova, 1940) introduce l’idea dell’esposizione come spazio della potenzialità, Jason Hirata (Seattle, 1986) realizza una lista completa di artisti che hanno esposto a Palazzo Bonaccorsi dagli anni Trenta. Félix González-Torres (1957-96), con opere come i «Paper Stacks» o i «Billboard», rende centrale il rapporto tra opera, pubblico e distribuzione. Jonathan Monk (Leicester, 1969) introduce una dimensione olfattiva e memoriale, mentre Oliver Laric (Innsbruck, 1981) riflette sulla circolazione delle immagini e sulle trasformazioni dell’oggetto artistico. Agnès Thurnauer (Parigi, 1962), Michele Ciacciofera (Nuoro, 1969) e Paolo Chiasera (Bologna, 1978) indagano lo spazio della pittura come luogo di linguaggio che viene assorbito da un contesto di contaminazione dello spazio espositivo. 

L’evento comprende «3500 cm²»: di che cosa si tratta? 
È un progetto di poster d’artista che ho avviato nel 2004, il nome deriva dalla superficie del formato 50x70 cm. L’idea è semplice: invitare artisti a realizzare poster concepiti come opere, da distribuire gratuitamente. Per «Expositio Mundi» sono stati realizzati nuovi poster di Laura Paoletti, Adelaide Cioni, Jonathan Monk, Oliver Laric e Nedko Solakov, distribuiti in città e nei luoghi del percorso.

Stefano Luppi, 09 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Stefano Luppi

Leggi i suoi articoli

«Expositio Mundi», ovvero l’arte di fare le mostre | Stefano Luppi

«Expositio Mundi», ovvero l’arte di fare le mostre | Stefano Luppi