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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliC'è tutta la forza del Novecento nelle tele di Renato Guttuso. La storia, la politica, il lavoro, gli affetti, la quotidianità, la passione civile: ogni sua opera è un frammento di vita trasformato in pittura. Questo è il filo conduttore della mostra «Renato Guttuso. Opere dal 1937 al 1980», che Farsettiarte presenta nella sua sede di Cortina d'Ampezzo dal 1° agosto al 13 settembre, offrendo al pubblico un percorso che attraversa oltre quarant'anni della produzione di uno dei più grandi protagonisti dell'arte italiana del XX secolo.
Guttuso fu sia un grande pittore ma anche un interprete lucido e appassionato del suo tempo. Nato a Bagheria nel 1912 e trasferitosi giovanissimo a Roma, attraversò gli anni più complessi della storia italiana con la convinzione che l'arte dovesse dialogare con la realtà, senza rifugiarsi nell'estetismo o nell'indifferenza. La sua pittura nasce infatti dall'urgenza di raccontare il mondo, di prendere posizione, di restituire dignità alle persone comuni, agli oggetti quotidiani, ai gesti più semplici. La sua pittura non rinuncia però mai alla bellezza del colore e della composizione trovando la propria ragion d'essere nella vita. La mostra costruisce con intelligenza questo lungo racconto, partendo dalla fine degli anni Trenta, quando il giovane artista entra in contatto con gli ambienti della Scuola Romana e con quel clima di ricerca che rifiuta la retorica celebrativa del Novecento ufficiale. Sono anni decisivi, nei quali si consolidano le sue convinzioni artistiche e civili, alimentate dagli incontri con gli artisti di Corrente e dal confronto con figure come Picasso, Courbet, Géricault e Van Gogh. Da loro Guttuso apprende che la pittura può essere insieme moderna e profondamente umana, capace di raccontare il proprio tempo senza rinunciare alla forza dell'invenzione.
Renato Guttuso, «Edicola», del 1965
Il percorso espositivo accompagna il visitatore dentro questa continua evoluzione del linguaggio. Nelle opere del secondo dopoguerra emerge con evidenza la stagione neocubista, nella quale il dato reale viene ricostruito attraverso piani inclinati, volumi netti e una straordinaria energia cromatica. «Forchetta, bicchiere e tenaglia» del 1946 ne è uno degli esempi più convincenti: pochi oggetti d'uso comune, disposti su una superficie rosso acceso, acquistano una monumentalità quasi scultorea, trasformandosi in protagonisti assoluti della composizione. La realtà più semplice diventa materia di una pittura che guarda all'Europa e al tempo stesso conserva una forza tutta italiana. Un anno dopo, con «La grande lavandaia», Guttuso porta sulla tela il lavoro e la dignità della figura umana. La donna curva sul lavatoio diventa quasi un'icona del mondo popolare: il movimento delle braccia, la sintesi del volto, l'essenzialità delle forme restituiscono una tensione narrativa straordinaria, nella quale il gesto quotidiano assume un valore universale.
Anche «Interno con stufa», del 1948, testimonia la capacità dell'artista di trasformare una scena domestica in una costruzione pittorica di grande intensità. La monumentale stufa cilindrica domina lo spazio dialogando con la libreria, il tavolo e gli oggetti d'uso comune. La composizione alterna punti di vista differenti, mentre il contrasto tra le superfici fredde dello sfondo e i toni caldi del primo piano crea un equilibrio dinamico che rivela tutta la lezione del neocubismo filtrata attraverso una sensibilità profondamente personale. Negli anni Cinquanta la pittura di Guttuso si apre progressivamente a una maggiore libertà. Il segno si scioglie, la pennellata diventa più rapida, la materia acquista una vitalità nuova. «Natura morta (Cestello e libri)» del 1959 racconta perfettamente questa trasformazione: i libri sembrano quasi precipitare verso lo spettatore, trattenuti soltanto dall'energia del colore, mentre il cestello ritrova un equilibrio costruito attraverso una pittura corposa e vibrante.
Con «Damigiana e case», del 1961, il linguaggio dell'artista raggiunge una piena maturità. Le esperienze precedenti convivono armoniosamente: la costruzione volumetrica degli oggetti richiama gli anni della formazione, mentre la libertà della pennellata e la luminosità della composizione restituiscono una pittura ormai pienamente padrona dei propri mezzi. È però «Edicola», del 1965, scelta come immagine simbolo della mostra, a rappresentare forse uno dei vertici della ricerca guttusiana. Un'edicola di giornali diventa il pretesto per costruire una superficie vitale di ritmo e colore, dove le pagine bianche, sovrapposte come tessere di un mosaico contemporaneo, sembrano raccontare il continuo fluire della vita urbana. Il soggetto reale si spinge fino al limite dell'astrazione senza mai perdere il contatto con il quotidiano, dimostrando come Guttuso fosse capace di trasformare anche un frammento della città in un'immagine di sorprendente modernità.
Renato Guttuso, «Interno con stufa», 1948