Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una veduta della mostra «Description Without Place» alla Kunsthalle di Bangkok

Foto: Samatcha Apaisuwan

Image

Una veduta della mostra «Description Without Place» alla Kunsthalle di Bangkok

Foto: Samatcha Apaisuwan

Il mondo in una «Cellule» di Absalon

Nella Kunsthalle di Bangkok il lavoro radicale dell’artista franco-israeliano dalla breve e folgorante carriera: un modo di intendere il concetto di abitare per uno stile di vita nomade, ascetica

Micaela Zucconi

Leggi i suoi articoli

Quale sarebbe stata l’evoluzione artistica di Absalon se non fosse stato stroncato da una malattia a solo 29 anni, nel 1993? Una mostra negli spazi espositivi della Kunsthalle di Bangkok, in Thailandia, presenta le sue ultime opere, le più significative della sua carriera, in cui si concentra l’essenza del suo pensiero. Nella mostra «Description Without Place» (fino al 31 maggio), a cura di Stefano Rabolli Pansera, si possono visitare le copie delle sei «Cellules», o moduli abitativi, che l’artista aveva concepito sulla base della sua corporatura. Celle bianche, minimali, monastiche, di circa nove metri quadrati ciascuna, che Absalon intendeva dislocare simultaneamente nei luoghi pubblici di sei città nel mondo: Parigi, Zurigo, New York, Tel Aviv, Francoforte e Tokyo (ora si trovano in diversi musei a Gerusalemme, Tel Aviv, Berlino, Saint Étienne, Marsiglia e Vaduz). Un modo di intendere il concetto di abitare per uno stile di vita nomade, ascetica, con gli strumenti essenziali per la vita quotidiana (minicucina, bagno, letto e spazio per lavorare), ma anche per meditare. Case extraterritoriali, autonome, che superano il concetto di dimora, proprietà e identità. Sono un «virus nelle città» e un «mezzo di resistenza», secondo l’artista. Diverse l’una dall’altra, le unità sono organizzate secondo geometrie complesse.

Secondo Rabolli Pansera, le «Cellules» non sono un ritiro dal mondo, ma un metodo di trasformazione per rimodellare la propria esistenza dando nuova forma alle condizioni di vita. Una «tecnologia del sé», secondo la definizione del filosofo Michel Foucault. Arrivato da Israele a Parigi nel 1987, Meir Eshel (il suo vero nome) abita da uno zio materno, poi si trasferisce da un altro zio, l’architetto Jacques Ohayon che lo introduce all’ambiente artistico parigino. Conosce così gli artisti Fabrice Hybert e Didier Marcel, diventa allievo di Christian Boltanski all’École des Beaux-Arts Supérieure e trova presto la sua strada nell’arte. Un salto enorme: in patria, dopo il servizio militare, si guadagnava da vivere realizzando gioielli sulla spiaggia. Per suggellare la propria reinvenzione sceglie lo pseudonimo Absalon, il personaggio biblico figlio ribelle di Re David. La sua ascesa è rapida: già nel 1990 spiegava che il suo lavoro consisteva nel «disporre gli oggetti e dar loro forme ideali», e anticipa le «Cellules» con «Propositions d’habitation», influenzato secondo molti dal movimento modernista, dal Bauhaus e da Le Corbusier. Dopo la morte dello zio, che anticipa la sua di pochi anni, annientati entrambi dall’Aids, va a vivere proprio in una casa disegnata dal famoso architetto.

È Villa Lipchitz, a Boulogne Billancourt, che appartiene a un altro parente, l’avvocato François Lasry. La dimora è in condizioni di semiabbandono e Absalon deve sistemare alcune stanze per poterci abitare. Ha bisogno di un aiuto e il caso gli fa incontrare Philippe Picoli, che accetta di dargli una mano. Prendono forma pochi ambienti al pianterreno, anche questi monacali. Oltre a un lavoro per Philippe è l’inizio di una collaborazione e di un’amicizia: lavorerà con Absalon, oltre che per i suoi film, per approntare le sei cellule non abitabili (ne esistono varie versioni) che verranno esposte nel 1993 al Musée d’Art Moderne di Parigi nella sua prima personale dopo numerose collettive. Segue la versione completa di tutti gli elementi funzionali della «Cellule» n.1 (ora al Museo d’Israele) e di quasi tutta la n. 2. È il 1993. Dopo la scomparsa dell’artista, Philippe abiterà nella villa per trent’anni. La storia di Absalon è raccontata magistralmente nel docufilm «The Seven Years of Absalon», realizzato dal fratello Dani Eshel. La rassegna in corso alla Kunsthalle (che comprende anche la Khao Yai Art Forest, a circa tre ore da Bangkok) giunge dopo molte retrospettive in tutto il mondo e si inserisce nei filoni di ricerca dell’istituzione: la ripetizione come processo artistico, i diversi sensi dell’abitare e dell’occupazione urbana e l’esplorazione dello studio d’artista.

All’interno di una «Cellule» di Absalon. Foto: Samatcha Apaisuwan

Micaela Zucconi, 31 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Il mondo in una «Cellule» di Absalon | Micaela Zucconi

Il mondo in una «Cellule» di Absalon | Micaela Zucconi